venerdì 6 novembre 2026

Quando il prodotto importato.... e SUPER competitivo !!!

 

 

Il Consorzio di Tutela dell’Arancia Rossa di Sicilia IGP interviene   sulle segnalazioni relative ad arance importate e commercializzate in Italia



Il Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP richiama l’attenzione dei due Dicasteri su prodotto extra UE già presente nei supermercati italiani, con buccia dichiarata non edibile e trattamenti post-raccolta non consentiti in Italia. Gerardo Diana (Presidente Consorzio): “Servono trasparenza, controlli sanitari e pari condizioni competitive”

Il Consorzio di Tutela dell’Arancia Rossa di Sicilia IGP interviene a distanza di poco più di un mese sulle segnalazioni relative ad arance importate e commercializzate in Italia. Con una missiva indirizzata al Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, e al Ministro della Salute, Orazio Schillaci, il Presidente Gerardo Diana chiede a nome degli associati un intervento coordinato e controlli urgenti sui trattamenti dichiarati in etichetta, sulla conformità dei prodotti, in particolare che sia rispettato il limite massimo di residuo dei fitofarmaci utilizzati a tutela dei consumatori.

La richiesta nasce dalle segnalazioni di arance pigmentate provenienti dall’emisfero sud, in particolare dal Sudafrica, presenti in diversi supermercati italiani, e di prodotto australiano nei mercati all’ingrosso. Secondo quanto riportato nella lettera, su confezioni in rete con l’indicazione della varietà Tarocco risultano dichiarati la non edibilità della buccia e trattamenti post-raccolta con fludioxonil, azoxystrobin e pyrimethanil.

Il Consorzio chiede ai Ministri di attivare controlli per verificare l’ammissibilità delle sostanze e dei relativi impieghi rispetto alle disposizioni vigenti in Italia e nell’Unione Europea, oltre a controlli fitosanitari sul prodotto a tutela della salute del consumatore. Nella missiva si precisa infatti che la sola indicazione di un trattamento in etichetta non permette di concludere che un prodotto sia irregolare o pericoloso: sono necessari accertamenti sulle condizioni applicabili, analisi dei residui consentiti e una valutazione sanitaria dei lotti interessati. Viene richiesto anche un controllo fitosanitario sul prodotto.

Ai due Ministri il Consorzio sollecita controlli sanitari mirati, campionamenti e analisi di laboratorio ai punti di ingresso, nei mercati all’ingrosso e nella distribuzione, per verificare i residui, il rispetto dei limiti massimi applicabili e la sicurezza dei prodotti. Chiede inoltre accertamenti sull’origine e sulla tracciabilità dei lotti, sulla correttezza e leggibilità delle etichette e sulla chiarezza dell’avvertenza «buccia non edibile» (in considerazione del fatto che spesso vengono utilizzati per la guarnizione e/o realizzazione di cocktail e a contatto con l’alcol certe sostanze vengono ingerite). In caso di accertata non conformità o rischio sanitario, la missiva richiede l’adozione tempestiva delle misure previste, compresi, ove necessari, il blocco della commercializzazione, il ritiro o il richiamo dei prodotti e l’informazione ai consumatori. “Il Consorzio che rappresento non contesta il commercio internazionale, ma rivendica regole chiare, controlli rigorosi e condizioni competitive eque – scrive Gerardo Diana nella lettera – la difesa delle produzioni italiane e della loro identità deve procedere insieme alla tutela della sicurezza alimentare: le garanzie per i cittadini non possono essere subordinate a logiche commerciali”.

L’intervento punta a coniugare la salute dei consumatori, la tutela delle produzioni italiane e in particolare quelle a marchio IG e il contrasto alla concorrenza sleale, senza anticipare conclusioni non supportate dagli accertamenti. Nel ringraziare i ministri per l’attenzione alla sicurezza alimentare, il Consorzio chiede un sollecito riscontro sulle iniziative e sugli esiti delle verifiche e si dichiara disponibile a collaborare con le autorità competenti in relazione alle segnalazioni ricevute.

Schiticchio d’Autunno 2026

 

 il 7 e l’8 novembre San Piero Patti diventa la capitale dei sapori autentici dei Nebrodi.

Due giorni per vivere il gusto dell’autunno, riscoprire le tradizioni siciliane e immergersi nell’atmosfera unica di uno dei borghi più suggestivi dei Nebrodi.

 


Sabato 7 e domenica 8 novembre torna a San Piero Patti la quinta edizione dello Schiticchio d’Autunno, organizzato dall’amministrazione comunale di San Piero Patti, guidata dal sindaco Cinzia Marchello, l’evento che negli anni è riuscito ad affermarsi come uno degli appuntamenti più attesi dell’autunno siciliano, richiamando migliaia di visitatori da tutta l’Isola.

Questa iniziativa è finanziata dall’Assessorato Regionale dell'Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea - Dipartimento Regionale dell’Agricoltura.

Lo Schiticchio d’Autunno nasce con una filosofia ben precisa: non essere la classica sagra o il solito street food, ma offrire un percorso gastronomico costruito intorno all’identità del territorio.

I protagonisti saranno infatti prodotti rigorosamente locali, stagionali e a chilometro zero, trasformati dalle attività sampietrine in piatti ideati appositamente per l’evento. Sapori autentici, ricette della tradizione e materie prime dei Nebrodi saranno il filo conduttore di una manifestazione che punta sulla qualità prima ancora che sulla quantità.

I visitatori potranno acquistare direttamente i prodotti presso le attività partecipanti, creando un rapporto diretto con ristoratori, produttori, panifici, pasticcerie e operatori locali e sostenendo concretamente l’economia del territorio, senza l’uso del sistema di token.

Accanto agli stand gastronomici troveranno spazio il mercatino dei prodotti a chilometro zero, dedicato alle eccellenze agroalimentari dei Nebrodi, e il mercatino dell’artigianato, dove sarà possibile scoprire lavorazioni tradizionali, manufatti artistici e produzioni locali.

L’edizione 2026 offrirà inoltre un ricco programma di spettacoli e intrattenimento.

Sabato 7 novembre, il centro storico si accenderà con il DJ Set e con il concerto dei Senza Regole – Live Band, pronti a far cantare e ballare il pubblico fino a tarda sera.

Domenica 8 novembre spazio invece alla tradizione e alla cultura gastronomica con uno Show Cooking dedicato ai prodotti del territorio, le esibizioni dei gruppi folkloristici, la musica di Tony Scolaro e lo spettacolo dei Musi-Canti, che accompagneranno visitatori e famiglie in un viaggio tra musica popolare, folklore e identità siciliana.

Lo Schiticchio d’Autunno si inserisce nel periodo della tradizionale Festa di San Martino, quando, secondo l’antico proverbio siciliano “A San Martinu ogni mustu è vinu”, il mosto diventa vino nuovo. Un momento profondamente legato alla cultura contadina dei Nebrodi, che la manifestazione vuole celebrare attraverso i sapori della stagione, la convivialità e il piacere dello stare insieme.

«Lo Schiticchio d’Autunno è una manifestazione nella quale crediamo profondamente perché rappresenta la nostra idea di promozione del territorio», dichiara il Sindaco Cinzia Marchello. «Abbiamo scelto di valorizzare ciò che ci rende unici: le produzioni locali, la stagionalità, il lavoro delle nostre imprese e la bellezza del nostro centro storico. Non troverete il classico street food, ma un percorso fatto di sapori autentici, prodotti dei Nebrodi e piatti pensati esclusivamente per questa manifestazione. Lo Schiticchio è molto più di una festa: è un’occasione per raccontare San Piero Patti, la sua storia, la sua cultura e la sua straordinaria capacità di accogliere. Invito tutti a trascorrere con noi il 7 e l’8 novembre due giornate all’insegna del gusto, della musica, delle tradizioni e dell’ospitalità.»

Tra vicoli, piazze, profumi, musica e sapori, San Piero Patti è pronto ad aprire le porte ai visitatori per un weekend che promette emozioni, convivialità e la riscoperta dell’anima più autentica dei Nebrodi.

Lo Schiticchio d’Autunno vi aspetta il 7 e l’8 novembre. Perché l’autunno, a San Piero Patti, ha tutto un altro sapore.

ripristino della natura e degli ecosistemi

 

 La UNI EN 18140:2026 come norma ispiratrice

 

per la creazione di nuovi paradigmi giuridici

 

diDavide Gianti, Luca Battisti, Mariella Pittari e Sabrina Bergamini

 

 



 Un’evoluzione normativa orientata al riconoscimento del valore autonomo della natura dovrebbe definire requisiti, prestazioni e criteri di progettazione riferiti a ecosistemi differenti, compresi quelli urbani, affinché tali ambienti possano accogliere e sostenere le forme di vita non umane (other-than-human) e favorirne la prosperità (Price & Chao, 2023). Tuttavia, è necessario riconoscere che una normazione eccessivamente orientata alla standardizzazione tecnica potrebbe al contempo accentuare il rischio di strumentalizzare la natura, subordinandola meramente alla soddisfazione di bisogni umani o al conseguimento di obiettivi socio-economici. In questa prospettiva, gli other-than-human, tra cui, ad esempio, le specie vegetali, rischierebbero di essere trattati come “oggetti viventi” (Exner & Schützenberger, 2018) o come mere componenti funzionali dell’infrastruttura, anziché come esseri viventi inseriti in relazioni ecologiche complesse.

 

Per questa ragione, prima ancora di definire nuove soluzioni tecnico-operative, occorre ripensare il quadro culturale e istituzionale di riferimento, adottando una prospettiva di Nature-based Thinking (Randrup et al., 2020). Tale prospettiva invita a considerare la natura non soltanto come strumento di risposta a problemi sociali, economici o ambientali, ma come componente co‑costitutiva dei processi decisionali, progettuali e gestionali. Ciò implicherebbe non solo – come già avviene – una gestione multilivello e una stretta cooperazione tra competenze amministrative e scientifiche, ma l’adozione di una prospettiva “multispecie”. In questa prospettiva, diventa necessario riconoscere che gli ecosistemi e le forme di vita non umane presentano esigenze, vulnerabilità e temporalità proprie, da considerare attraverso conoscenze ecologiche, indicatori di integrità, monitoraggi di lungo periodo e adeguate forme di rappresentanza o mediazione istituzionale. Si tratterebbe, dunque, di riconoscere e valorizzare, ove opportuno, l’agency degli altri esseri viventi. Un simile approccio permetterebbe, in definitiva, di compiere un passo oltre l’antropocentrismo, verso prospettive cosmo o biocentriche, capaci di rispondere anche alle sfide poste dagli altri esseri viventi operando su tempi e scale differenti.                         Il concetto di norma è comunemente associato al carattere della vincolatività. Non tutte le norme, tuttavia, producono obblighi giuridici: gli standard tecnici, di regola volontari, possono acquisire efficacia vincolante quando siano richiamati da disposizioni normative o recepiti in specifici rapporti giuridici. La loro natura volontaria non ne esclude la capacità di orientare comportamenti, pratiche e futuri sviluppi regolativi. In questa prospettiva si colloca la UNI EN 18140:2026, che introduce un quadro terminologico e classificatorio condiviso per le Nature-based Solutions (NbS).

 

Il principale riferimento normativo europeo è oggi il Regolamento (UE) 2024/1991 sul ripristino della natura, che, pur senza istituire un regime giuridico autonomo delle NbS, ne richiama il ruolo nell’ambito degli interventi di ripristino degli ecosistemi e le collega al conseguimento di benefici ambientali, sociali ed economici, alla resilienza e alla tutela della biodiversità. Inoltre, il precedente Regolamento (UE) 2021/1119 già inseriva l’adattamento ai cambiamenti climatici nel quadro degli obiettivi vincolanti dell’Unione e ne valorizzava l’adattamento basato sugli ecosistemi. A tale quadro si aggiungano le Linee guida della Commissione europea del 2023 sulle strategie e sui piani di adattamento degli Stati membri, che distinguono fra la conservazione e il ripristino degli ecosistemi naturali, la gestione sostenibile degli ecosistemi già utilizzati e la creazione di ecosistemi nuovi o ibridi, quali tetti verdi e sistemi di drenaggio urbano sostenibili.

 

È in tale contesto che si inserisce la UNI EN 18140:2026, norma tecnica dedicata alla terminologia e alla classificazione delle NbS. Il suo principale contributo consiste nella definizione di un lessico condiviso e di un quadro comune per l’identificazione e la descrizione delle diverse soluzioni basate sulla natura. Ancora, la norma in commento si occupa di ordinare i concetti generali connessi alle NbS, le specifiche tipologie di soluzioni, i relativi processi e le pratiche di gestione, proponendo quattro criteri di classificazione: la sfida sociale affrontata, l’approccio di intervento, la scala spaziale e il coinvolgimento degli stakeholder. Detta classificazione consente di rapportare le diverse tipologie di NbS alle sfide cui si chiede loro di rispondere, quali, tra le altre, il rischio idrogeologico, le ondate di calore, la siccità, l’inquinamento e la perdita di biodiversità. Questa impostazione consente di considerare le NbS non soltanto come tecniche di riqualificazione urbana o di adattamento climatico, ma anche come strumenti per la conservazione, il ripristino e la rigenerazione degli ecosistemi.

Ora, sebbene l’adozione dello standard in commento costituisca indubbiamente un passo avanti nel riconoscimento alle NbS di tutte le funzioni che sarebbero, in potenza, capaci di svolgere, occorre tuttavia rammentarne la natura meramente volontaria. Il nomen iuris non deve infatti trarre in inganno: benché si discorra di «norme UNI», esse non assumono, per ciò solo, il carattere di norme giuridiche vincolanti. Si tratta, infatti, di standard tecnici generalmente volontari, che possono acquisire efficacia vincolante quando sono richiamati dalla legislazione applicabile oppure incorporati in atti o rapporti giuridici che ne impongano il rispetto. Ad oggi, in Italia, si deve escludere che le NbS costituiscano una categoria giuridica autonoma, così come la loro adozione non permette di riconoscere la natura quale soggetto di diritto. Le NbS possono dunque essere considerate una categoria tecnico-giuridica trasversale, attraverso la quale la tutela e il ripristino degli ecosistemi trovano applicazione nelle politiche climatiche, ambientali e territoriali. Tuttavia, è proprio questa collocazione ambivalente che potrebbe rendere le NbS terreno privilegiato di riflessione per il diritto contemporaneo. La questione centrale è dunque se il diritto contemporaneo continui a considerare la natura prevalentemente come un’infrastruttura produttrice di servizi oppure se, attraverso i principi di tutela della biodiversità, integrità ecosistemica, ripristino e non deterioramento, stia creando i presupposti per riconoscerne un valore e un interesse autonomi.

 

 

 

Approfondimenti

 

Bretzel, F. (2026, 30 marzo). La norma tecnica europea EN 18140: Nature-based Solutions (NbS) – Terminology and classification [Presentazione al convegno]. Le Nature-based Solutions fra norme tecniche, ricerca e buone pratiche, UNI e ICESP.

Commissione europea. (2023). Linee guida sulle strategie e sui piani di adattamento degli Stati membri (Comunicazione 2023/C 264/01). Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, C 264, 1–31. https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:52023XC0727(01)

Exner, A., & Schützenberger, I. (2018). Creative natures: Community gardening, social class and city development in Vienna. Geoforum, 92, 181–195. https://doi.org/10.1016/j.geoforum.2018.04.011

Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea. (2024). Regolamento (UE) 2024/1991 del 24 giugno 2024 sul ripristino della natura e che modifica il regolamento (UE) 2022/869. Gazzetta ufficiale dell’Unione europea. https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2024/1991/oj

Price, C., & Chao, S. (2023). Multispecies, more-than-human, nonhuman, other-than-human: Reimagining idioms of animacy in an age of planetary unmaking. Exchanges: The Interdisciplinary Research Journal, 10(2), 177–193. https://doi.org/10.31273/eirj.v10i2.1166

Randrup, T. B., Buijs, A. E., Konijnendijk, C. C., & Wild, T. (2020). Moving beyond the nature-based solutions discourse: Introducing nature-based thinking. Urban Ecosystems, 23, 919–926. https://doi.org/10.1007/s11252-020-00964-w

UNI – Ente Italiano di Normazione. (2026). Città, comunità e infrastrutture sostenibili – Soluzioni basate sulla natura (NbSs) – Terminologia e classificazione (UNI EN 18140:2026). https://store.uni.com/uni-en-18140-2026

giovedì 5 novembre 2026

Atti del webinar "Consolidare il sistema della conoscenza e dell'innovazione in Italia: le prossime sfide"

 


Il 22 ottobre 2026 si è svolto il primo webinar dal titolo "Consolidare il sistema della conoscenza e dell'innovazione in Italia: le prossime sfide" del ciclo “Innovazione, Conoscenza e territori rurali: Quale futuro”. 
Nel corso dell’incontro è stato fornito un quadro della condizione delle imprese agricole italiane in termini di principali elementi strutturali e di utilizzo dell’innovazione. E’ stato inoltre offerto un approfondimento sugli ultimi strumenti digitali con particolare riferimento a possibili utilizzi e funzioni dell’intelligenza artificiale nell’attività di impresa. Infine, sono state proposte alcune chiavi di lettura sull’attuazione delle politiche a favore dell’AKIS nelle due ultime programmazioni della PAC. Tali elementi di analisi potranno essere motivo di riflessione per la progettazione degli interventi 2027-2034.
Di seguito vengono riportati gli interventi dei relatori e il video del webinar

Scarica il programma

Le presentazioni

Roberto Gismondi, Francesco Truglia e Maria Grazia Magliocchi (ISTAT)
Gianluca Brunori, Università di Pisa
Andrea Arzeni, CREA - Centro di ricerca Politiche a Bioeconomia
Anna Vagnozzi, CREA - Centro di ricerca Politiche a Bioeconomia
Simona Cristiano, CREA - Centro di ricerca Politiche a Bioeconomia

                                       VIDEO

mercoledì 4 novembre 2026

Cosa c'è da festeggiare?

Non sempre un compleanno serve a festeggiare. In questo caso, trattandosi dei dieci anni della legge anticaporalato (L. 199/2016), che ha riscritto il reato di caporalato, proprio nulla.  

          Il caporalato è l’intermediazione illecita di manodopera a fini di sfruttamento: un intermediario, che può essere una persona o una società, recluta lavoratori in stato di bisogno e li fornisce alle aziende fuori dalle regole. È nato nelle campagne, dove resta più radicato, ma oggi riguarda anche logistica, edilizia, manifattura e servizi, al Sud come al Nord. In Italia è punito dall’articolo 603-bis del codice penale, riscritto dalla legge 199 del 2016, che colpisce sia il caporale sia il datore di lavoro, con pene fino a otto anni di reclusione.  

Negli ultimi anni, per fortuna, il dibattito pubblico intorno al caporalato e alla sua gravità è senza dubbio cresciuto. Sui media si parla spesso dei lavoratori sfruttati da caporali senza scrupoli e il tragico conteggio delle morti che possono essere ricondotte a questo fenomeno è aggiornato con triste regolarità. Studi, ricerche, analisi, report sul caporalato si moltiplicano, ad opera di numerosi e diversi attori. La politica si interroga sulle azioni necessarie per scardinare alla radice il proliferare di questo reato (perché tale è ormai da dieci anni). Eppure, è lecito chiedersi quanto di questo dissertare penetri effettivamente negli strati più profondi della società, contribuendo a costruire una coscienza collettiva sul caporalato e a dotarla degli anticorpi necessari per contrastarlo. Perché più dibattito non significa necessariamente più informazione. Ed anche il “volume” dell’informazione (nella duplice valenza di spazio occupato e di decibel prodotti) poco ci dice sulla sua ricezione. Sappiamo davvero tutti di più sul caporalato? Abbiamo reale contezza di come si insinua, subdolo, nella nostra vita? Di dove è presente? Di come è presente? Per noi di Terra! la lotta al caporalato è da sempre un elemento costitutivo, identitario, a cui abbiamo dedicato e dedichiamo tuttora molto lavoro, molte risorse, molte energie (qui puoi scaricare il nostro ultimo report, sulle connessioni tra caporalato e cambiamenti climatici). È una battaglia che conduciamo da una prospettiva di sistema, consapevoli che non è giusto ed equo addossare ai consumatori il compito di scardinare con le loro scelte di acquisto un meccanismo che esiste perché conviene a chi quella spesa la condizione attraverso una longa manus invisibile, cioè i “padroni” della filiera agroalimentare, come la Grande Distribuzione Organizzata. È quello che chiamiamo, appunto, approccio di filiera. Allo stesso tempo, crediamo che sia importante anche per i non addetti ai lavori, per i semplici cittadini, conoscere bene caratteristiche e confini del caporalato. Per questo, ci siamo presi la briga di setacciare la nostra esperienza e le ricerche online per intercettare le domande più diffuse sul caporalato, provando a rispondere in modo chiaro e comprensibile ma allo stesso tempo puntuale ed esaustivo. Ne è nato questo articolo, organizzato in 9 domande, partendo dalle basi. 

Che cos'è il caporalato?

Il caporalato è un sistema di sfruttamento del lavoro, diffuso soprattutto in agricoltura, mediante il quale qualcuno procura lavoratori a un’azienda senza averne titolo e li fa lavorare in nero e senza diritti, approfittando del fatto che non hanno alternative. Le figure coinvolte sono sempre tre. C’è chi lavora. C’è chi utilizza quel lavoro, cioè l’azienda. E in mezzo c’è il caporale, un intermediario non autorizzato che si prende una parte di quello che spetterebbe al lavoratore e permette all’azienda di pagare poco e senza rispettare le regole. Quell’intermediario può essere una persona, il caporale classico, ma anche una società (una cooperativa, una ditta di servizi, eccetera) che beneficia di un finto appalto, utile solo a fornire manodopera a basso costo. Come detto, la forma più nota di caporalato è quello agricolo, ma in realtà questa definizione vale per qualsiasi settore, comprese le fabbriche, i magazzini della logistica, i cantieri, i negozi, le consegne a domicilio. Nel 2024, le indagini giudiziarie hanno fatto emergere oltre 1200 casi di sfruttamento lavorativo: e più della metà non riguardavano l’agricoltura. Molti casi di sfruttamento si registrano infatti nel settore dell’industria e nell’edilizia, con un’incidenza forte del manifatturiero soprattutto nel centro Italia. Non sono esenti dal fenomeno neanche i servizi e in particolare il commercio, con commessi e addetti alle vendite spesso assunti con contratti regolari. Seguono il volantinaggio, gli autolavaggi, la vigilanza in centri commerciali e locali notturni. Una menzione a parte la merita poi la logistica, dove lo sfruttamento passa attraverso finti appalti di servizi: società filtro e cooperative “serbatoio” che si danno il cambio e nascondono quella che di fatto è una fornitura di manodopera. La Lombardia, e in particolare l’area di Milano, è il territorio con il maggior numero di inchieste in questo settore. Infine, anche il lavoro domestico è considerato a rischio e fortemente sottostimato, perché occultato dalle mura di casa lo sfruttamento fa più fatica a venire a galla. 

Che cos'è il caporalato in agricoltura?

L’agricoltura rimane però il terreno in cui il fenomeno è nato e dove resta più radicato, perché è un settore con caratteristiche che gli offrono spazio. Il lavoro agricolo, infatti, si concentra in picchi stagionali brevi e intensi, e i prodotti sono deperibili. Servono quindi molte braccia in poco tempo e i canali ordinari di collocamento faticano a fornirle. In questa falla si inserisce il caporale, che mette insieme le squadre e le porta dove servono. Non a caso, le filiere più esposte sono quelle con molta raccolta manuale: ortofrutta, agrumi, angurie, uva, olive. La paga è spesso a cottimo, a cassone o a quintale -forme vietate dai contratti- e spinge a lavorare più in fretta e più a lungo, anche nelle ore più calde (e qui si apre tutto il capitolo del rapporto tra caporalato e cambiamenti climatici). Accanto al lavoro completamente in nero, poi, è molto diffuso il lavoro grigio: il bracciante stagionale ha un contratto a tempo determinato in cui le giornate lavorate vengono registrate il mese dopo, e questo permette di dichiararne meno di quelle reali, pagare il resto in nero e lasciare che il lavoratore integri il reddito con la disoccupazione agricola. Sulla carta il rapporto sembra regolare, nei fatti non lo è. A subirlo sono in larga parte lavoratori stranieri, che nel 2025 erano il 45,5% delle nuove assunzioni in agricoltura. Le dimensioni del fenomeno si leggono in pochi numeri: secondo l’Istat il tasso di irregolarità del lavoro agricolo è del 17,6%, e nel 2025 quasi due ispezioni su tre nelle aziende agricole hanno trovato irregolarità. 

Cosa significa la parola caporalato?

Per comprendere a fondo il fenomeno del caporalato, è interessante interrogarsi anche sull’etimologia del termine, perché le parole non sono mai casuali. Alla base c’è caporale, che deriva da capo, a sua volta dal latino caput, testa. Già in latino caput significava anche guida. Quindi il caporale è letteralmente quello che sta alla testa di un gruppo. Il primo significato proviene dal lessico militare. Il caporale è il graduato che comanda una piccola squadra di soldati. Dal mondo militare la parola è passata al lavoro agricolo in modo naturale, perché anche qui c’è un uomo che forma e guida una “squadra”, quella dei braccianti, e decide chi lavora e a quali condizioni. Il suffisso -ato indica il sistema o l’istituzione legata a quella figura, come in padronato. Il caporalato diventa così il sistema dei caporali. Che poi è anche la definizione del vocabolario Treccani:

“forma illegale di reclutamento e organizzazione della manodopera, soprattutto agricola, attraverso intermediari detti caporali”.

Quali sono le origini del caporalato

Anche la dimensione storica del fenomeno è interessante. Infatti, il caporalato non nasce con l’arrivo dei lavoratori stranieri e con i flussi migratori più recenti. Anzi, è una pratica antica, legata ai movimenti di lavoratori nelle campagne italiane. Gli storici ne trovano le tracce già nell’età moderna e nell’Ottocento, nel Mezzogiorno come nel Ferrarese, e la considerano una delle forme in cui si è costruito il mercato del lavoro agricolo quando l’agricoltura si è trasformata in senso capitalistico. Per lungo tempo il fenomeno non è stato solo meridionale. Nelle risaie del Nord, per esempio, erano i caporali a reclutare e spostare le mondine che arrivavano da fuori, finché negli anni Cinquanta questa figura scompare da quelle zone. Nello stesso periodo il caporalato diventa sempre più meridionale e sempre più femminile. In Puglia la riforma fondiaria del 1950 divide le campagne in zone modernizzate, con colture intensive, e zone arretrate con molta disoccupazione. Dalle seconde partono ogni giorno braccianti, soprattutto donne, verso le prime, e a organizzare questi spostamenti sono lavoratori esperti che scelgono la manodopera per conto dei proprietari. Nel 1970 la legge vieta espressamente l’intermediazione nell’avviamento al lavoro agricolo, ma il fenomeno continua. In origine i caporali appartenevano allo stesso ambiente dei braccianti, e le relazioni di paese mettevano un freno agli abusi. Tra gli anni Settanta e Ottanta, però, il posto delle donne meridionali nelle grandi raccolte viene preso sempre più da lavoratori stranieri, arrivano caporali stranieri senza legami con le comunità locali, e il controllo si fa più duro, fino alla violenza. Negli anni Ottanta il fenomeno raggiunge la sua massima estensione. È anche il periodo in cui si consolida l’idea che sia un problema solo agricolo e solo del Sud, nato nelle campagne campane e pugliesi. Il 25 agosto 1989 a Villa Literno, nel Casertano, viene ucciso Jerry Masslo, bracciante sudafricano impegnato nella raccolta del pomodoro. La sua morte fa nascere un movimento antirazzista nazionale, che cresce sull’onda di altri episodi molto gravi. Nel gennaio 2010, a Rosarno, in Calabria, due lavoratori africani al ritorno dai campi vengono colpiti da un’arma da fuoco. Questo episodio genera una accesa ribellione da parte dei lavoratori stranieri e presto la popolazione locale inizia la “caccia al nero”. Il ministro dell’Interno dell’epoca, Roberto Maroni, schiera decine di forze dell’ordine e molti lavoratori sono costretti a scappare. Solo un anno e mezzo dopo, nel 2011,  va in scena lo sciopero dei braccianti stranieri della masseria Boncuri a Nardò, in Puglia. Da Masslo ai lavoratori della Masseria Boncuri, a poco a poco il caporalato inizia ad essere sempre più presente nel dibattito pubblico e inizia a farsi strada il bisogno che il codice penale introduca un reato specifico di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. La legge del 2016, come vedremo, lo riscriverà estendendolo ai datori di lavoro. Nel frattempo, il fenomeno è tornato nelle risaie, laddove sembrava scomparso. Oggi lo sfruttamento è documentato nei vigneti delle Langhe, nei campi lombardi e nelle filiere venete e friulane, dove spesso passa attraverso cooperative e società che reclutano i braccianti al posto del caporale tradizionale. In Veneto sono state documentate retribuzioni fino al 40% inferiori a quelle previste dai contratti nazionali. Nel 2025 le regioni con il maggior numero di casi accertati dalle ispezioni contro il caporalato sono state Toscana, Lombardia e Veneto.

Del caporalato nel Nord Italia ci siamo occupati nel report “Gli ingredienti del caporalato”

Chi è il caporale?

Ora guardiamo più da vicino la figura del caporale, cioè l’intermediario che sta tra i braccianti e le aziende agricole. Cosa fa? In sostanza, recluta la manodopera fuori dai canali legali e ne controlla l’accesso al lavoro, guadagnando sullo sfruttamento di chi lavora. Nella sua forma tradizionale, in agricoltura, è una figura molto concreta. Ogni mattina, all’alba, forma le squadre negli insediamenti informali dove vivono i braccianti, decide chi lavora e chi no, e porta i lavoratori nei campi con mezzi propri, facendosi pagare anche il viaggio. Il suo potere nasce proprio da questa dipendenza: il lavoratore ha bisogno di lui per avere il lavoro, per arrivare al campo e spesso anche per tornare indietro, e per questo difficilmente può rifiutare condizioni dure o fermarsi quando fa troppo caldo. Ed è un potere che può diventare violenza, come dimostra l’episodio avvenuto nel giugno 2026 ad Amendolara, in provincia di Cosenza, dove quattro braccianti sono stati uccisi dai loro caporali per aver chiesto la paga arretrata. Negli ultimi anni questa figura si è trasformata: al singolo intermediario si sono affiancate cooperative, società e partite Iva che reclutano i braccianti e li forniscono alle aziende dietro una facciata legale. È un caporale “dal colletto bianco”, meno visibile ma con la stessa funzione. Per la legge c’è poca differenza, perché è comunque qualificabile come caporale chiunque recluti manodopera da far lavorare presso altri in condizioni di sfruttamento, approfittando del bisogno dei lavoratori.

Qual è la legge contro il caporalato in Italia?

La legge contro il caporalato in Italia è la legge 29 ottobre 2016, n. 199, denominata “Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo”. È in vigore dal 4 novembre 2016 ed è arrivata dopo anni di mobilitazione sindacale e della società civile, e dopo le morti nei campi di Paola Clemente e Abdullah Mohammed nell’estate del 2015. La legge interviene su due piani, quello della repressione e quello della prevenzione. 

Sul piano della repressione, riscrive l’articolo 603-bis del codice penale, dedicata all’“intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”. È qui che viene introdotta la novità più importante: oltre al caporale che recluta, diventa punibile anche il datore di lavoro che utilizza manodopera sfruttata, con o senza intermediario. Vengono poi previsti una serie di strumenti collegati:

  • uno sconto di pena da un terzo a due terzi per chi collabora con le indagini;
  • la confisca obbligatoria dei beni usati per il reato e dei profitti, anche per un valore equivalente;
  • l’arresto obbligatorio in flagranza quando lo sfruttamento avviene con violenza o minaccia;
  • la responsabilità diretta delle società, che possono essere sanzionate come enti;
  • l’accesso delle vittime al Fondo antitratta;
  • il controllo giudiziario dell’azienda, che permette di salvaguardare i posti di lavoro, dando facoltà al giudice di nominare un amministratore che affianca l’imprenditore, verifica il rispetto delle condizioni di lavoro e regolarizza i braccianti senza contratto.

Sul piano della prevenzione, invece, la legge rafforza la Rete del lavoro agricolo di qualità, che riunisce le aziende in regola, articolandola in sezioni territoriali con il compito di sperimentare forme trasparenti di incontro tra domanda e offerta di lavoro e di organizzare il trasporto dei braccianti, anche tramite convenzioni con trasportatori autorizzati. Prevede inoltre un piano nazionale per l’accoglienza e la sistemazione logistica dei lavoratori stagionali.

Che cos'è il reato di caporalato?

Il reato di caporalato, come detto, è previsto dall’articolo 603-bis del codice penale, riscritto dalla legge 199 del 2016, e si chiama “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”. Le condotte punite sono due:

  • quella del caporale vero e proprio, che si occupa di reclutare manodopera per mandarla a lavorare presso altri in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori;
  • quella di chi utilizza, assume o impiega quella manodopera, anche senza passare da un intermediario, sottoponendola a condizioni di sfruttamento e approfittando del suo bisogno. 

Per stabilire quando c’è sfruttamento la norma indica alcuni segnali, specificando che anche il verificarsi di solo uno di questi fa scattare il reato. Si tratta di:

  • paghe ripetutamente e palesemente inferiori ai contratti collettivi o sproporzionate rispetto al lavoro svolto;
  • violazioni ripetute delle regole su orario, riposi, riposo settimanale, aspettativa obbligatoria e ferie; 
  • violazioni delle norme su sicurezza e igiene; 
  • condizioni di lavoro, metodi di sorveglianza o alloggi degradanti. 

L’altro elemento determinante è lo “stato di bisogno” di chi subisce lo sfruttamento, che non vuol dire essere completamente senza scelta, ma trovarsi in una difficoltà grave, anche solo temporanea, che spinge ad accettare condizioni che altrimenti si rifiuterebbero. Non è automatico ma va dimostrato caso per caso, e il solo fatto di non avere un permesso di soggiorno in regola non basta. Quello che la legge protegge è la dignità della persona, per questo il reato esiste anche se la vittima è una sola. Il caporalato sta quindi a metà strada tra le irregolarità del lavoro, come il lavoro nero, e la riduzione in schiavitù, in cui la persona non ha più alcuna possibilità di scelta.

Ma è anche vero che il ruolo del caporale è paradossalmente necessario e colma i vuoti dei servizi pubblici del nostro paese: dal reclutamento della forza lavoro ai trasporti verso le campagne all’alloggio. I lavoratori stranieri si rivolgono al caporale perché spesso non sanno da chi altro andare per trovare lavoro e perché in alcuni casi, attraverso vie legali, non è facile trovare risposte. Stessa cosa per le aziende, che non riescono a reperire manodopera con i regolari canali di ingresso esistenti, come il Decreto Flussi. Una delle ragioni per cui nella lotta al caporalato, emerge la richiesta di un sistema di incontro di domanda e offerta di lavoro efficace; di trasporti verso le campagne che consentano ai lavoratori di muoversi in autonomia e di alloggi dignitosi che sostituiscono le baracche fatiscenti dei ghetti disseminati lungo la nostra penisola. 

Quali sono le sanzioni per il caporalato?

Le sanzioni previste dalla legge 199 del 2016 valgono sia per il caporale che recluta sia per il datore di lavoro che impiega manodopera sfruttata. La pena base è la reclusione da uno a sei anni, insieme a una multa da 500 a 1.000 euro per ogni lavoratore reclutato. Se lo sfruttamento avviene con violenza o minaccia, la reclusione sale da cinque a otto anni e la multa da 1.000 a 2.000 euro per lavoratore. In questo caso l’arresto in flagranza è obbligatorio. Le pene aumentano da un terzo alla metà in tre situazioni: 

  • se i lavoratori reclutati sono più di tre;
  • se tra loro ci sono minori in età non lavorativa;
  • se sono stati esposti a situazioni di grave pericolo per il tipo di lavoro o per le condizioni in cui si svolge. 

Chi collabora può invece avere uno sconto da un terzo a due terzi, a patto che contribuisca a fermare l’attività criminale o aiuti concretamente polizia e magistratura a raccogliere prove decisive, individuare i complici o sequestrare i profitti. 

Alla condanna, anche se patteggiata, si aggiunge sempre la confisca obbligatoria di ciò che è servito a commettere il reato e di quanto ne è derivato in prezzo, prodotto o profitto. Se quei beni non si trovano, si confiscano altri beni del condannato per un valore equivalente, anche se intestati a prestanome, ed è prevista anche la confisca dei beni di valore sproporzionato rispetto al reddito. Le aziende rispondono anche come enti, cioè con una responsabilità propria della società, distinta da quella delle persone. Chi è condannato per caporalato non può infine iscriversi alla Rete del lavoro agricolo di qualità, l’elenco delle imprese in regola.

Leggi di più sulla legge anticaporalato

Qual è la relazione tra caporalato e sfruttamento del lavoro?

In conclusione, una precisazione: caporalato e sfruttamento del lavoro non sono la stessa cosa, anche se nel linguaggio comune le due parole si usano spesso come sinonimi. Lo sfruttamento è il fenomeno più ampio, che si verifica ogni volta che un lavoratore viene pagato molto meno di quanto prevedono i contratti, fa orari senza riposi né ferie, lavora senza sicurezza o vive in alloggi degradanti, e chi lo impiega approfitta del fatto che non ha alternative. Il caporalato è uno dei modi in cui lo sfruttamento si organizza, quello in cui tra il lavoratore e l’azienda c’è un intermediario che recluta, trasporta e controlla la manodopera. In altre parole, il caporalato porta sempre allo sfruttamento, ma lo sfruttamento può esistere anche senza caporale. È questo il punto chiave della legge del 2016, che punisce due condotte distinte: l’intermediazione illecita, cioè il caporalato in senso stretto, e lo sfruttamento diretto da parte del datore di lavoro, anche quando non si è mai rivolto a un intermediario. La distinzione conta anche perché lo sfruttamento cambia forma, come nel caso del lavoro grigio, che prevede un contratto regolare e solo una parte delle giornate registrate. Nel 2025 le ispezioni in agricoltura hanno trovato violazioni per 8.851 lavoratori, ma solo 227 casi sono stati qualificati come caporalato ai sensi della legge penale. L’irregolarità è diffusa, il reato vero e proprio è molto più difficile da provare. C’è poi una considerazione da fare: il caporale è l’ultimo anello di una catena, che interessa tutta la filiera, lungo la quale i prezzi pagati agli agricoltori vengono compressi, il costo del lavoro diventa la voce più facile da tagliare, portando allo sfruttamento.

Scopri di più sul nostro impegno contro il caporalato


Fonti

martedì 3 novembre 2026

Gli eco-schemi nella programmazione della PAC 2023-2027

 


Quadro europeo e analisi comparata di Portogallo, Spagna, Francia, Germania e Italia

 

Gli eco-schemi rappresentano una delle principali innovazioni della PAC 2023-2027 e costituiscono una componente rilevante della sua architettura ambientale, insieme alla condizionalità e agli interventi in materia di ambiente, clima e benessere animale finanziati nell'ambito dello sviluppo rurale.
Il rapporto ricostruisce il quadro degli eco-schemi programmati nei 28 Piani strategici della PAC, relativi ai 27 Stati membri dell'Unione europea. L'analisi considera il numero e la struttura formale degli interventi, le risorse finanziarie programmate e la loro incidenza sui pagamenti diretti e sul valore complessivo dei Piani strategici. All'interno di questo quadro vengono inoltre individuati i 20 eco-schemi con la maggiore allocazione finanziaria, per evidenziare il grado di concentrazione delle risorse e il prevalente orientamento funzionale degli interventi finanziariamente più rilevanti.
Il rapporto, inoltre, approfondisce successivamente, in chiave comparata, gli eco-schemi attivati in Portogallo, Spagna, Francia, Germania e Italia, esaminando le principali scelte programmatorie adottate nei rispettivi Piani strategici. 

 

Post in evidenza

C’è la Sicilia nel Menù del film gastronomico

NinoSutera C’è la Sicilia nel Menù del film gastronomico                                               Regione Enogastronomica d’Europa 20...