La Festa dell’Agricoltura di Santa Ninfa, comune del profondo sud nella provincia di Trapani, quest’anno non si farà. La decisione è stata assunta dall’Amministrazione comunale dopo un confronto con gli agricoltori .
E' stata compiuta una scelta di solidarietà pura e consapevole. L'Amministrazione di Santa Ninfa ha dimostrato che la vera autorevolezza non consiste nel mostrare una piazza piena di gente distratta, ma nell'avere il coraggio di spegnere i riflettori quando la comunità attraversa il buio.
C’è una differenza sostanziale tra governare una comunità e allestire una sagra paesana La decisione dell'Amministrazione comunale di Santa Ninfa — condivisa rigorosamente con gli agricoltori, il Partito Agricolo locale e la Cia Sicilia Occidentale — di annullare la storica Festa dell’Agricoltura non è una semplice delibera burocratica: è un atto etico di rara levatura, una rottura drastica con una prassi politica ormai desolante.Di fronte a un comparto primario in ginocchio, travolto da una crisi strutturale che strozza le aziende e mortifica il lavoro della terra, Santa Ninfa ha scelto di fare silenzio. Un silenzio attivo, solidale, coraggioso. Perché quando chi produce il cibo vive un’emergenza drammatica, trasformare quella stessa produzione in una passerella folkloristica con degustazioni, spettacoli e nastri da tagliare non è promozione: è un’offesa.Eppure, questa scelta evidenzia per contrasto l'insensibilità di tanti altri, che, davanti al malessere dei propri territori, continuano a preferire le luminarie alla realtà, pur di non intaccare la «quiete pubblica» e difendere una facciata di irreale serenità. Un atteggiamento che ha radici storiche profonde e inquietanti.
La rivoluzione etica di Santa Ninfa assume il valore di una rottura rivoluzionaria. Rinunciare alla Festa dell’Agricoltura significa rifiutare il modello imperiale del "va tutto bene". È un gesto che restituisce alla politica la sua funzione più alta: l'empatia, l'ascolto e la condivisione del destino della propria gente, affermano dall' European Rural Parliament Italy e per questo sosteniamo e condividiamo la scelta degli amministratori locali
Il riflesso condizionato di Roma antica: la festa come anestetico
Per comprendere l'atteggiamento di chi rifiutano di fermare le festività di fronte al dramma sociale, occorre riavvolgere il nastro della storia fino alla Roma imperiale. Già nell'antichità, la gestione della inopia o caritas annonae (le drammatiche carestie) rivelava la vera natura del potere: la conservazione di se stesso attraverso la distrazione di massa.Nelle fasi di acuta scarsità alimentare, quando la fame minacciava la stabilità delle istituzioni, lo Stato romano non sospendeva la macchina festiva; al contrario, la blindava o persino la potenziava. La motivazione ufficiale era la difesa della pax deorum: interrompere i ludi — come i Ludi Ceriales dedicati a Cerere, dea del grano — sarebbe stato letto come un sacrilegio in grado di attirare ulteriore ira divina. Ma dietro la facciata religiosa si celava un gelido pragmatismo politico: il cibo scarseggiava, ma lo spettacolo (circenses) doveva continuare ad ogni costo per canalizzare la rabbia della plebs urbana, anestetizzarla e chiuderla dentro gli anfiteatri, lontano dai palazzi del potere.Le cronache dell'epoca restituiscono un quadro di surreale cinismo, sorprendentemente simile alle storture comunicative odierne.La costante romana era chiara: la festa non si tocca, perché la festa è lo scudo del potere contro la contestazione.
Il parallelo con l'attualità si impone con violenza. Molti contemporanei agiscono esattamente con la stessa logica dei politici romani dell'epoca: di fronte alle proteste dei trattori, al rincaro dei costi di produzione, alla siccità e al tracollo dei redditi agricoli, scelgono di "non turbare la quiete pubblica". Tirano dritto, confermano sagre e manifestazioni, ballerine e giocolieri, offrono panem et circenses su scala locale pur di stendere un velo pietoso sulle sofferenze del proprio tessuto produttivo.Continuare a festeggiare quando gli agricoltori — veri protagonisti e custodi del territorio — non hanno nulla da festeggiare significa ridurre le comunità a figuranti di un teatrino di propaganda. Significa dire ai lavoratori:"Soffrite pure, ma fatelo in silenzio, senza rovinare l'immagine del paese e il nostro calendario politico". È il mito dell'efficienza a tutti i costi, della festa che deve nascondere la polvere sotto il tappeto.La rivoluzione etica di Santa Ninfa assume il valore di una rottura rivoluzionaria. Rinunciare alla Festa dell’Agricoltura significa rifiutare il modello imperiale del "va tutto bene". È un gesto che restituisce alla politica la sua funzione più alta: l'empatia, l'ascolto e la condivisione del destino della propria gente.
La gestione della cosa pubblica non si misura dal numero di spettacoli messi in cartellone per placare gli animi, ma dalla capacità di stare al fianco di chi lavora quando il lavoro diventa un calvario. Santa Ninfa ha tracciato una strada; resta da vedere quanti ....



