venerdì 6 marzo 2026

“Lotta agli sprechi e perdite alimentari”

 Cosa possiamo fare insieme, come rete delle politiche locali del cibo - Tavolo Lavoro Perdite e sprechi alimentari (PSA)?

 

Manca una mappatura di Politiche locali, municipali regionali implementate in questi anni su PSA, non sappiamo se ci siano sinergie tra l'ente preposto alla rendicontazione e riduzione (ISPRA) ed eventuale mappatura. 

La mappatura (sia delle iniziative per la riduzione degli sprechi, sia per la rendicontazione(monitoraggio) potrebbe essere di grande aiuto per il raggiungimento degli obiettivi di riduzione stabiliti al 2030 dalla direttiva rifiuti (-30% per retail+food service+household rispetto alla media di spreco 2020-2023). Inoltre, la stessa direttiva prevede ormai l'istituzione di un piano nazionale di prevenzione sprechi alimentari, dove queste iniziative e il monitoraggio vengano esplicitati e illustrati.    

Proposta piano d’azione per questo tavolo:

1️⃣ Mappatura nazionale delle azioni di riduzione di perdite e sprechi alimentari

Periodo: seconda settimana di aprile – ultima settimana di luglio 2026

Strumento: breve survey online

Obiettivi:

a) Rilevare buone pratiche e azioni promosse da Regioni e Comuni in Italia per la riduzione di perdite e sprechi alimentari

b) Identificare sistemi di monitoraggio e rendicontazione dello spreco alimentare attivi a livello locale.

Output: database strutturato + prima analisi descrittiva.

2️⃣ Analisi dei risultati e redazione di un position paper / policy brief

Periodo: settembre – dicembre 2026

Contenuti:

  • Sintesi dei risultati della mappatura

  • Analisi comparativa dei sistemi di monitoraggio

  • Raccomandazioni operative della Rete

Output:

  • Documento finale da presentare alla riunione congiunta della Rete (2027)

  • Documento utilizzabile in sedi istituzionali per attività di advocacy (Parlamento Italiano, Commissione Europea, Minamb)


Vi ricordiamo il prossimo incontro online del Tavolo “Lotta agli sprechi e perdite alimentari” Lunedi 9 Marzo alle 9:00
Il link per connettersi è il seguente:
Microsoft Teams meeting
















Che guerra sarà

 In tanti dicono di non volere la guerra, nessuno o quasi  si adopera  per evitarla. Perchè?

Fabio Ciconte 

Dall’Ucraina a Hormuz: perché i conflitti fanno aumentare il prezzo del cibo.

Le guerre non restano mai solo sui campi di battaglia. Entrano nelle nostre case, nelle bollette, nei salari e – soprattutto – nel prezzo del cibo. Il conflitto aperto da Stati Uniti e Israele e la reazione dell’Iran ci riportano in uno dei punti più delicati della storia recente. Nessuno è davvero in grado di prevedere quello che accadrà, fino a che punto si spingerà l’escalation militare e quali saranno gli assetti futuri. Ma possiamo prevedere cosa succederà fuori dai confini del conflitto, quali saranno le ripercussioni nei mercati globali e anche nelle nostre case

Prima di tutto, però, bisogna dirlo con chiarezza: questa guerra ci fa orrore. Fa orrore per le vite spezzate, per la spirale di violenza che si alimenta da sola, per la sensazione che ogni escalation renda il mondo un posto più instabile e più pericoloso. Non c’è nulla di astratto nella guerra: sono città colpite, civili coinvolti, vite che cambiano per sempre. Ed è impossibile guardare a tutto questo senza provare sgomento e preoccupazione per ciò che sta accadendo e per ciò che potrebbe ancora accadere.

Ma i conflitti vanno letti anche aprendo il frigorifero. Lo abbiamo visto quattro anni fa: l’invasione russa dell’Ucraina aveva riportato la guerra nel cuore dell’Europa. Allora si parlava soprattutto di gas russo, di petrolio, di sanzioni. Ma in poche settimane quella crisi energetica ha messo in subbuglio i mercati alimentari: il prezzo del pane, della pasta, degli oli vegetali e dei cereali ha iniziato a salire rapidamente.

 


Guerra e prezzi

Il prezzo del cibo è uno dei termometri più sensibili dello stato del mondo. Quando sale troppo, vuol dire che le tensioni geopolitiche, energetiche e climatiche stanno entrando direttamente nella vita quotidiana delle persone. Lo vediamo ogni giorno. Fare la spesa è diventato molto più costoso. In pochi anni il prezzo del cibo è aumentato di circa il 25%. Un quarto in più per riempire lo stesso carrello. È un aumento enorme, soprattutto per chi ha redditi più bassi. E la domanda che dovremmo farci oggi è semplice: quanto costerà da qui in avanti? Quanto potremo permetterci davvero di pagare per mangiare? E quanto il Governo è consapevole di quello che potrebbe accadere se una nuova crisi energetica dovesse tradursi ancora una volta in un aumento dei prezzi del cibo?

La guerra in Medio Oriente rischia di essere molto più di un conflitto regionale. È anche una guerra che attraversa uno dei nodi energetici più importanti del pianeta. Il Golfo Persico e lo stretto di Hormuz sono passaggi cruciali per il commercio globale di petrolio e gas. E questo si ripercuote immediatamente sul prezzo del cibo perché il sistema alimentare moderno dipende in modo profondo proprio da quell’energia: i fertilizzanti azotati sono prodotti a partire dal gas naturale, i trattori e le macchine agricole funzionano a gasolio, l’irrigazione richiede elettricità, le serre consumano energia per riscaldamento e illuminazione, il trasporto delle merci – dalle campagne ai porti, dai porti ai supermercati – dipende dal carburante. Quando il prezzo dell’energia aumenta, tutta la filiera diventa più costosa.

C’è poi un altro nodo meno visibile ma altrettanto decisivo: i fertilizzanti. L’Iran è tra i principali esportatori mondiali di urea, il fertilizzante azotato più utilizzato in agricoltura, con circa 7-8 milioni di tonnellate prodotte ogni anno e una quota che vale circa il 10% del commercio globale.
Non è un caso isolato: l’intera regione del Golfo Persico – tra Iran, Qatar, Arabia Saudita e Oman – rappresenta uno dei principali hub mondiali per la produzione di fertilizzanti azotati. Una parte significativa di queste esportazioni passa proprio dallo stretto di Hormuz.
Se quella rotta si blocca o rallenta, non si fermano soltanto le petroliere ma anche le navi che trasportano fertilizzanti. I prezzi hanno già iniziato a salire e questo accade proprio nel momento più delicato per gli agricoltori dell’emisfero nord, quando si acquistano i fertilizzanti per le semine primaverili.

Lo abbiamo già sperimentato di recente: nel febbraio del 2022 l’invasione russa dell’Ucraina ha provocato uno dei più forti shock recenti nei mercati agricoli globali. Russia e Ucraina rappresentano una quota molto rilevante del commercio mondiale di cereali e oli vegetali. L’Ucraina è tra i principali esportatori di grano, mais e olio di girasole. La Russia è uno dei maggiori produttori di fertilizzanti. Quando la guerra ha bloccato le esportazioni dal Mar Nero e ha fatto impennare i prezzi dell’energia, il sistema alimentare globale è entrato in tensione. I fertilizzanti sono diventati molto più costosi, i trasporti si sono rincarati e nel giro di pochi mesi i prezzi delle materie prime agricole sono saliti in tutto il mondo.

Il costo del cibo e la crisi dell’agricoltura 

Il rischio oggi è lo stesso: produrre cibo costerà di più. E quel costo arriverà sullo scontrino della spesa. Solo che quello stesso scontrino già costa molto di più. 

Lo diciamo spesso: oggi il cibo costa troppo e, allo stesso tempo, costa troppo poco. Costa troppo per milioni di famiglie che già oggi non si possono permettere una spesa adeguata. E costa troppo poco per remunerare quell’aggravio di costi che oggi rischia di essere scaricato quasi esclusivamente sulle spalle degli agricoltori. Perché il rischio attuale è molto concreto: gli agricoltori si troveranno di fronte a costi di produzione sempre più alti - ecco perché realtà come Legacoop Agroalimentare sottolineano che la guerra rischia di diventare un “moltiplicatore di costi” per l’intera filiera - e chiederanno qualche centesimo in più per i loro prodotti. Dall’altra parte, milioni di famiglie – già colpite dall’aumento dei prezzi – chiederanno al contrario di pagare qualche centesimo in meno alla cassa del supermercato. In mezzo la Grande distribuzione, schiacciata tra due pressioni opposte: chi produce e non riesce più a coprire i costi e chi consuma e non riesce più a sostenere l’aumento dei prezzi. E oggi la domanda torna inevitabile: se una nuova crisi energetica colpirà ancora una volta l’agricoltura, quanto peserà sulla vita degli agricoltori? E quanto ancora potrà reggere questo equilibrio sempre più fragile tra chi produce e chi compra il cibo?

In parte sta già accadendo e infatti il mondo agricolo è già in fibrillazione perché la crisi la tocca con mano: l’impossibilità di attraversare lo stretto di Hormuz starebbe già bloccando navi cariche di prodotti destinati ai mercati del Medio Oriente. Ci sono grandi quantità di frutta, in particolare di mele, ferme. E per un mercato come l’Italia che è il secondo produttore mondiale e uno dei principali esportatori, questo rischia di mettere in crisi una filiera importante. La sola Arabia Saudita rappresenta il terzo mercato di sbocco, con un valore di circa 70 milioni di euro, mentre l’intero Medio Oriente vale oltre 151 milioni per i produttori italiani. 

Ma le crisi non producono soltanto effetti economici. Producono anche effetti politici e speculazioni.

Chi specula sulla crisi?

Durante la guerra in Ucraina governi conservatori e lobby dell’agrobusiness hanno utilizzato la paura della carestia per chiedere di allentare i vincoli ambientali alla produzione agricola. In nome della sovranità alimentare, delle riserve strategiche e dell’autosufficienza – che in realtà in molti casi esiste già – si è iniziato a mettere in discussione alcune delle principali misure ecologiche europee. 

Oggi il copione rischia di ripetersi. E infatti, di fronte alle tensioni in Medio Oriente e al rischio di nuovi shock energetici, diverse organizzazioni del settore agroalimentare stanno già chiedendo nuove misure straordinarie. Oggi addirittura alcune organizzazioni agricole iniziano a parlare della necessità di creare riserve strategiche europee di materie prime agricole e input produttivi come fertilizzanti e mangimi per rendere il sistema agroalimentare meno vulnerabile agli shock geopolitici. Il fatto che si torni a parlare di riserve strategiche è, di per sé, molto significativo. Per decenni il sistema alimentare globale è stato costruito su un paradigma diverso: filiere lunghe, mercati aperti. L’idea era che il commercio globale avrebbe garantito approvvigionamenti stabili e continui. Le crisi degli ultimi anni stanno rimettendo in discussione questo paradigma. Prima la pandemia, poi la guerra in Ucraina e ora le tensioni in Medio Oriente hanno riportato al centro un tema che sembrava appartenere a un’altra epoca: la sicurezza degli approvvigionamenti. Non solo per l’energia, ma anche per il cibo.

E poi c’è un altro elemento che merita attenzione: la speculazione finanziaria. Le guerre sono anche momenti perfetti per la speculazione finanziaria sulle materie prime. Nei mesi successivi all’invasione russa i prezzi delle commodity agricole sono saliti rapidamente anche perché i mercati finanziari hanno iniziato a scommettere sulla scarsità di grano e cereali. La paura della carestia è un potente motore dei mercati.

Per molto tempo abbiamo dato per scontato che il cibo sarebbe sempre stato disponibile sugli scaffali dei supermercati, indipendentemente da ciò che accadeva nel mondo. Le crisi degli ultimi anni stanno dimostrando che non è così. Per questo oggi è importante tenere gli occhi aperti. Le crisi geopolitiche producono effetti reali sull’economia e sull’agricoltura, ma diventano anche momenti in cui si ridefiniscono gli equilibri politici e gli interessi economici. Il rischio che la nuova crisi venga utilizzata ancora una volta per giustificare speculazioni finanziarie e smantellamento delle politiche ambientali è concreto.

Il nostro compito è non smettere di indignarci, di continuare a guardare con orrore ciò che accade ma, allo stesso tempo, dobbiamo avere la capacità e la lucidità di aprire il frigorifero di casa e leggere la guerra lì dentro.

Le Origini della Pasticceria Siciliana


“Facciamo tutto a mano, partendo dalle sostanze naturali, dal latte, dalle zucche, dalle mandorle, dai pistacchi. I costi delle materie prime oggi sono proibitivi ed esigui sono i margini di guadagno. Svolgiamo quest’ attività per tenere aperta una finestra, sia pure protetta da grate, sul mondo che non ci è ostile e che dobbiamo pure amare.” (…da un’intervista ad una suora benedettina Palermo, Il Giornale di Sicilia, 5 ottobre 1981

- riportata nel libro “Mandorle amare”)

 

 


Esiste una tradizione della pasticceria conventuale in Sicilia che purtroppo va sparendo e che si esaurisce con la fine stessa delle suore ed è una tradizione che va conservata, va studiata poiché è una importante parte del patrimonio della cultura gastronomica siciliana.

Tutta la tradizione pasticcera in Sicilia sia conventuale, sia commerciale, sia casalinga si divide in due rami: il primo ramo è quello dei dolci più rustici, quelli più antichi in cui veniva utilizzato come dolcificante il miele o il vino cotto, cioè i dolcificanti conosciuti nel mondo classico, quello greco e quello romano.

Lo zucchero di canna, perché quello derivato dalla barbabietola da zucchero è di recente scoperta, è originario dell’India e fin tutto il periodo dell’impero romano, anche per le difficoltà che presentava il trasporto, venivano importate piccole quantità di zucchero di canna, utilizzato come sostanza medicamentosa e non per la preparazione di piatti dolci in cucina.

Spesso i nomi dei dolci rustici hanno radici che risalgono all’antichità, come per esempio i mustazzoli, che vengono preparati con il mosto cotto. Fra i dolci rustici, una specialità sono quelli ripieni come i nucatoli, i cuddureddi nome derivante dalla parola greca kollura, cioè focaccia, mentre altri biscotti venivano preparati e portati per le strade durante alcune festività. Tali ricette risalgono ad un periodo estremamente antico, a circa duemila anni fa e alcune di esse spesso continuano a sopravvivere nelle tradizioni e nelle festività di alcune località della Sicilia.

Dell’altro ramo della pasticceria siciliana fanno parte i dolci prodotti con lo zucchero di canna, portato in Sicilia dagli Arabi per poi proseguire il suo cammino dalla Sicilia in tutta Europa.

Lo zucchero ha delle caratteristiche diverse dal miele e dal vino cotto, poiché presenta un gusto dolce, ma non dà carattere e non dà sapore. 

Tuttavia lo zucchero possiede la proprietà fisica di cristallizzazione che permette di creare quelle ricette che, con il miele o il vino cotto, non sarebbe stato possibile realizzare, come per esempio: le cotognate, i confetti, i dolci con la glassa e la pasta di mandorle o marzapane.

Fino all’inizio dell’Ottocento in Sicilia non esistevano bar, pasticcerie e i dolci o venivano lavorati a casa o, se la famiglia ne aveva le possibilità economiche, venivano acquistati presso i numerosi conventi della città.

Testimonianze e memorie scritte da aristocratici raccontano che ogni casato nobile aveva un collegamento con un monastero a cui era particolarmente legato e anche quando arrivarono i pasticceri svizzeri come i Caflish a Palermo o i Caviezel a Catania, che aprirono le pasticcerie commerciali, gli aristocratici continuarono, per lungo tempo, a preferire i dolci, forse un po’ più semplici, un po’ meno professionali, prodotti nei conventi, anzi per loro diveniva una questione di onore familiare quella di fornirsi dalle monache.

C’è una leggenda che narra che le prime suore pasticcere furono le odalische, le schiave arabe dell’harem di Re Ruggero, convertite al cristianesimo ed entrate in monastero portando le ricette con loro. Ammesso che le arabe siano entrate in convento, ciò può essere avvenuto solo in qualità di serve, poiché la maggior parte dei monasteri, furono fondati da nobili per nobili. E’ possibile che questa leggenda sia connessa con quella della frutta martorana. La Martorana era un convento, che non esiste più, che sorgeva accanto alla omonima chiesa, fondata nel 1194 da Eloisa Martorana, nobildonna della corte normanna. In tale convento si suppone siano stati creati i primi dolci con la pasta di mandorle. Si racconta che la madre superiora, in attesa della visita del Vescovo per le festività pasquali, propose di lavorare la pasta di mandorle modellandola a forma di frutta da appendere negli alberi del chiostro del convento. Il fatto destò grande sorpresa e meraviglia, ma ancora di più quando venne gustata. Pare che non ci sia documentazione che attesta che in epoca normanna si facevano dolci nei monasteri. La prima notizia reperita per la Sicilia è del XVI secolo. Si tratta di un editto del Sinodo di Mazara del Vallo che proibiva la produzione delle cassate durante la Settimana Santa, perché tale lavoro distraeva le monache dai loro doveri religiosi. Mezzo secolo dopo, una lettera vescovile diceva che il monopolio della produzione della pasta di mandorle era delle monache di casa, cioè quelle religiose che pur prendendo i voti, non vivevano in convento, ma nelle loro case e il lavoro di pasticcere assicurava il loro “onesto vivere” cioè un reddito che consentiva loro di stare a casa senza intaccare il patrimonio di famiglia, anche se la maggior parte dei monasteri erano fondati per dare rifugio alle figlie che non si dovevano sposare.

Tra il Cinquecento e il Seicento venne aumentata moltissimo la dote richiesta per potersi sposare, evitando in tal modo di spezzettare il patrimonio delle grandi famiglie. Così la fortunata che andava in matrimonio era solo una di loro, mentre tutte le altre entravano in convento, portando una dote minore rispetto a quella che necessitava per sposarsi.

Quindi la vocazione religiosa c’entrava poco, ma a volte quella imposizione veniva accettata perché spesso le ragazze incontravano sorelle, zie, anche se non potersi scegliere un marito e non vivere una vita di società portava inevitabili rimpianti. Così un modo piacevole per farsi ricordare era quello di inviare regali di dolci, che divenivano merce di scambio e un modo per colmare favori di famiglia.

Il fare dolci divenne spesso, per le monache, uno stimolo alla creatività, però spesso diveniva motivo di rivalità tra esse, che si amplificava con la coabitazione, come venne descritto in numerose testimonianze ed in particolare come venne raccontato da Michele Palmeri di Miccichè, scrittore aristocratico siciliano, in esilio a Parigi, nei suoi libri di memorie del 1830 “Pensée set souvenirs historiques et contemporains”, seguito dopo pochi anni da “Moeurs de la Cour e des Peuples des deux Sicilies. Si tratta di due libri ricchi di ritratti ed aneddoti, di considerazioni sulle condizioni sociali della Sicilia e sui costumi della corte borbonica. Ma non è il solo, poiché ci sono tanti libri, diari e memorie, che costituiscono pezzi di storia della tradizione dei monasteri.

Giovanni Meli, abate vissuto alla fine del Settecento, poeta palermitano dialettale, scrisse una poesia dal titolo “Li cosi duci di li Batii”, nella quale elenca ventuno conventi nella sola Palermo, ognuno con la sua specialità di pasticceria.

Rimane da studiare, consultando gli archivi dei conventi, il ruolo svolto, nell’economia dei monasteri, dalla produzione dolciaria. Nell’immaginario popolare palermitano si ritiene che sia stato un momento di declassamento per i monasteri, quando cominciarono a vendere. Probabilmente nel Settecento i grandi monasteri commerciavano, come anche in tutta Italia i monasteri vendevano dolci di loro produzione, facilitati anche da esenzioni daziali sui loro prodotti. Divenne così una buona risorsa di reddito, sia per i monasteri piccoli, ma anche per quelli grandi, specie quando nel 1860 subentrarono le confische dei beni.

Un esempio di tutto ciò lo riscontriamo nell’Istituto San Carlo ad Erice, dove visse Maria Grammatico, un Istituto fondato nel 1617, laico gestito da suore che seguivano la regola del Terzo Ordine francescano, detta dei Penitenti, secondo la quale esse non appartenevano ad un ordine monastico, ma praticavano la vita claustrale e fu questa peculiarità che mise in salvo il convento dalla confisca dei beni e dalla soppressione da parte dello Stato nel 1866. Nel secolo scorso, svalutatesi le rendite, la comunità, composta da suore ed orfanelle ericine, si mantenne con la produzione e la vendita di dolci e biscotti. Nel libro Mandorle amare. Una storia siciliana tra ricordi e ricette” scritto in collaborazione con la signora Maria Grammatico, sono elencate ricette che hanno ventisei ingredienti basilari. Solo due, lo zucchero e la vaniglia si acquistavano, gli altri provenivano dalle terre dei monasteri. Per quando la storia della pasticceria monacale possa sembrare stravagante, in realtà non lo era. Le semplici suore spesso avevano molta fantasia. Con pochi ingredienti e molta creatività sono riuscite a produrre una grande varietà di dolci. Purtroppo molte di queste ricette stanno sparendo e io spero che l’interesse mostrato in questo convegno stasera, faccia che alcune di queste ricette siano salvate per la memoria presente e futura dei siciliani.


 


 


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