venerdì 27 febbraio 2026

Canna da Zucchero (cannamele - sugarcane)

 

Nell'ambito delle attività di competenza della Rete regionale Sistema della conoscenza e dell'Innovazione in Agricoltura nasce il gruppo tematico Cannamele finalizzato alla costituzione della strada della canna da zucchero Born in Sicily con un format a zero burocrazia e molto semplice e snello. Gruppo di esperti, appassionati, tecnici agrari, imprenditori che raccolgono informazioni storico, culturali, botaniche, agro-industriali per una maggiore consapevolezza del valore aggiunto di coltivare la Canna da Zucchero ovvero la Cannamele nel bacino del Mediterraneo specialmente in regioni vocate come la Sicilia


La canna da zucchero si ritiene sia originaria dell'Asia orientale e delle isole del Pacifico meridionale; l'inizio della sua coltivazione è estremamente antico e si perde nelle leggende della mitologia indiana. I Cinesi la ricevettero dall'Ovest in epoca non molto remota. I soldati di Alessandro Magno furono i primi Europei che videro questa pianta; il mondo greco-romano aveva di essa una nozione approssimativa. Erodoto e Teofasto parlano di un miele di canna, di un miele fatto dalla mano dell'uomo, diverso da quello delle api; Dioscoride (II, 104) menziona una specie di miele solido, che chiama σάκχαρον, che nell'India e nell'Arabia si trova sulle canne (εὑριςκόμενον ἐπὶ τῶν καλάμων); Plinio (XII, ne parla negli stessi termini. Gli Arabi, nell'epoca in cui s'insediarono nel Mediterraneo, importarono qui la canna da zucchero, e la coltura di essa fu fiorente, e continuò a esserlo per molti secoli, in Egitto, nella Spagna, in Sicilia. I Portoghesi nel 1420 la portarono in Madera e susseguentemente nelle Azzorre, nelle Canarie, nelle Isole del Capo Verde e nell'Africa occidentale. Colombo nel suo secondo viaggio la trasportò a San Domingo; nella prima metà del sec. XVI fu introdotta nel Messico, nel Brasile, nel Perù e in altri paesi americani. L'introduzione della canna nel Nuovo Mondo segna la decadenza della coltura di essa nel Mediterraneo, dove tuttora sussiste in piccola quantità nella Spagna in provincia di Granata; in Sicilia era ancora di una certa importanza sino alla seconda metà del sec. XVIII.
Oggi la coltivazione della canna è di grande importanza nei seguenti paesi. In Asia: Indie inglesi, Giava, Filippine, Formosa, Cina meridionale ed isole meridionali dell'arcipelago del Giappone. In Africa: Madera, Egitto, Natal e Zululand, Africa Orientale Portoghese, Maurizio e Riunione. In America: Stati Uniti (Luisiana principalmente, e qualche contrada in Arizona, Texas e Georgia), Messico e repubbliche dell'America Centrale, Antille, Guiana inglese e olandese, Venezuela, Brasile, Perù, Argentina, Paraguay. In Australia: Nuova Galles del Sud e Queensland, isole Figi e Hawaii. (bibliografia https://www.treccani.it/.../canna-da-zucchero.../)

Una valutazione critica del PEI-Agriv

 NinoSutera


  Molte risorse, poca innovazione reale

Il bilancio tracciato dalla Corte dei Conti europea sull’impiego di quasi 1 miliardo di euro destinato all’innovazione agricola tra il 2014 e il 2022 è severo: i progetti finanziati hanno generato risultati modesti, spesso marginali rispetto alle reali esigenze degli agricoltori, e in diversi casi si sono allontanati dall’obiettivo originario, sconfinando in ambiti industriali o di marketing.

Un potenziale non sfruttato

Il Partenariato europeo per l’innovazione in agricoltura (PEI-Agri) nasceva con un intento ambizioso: favorire la collaborazione tra agricoltori, ricercatori, consulenti e imprese per sviluppare soluzioni innovative capaci di migliorare produttività e sostenibilità.
Nonostante oltre 4.000 progetti finanziati, la Corte rileva che:

  • l’innovazione raramente è stata un criterio decisivo nella selezione dei progetti;
  • il coinvolgimento degli agricoltori è stato scarso e spesso formale;
  • molte iniziative non hanno prodotto innovazioni adottabili su larga scala.

Il giudizio è sintetizzato con chiarezza dal responsabile dell’audit, João Leão: gli strumenti messi in campo non hanno utilizzato al meglio le risorse, né hanno intercettato i bisogni concreti delle aziende agricole.





Le criticità emerse: selezione debole, scarsa adozione, poca agricoltura

1. Progetti poco agricoli

Quasi un terzo dei progetti analizzati presentava un legame tenue con l’agricoltura.
Alcuni esempi citati:

  • in Polonia, un progetto sulla produzione industriale di burro con impatto minimo sui produttori locali;
  • in Spagna, un’iniziativa finalizzata a migliorare il brand di una catena di supermercati, senza ricadute agricole significative.

Questi casi mostrano una deriva verso attività di trasformazione industriale o marketing, lontane dal mandato originario del PEI-Agri.

2. Innovazioni poco utili o troppo di nicchia

Oltre la metà dei progetti non ha generato innovazioni realmente utili o trasferibili.
Molti interventi:

  • non hanno prodotto effetti concreti;
  • rispondevano a esigenze troppo specifiche;
  • hanno beneficiato singoli soggetti più che il settore nel suo complesso.

3. Scarsa diffusione dei risultati

La Corte sottolinea una mancata strategia di divulgazione: solo la metà dei progetti ha condiviso le conoscenze prodotte, e solo 6 su 18 tra quelli considerati “utili” hanno portato a innovazioni adottate su larga scala.

4. Nessuna sinergia con i fondi di ricerca

Un dato particolarmente critico: nessuno dei 70 progetti esaminati ha utilizzato risorse del programma Orizzonte 2020, nonostante fossero disponibili 1,5 miliardi di euro per ricerca agricola e forestale.
La mancanza di integrazione tra fondi agricoli e fondi di ricerca ha limitato la qualità scientifica e l’impatto delle innovazioni.


Dove l’innovazione funziona: il caso virtuoso del riso a secco in Spagna

Tra le poche esperienze positive, la Corte cita la sperimentazione delle tecniche di semina a secco del riso in Spagna.
Il successo del progetto è attribuito a un fattore chiave: il coinvolgimento diretto e continuo degli agricoltori, che ha permesso di:

  • adattare la sperimentazione alle condizioni reali;
  • validare rapidamente i risultati;
  • estendere la pratica all’intera area agricola.

Questo caso conferma che l’innovazione agricola funziona quando nasce dalle esigenze del campo e non da logiche top-down.


Una lettura critica complessiva

Il quadro delineato dalla Corte dei Conti UE evidenzia un problema strutturale: l’innovazione agricola non può essere progettata senza gli agricoltori.
Il PEI-Agri, pur dotato di risorse ingenti e di un impianto teorico avanzato, ha sofferto di:

  • eccessiva burocratizzazione;
  • scarsa capacità di valutare il reale potenziale innovativo;
  • deriva verso progetti non agricoli;
  • assenza di integrazione con la ricerca scientifica europea.

In sintesi, il programma ha finanziato molte iniziative, ma ha prodotto poche innovazioni trasformative.
Il rischio è che l’innovazione diventi un’etichetta formale, più che un processo reale di cambiamento.


 

martedì 24 febbraio 2026

“Agricoltore Allevatore Custode dell’Agrobiodiversità”

 

Il D.M. 9 novembre 2023 n. 622857 e il marchio collettivo

Il Decreto Ministeriale 9 novembre 2023 n. 622857 rappresenta una delle più significative innovazioni normative italiane nel campo della tutela della biodiversità agricola. Con questo provvedimento il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste ha introdotto il marchio collettivo figurativo “Agricoltore Allevatore Custode dell’Agrobiodiversità”, con l’obiettivo di riconoscere, valorizzare e rendere visibile il ruolo strategico svolto dagli agricoltori e dagli allevatori custodi nella conservazione delle risorse genetiche locali a rischio di estinzione o erosione genetica.  

Il decreto approva anche il regolamento d’uso del marchio, definendo condizioni, requisiti e modalità di utilizzo, inserendolo in un quadro normativo più ampio che pone al centro la salvaguardia del patrimonio agricolo e alimentare nazionale.  


1. Il quadro normativo: la Legge 194/2015 e la biodiversità agricola

Il marchio nasce come attuazione della Legge 1° dicembre 2015 n. 194, che ha istituito il sistema nazionale per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare. Questa legge ha creato strumenti fondamentali, tra cui:

  • l’Anagrafe Nazionale della Biodiversità;

  • il Comitato permanente per la biodiversità di interesse agricolo e alimentare;

  • la Rete Nazionale per la conservazione delle risorse genetiche;

  • il Portale nazionale dell’agrobiodiversità.

Tali strumenti consentono di individuare, registrare e monitorare varietà vegetali, razze animali e microrganismi locali minacciati, favorendo azioni coordinate di conservazione e valorizzazione.  

In questo contesto il marchio collettivo diventa uno strumento di riconoscimento pubblico e istituzionale del lavoro svolto dai custodi della biodiversità.


2. Significato e finalità del marchio

Il marchio “Agricoltore Allevatore Custode dell’Agrobiodiversità” è definito come marchio figurativo e non commerciale, destinato ai servizi agricoli e zootecnici legati alla conservazione delle risorse genetiche. 

Le finalità principali possono essere sintetizzate in quattro dimensioni:

a) Riconoscimento istituzionale

Il marchio certifica il ruolo degli agricoltori e allevatori custodi come soggetti attivi nella tutela della biodiversità.

b) Valorizzazione economica e culturale

Rafforza la visibilità delle aziende impegnate nella conservazione di varietà e razze locali, aumentando la percezione del valore del loro lavoro.

c) Conservazione delle risorse genetiche

Sostiene la salvaguardia “in situ” e “on farm” di specie e varietà a rischio, mantenendole vive nei sistemi agricoli.

d) Comunicazione e sensibilizzazione

Favorisce la diffusione della cultura dell’agrobiodiversità tra cittadini, istituzioni e filiere agroalimentari.

Il decreto segna quindi una tappa strategica nella transizione verso modelli agricoli sostenibili e resilienti. 


3. Chi sono gli agricoltori e allevatori custodi

Gli agricoltori e allevatori custodi sono imprenditori agricoli, singoli o associati, che si impegnano a conservare nelle proprie aziende le risorse genetiche locali di interesse agricolo e alimentare a rischio di estinzione o erosione genetica.  

Il loro ruolo comprende:

  • conservazione di varietà tradizionali vegetali;

  • tutela di razze animali autoctone;

  • riproduzione e mantenimento delle popolazioni locali;

  • trasmissione delle conoscenze tradizionali;

  • presidio territoriale e prevenzione dell’abbandono rurale.

In questo senso i custodi non sono solo produttori ma veri presìdi culturali e ambientali, contribuendo alla resilienza dei territori e alla continuità delle tradizioni.


4. Modalità di utilizzo del marchio

L’uso del marchio è subordinato a una procedura precisa stabilita dal regolamento allegato al decreto. I passaggi principali includono:

  • iscrizione alla Rete Nazionale della Biodiversità;

  • dimostrazione dell’attività di conservazione in situ o on farm;

  • verifica dei requisiti da parte del Ministero;

  • autorizzazione formale all’utilizzo.

Il marchio deve sempre essere accompagnato dall’indicazione della specie, varietà o razza custodita e non può essere utilizzato su prodotti, etichette o packaging né integrato in denominazioni sociali o altri marchi. 

Queste regole garantiscono l’autenticità del riconoscimento e ne evitano usi impropri o commercializzazioni distorte.


5. Entrata in vigore e prospettive

Il marchio è operativo dal 1° gennaio 2026, mentre ulteriori decreti definiranno le modalità di controllo e monitoraggio del suo utilizzo.  

L’introduzione del marchio si inserisce nelle politiche europee e nazionali del Piano Strategico PAC 2023-2027, che attribuisce crescente importanza alla biodiversità agricola come fattore di sostenibilità, resilienza climatica e sicurezza alimentare.


6. Implicazioni strategiche per il sistema agricolo e territoriale

L’istituzione del marchio produce effetti che vanno oltre il riconoscimento simbolico.

Impatto agricolo

  • rafforza i sistemi sementieri locali;

  • incentiva la diversificazione produttiva;

  • sostiene l’agricoltura di piccola scala.

Impatto territoriale

  • contrasta l’abbandono rurale;

  • valorizza paesaggi agrari storici;

  • rafforza identità e filiere locali.

Impatto culturale

  • riconosce il sapere contadino;

  • collega biodiversità e patrimonio immateriale;

  • favorisce narrazioni territoriali (borghi, comunità, tradizioni).

In prospettiva, il marchio può diventare uno strumento di politiche territoriali integrate, dialogando con strategie come i sistemi del cibo locale,   i biodistretti e le reti dei borghi.


7. Valore politico e simbolico del marchio

Il decreto introduce un cambio di paradigma: la biodiversità agricola non è più solo oggetto di tutela scientifica, ma diventa una responsabilità sociale diffusa.

Il marchio afferma che:

  • la conservazione può avvenire nelle aziende agricole;

  • i custodi sono soggetti di interesse pubblico;

  • la biodiversità è infrastruttura strategica del futuro.

In questa prospettiva il marchio rappresenta un ponte tra politiche agricole, ambiente, cultura e sviluppo locale.


Conclusione

Il D.M. 9 novembre 2023 n. 622857 istituisce uno strumento innovativo che riconosce formalmente il ruolo degli agricoltori e allevatori custodi come attori centrali nella salvaguardia dell’agrobiodiversità italiana.

Il marchio “Agricoltore Allevatore Custode dell’Agrobiodiversità” non è soltanto un segno distintivo, ma un dispositivo di politica pubblica che:

  • valorizza chi conserva risorse genetiche locali;

  • rafforza la rete nazionale della biodiversità;

  • promuove modelli agricoli sostenibili;

  • contribuisce alla tutela del patrimonio culturale e territoriale.

Dal 2026 questo marchio potrà diventare uno dei simboli più rilevanti dell’agricoltura italiana orientata alla sostenibilità, alla sovranità alimentare e alla tutela delle identità locali, riconoscendo finalmente il valore dei custodi come protagonisti del futuro agricolo e dei territori rurali.

lunedì 23 febbraio 2026

PAC 2028-2024

Il presente documento offre una prima analisi delle proposte legislative della Commissione europea
relative al Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034 (QFP), pubblicate il 16 luglio 2025,
evidenziandone le implicazioni per le politiche settoriali, con particolare attenzione alla PAC.



In questa fase iniziale, si propone una lettura ragionata dell'allocazione delle risorse finanziarie
destinate alla PAC e alle politiche ad essa correlate (Coesione e Pesca), alla luce dell'impianto
programmatorio delineato dalla Commissione europea, che prevede l'unificazione di tali politiche in
un unico fondo europeo e l'adozione di uno strumento di programmazione integrato.

Il documento presenta, inoltre, una serie di spunti preliminari da sottoporre all'attenzione dei decisori
politici, in vista delle prossime fasi negoziali sia in sede di Consiglio Europeo (per il regolamento QFP),
sia in sede di Consiglio dell'Unione europea (per i regolamenti settoriali).

È opportuno sottolineare che, a causa della complessità del quadro regolamentare e del fatto che
alcuni testi, pur essendo stati pubblicati, risultano ancora incompleti e soggetti a revisione, l'analisi
proposta non può ritenersi esaustiva.

Va inoltre precisato che, in attesa dell'esplicitazione dell'obiettivo negoziale nazionale, gli spunti
contenuti nel presente documento si fondano sull'ipotesi che la posizione negoziale del Masaf miri alla
massimizzazione delle risorse PAC destinate all'Italia per il periodo 2028-2034, nonché alla
massimizzazione delle risorse per interventi non PAC (ma comunque a beneficio dell'agricoltura e delle
aree rurali) da intercettare nell'ambito delle risorse complessivamente attribuite all'Italia (si veda il
paragrafo 2.2 per ulteriori dettagli).

Alla luce di queste premesse, il documento deve essere considerato un "documento vivente", soggetto
a possibili aggiornamenti e integrazioni che saranno prodotti nel corso del negoziato, in funzione 
dell'evoluzione del contesto di riferimento. 

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mercoledì 18 febbraio 2026

Politiche locali del cibo e cooperazione allo sviluppo. Il ruolo dei partenariati territoriali


Autori

  • Geri Ciccarella, Beatrice Ferlaino, Marta Mosca,      Tamara Taher, Egidio Dansero



 Il legame tra cooperazione decentrata e politiche alimentari urbane risiede nelle affinità strutturali comuni. Entrambi i settori sono caratterizzati da un approccio multidimensionale e da un forte coinvolgimento multi-attoriale, operando in diversi settori tematici, livelli di governance e scale territoriali.

                             La cooperazione decentrata si sviluppa attraverso reti territoriali tra autorità locali del Nord e del Sud globale e  all’interno  dei  singoli  contesti  territoriali,  coinvolgendo  istituzioni  pubbliche,  organizzazioni  della  società  civile  e attori  privati  (Bottiglieri,  2018).  Analogamente,  le  politiche alimentari urbane si fondano su collaborazioni tra istituzioni, ONG, gruppi comunitari e settore privato, il cui coinvolgimento permette di affrontare la complessità dei sistemi alimentari e di costruire forme di governance inclusive ed efficaci. In questo quadro, iniziative internazionali quali il Milan Urban Food Policy Pact (MUFPP), l’Agenda 2030, la New Urban Agenda e i programmi FAO hanno ampliato in modo significativo il novero  degli  attori  coinvolti  nella  governance alimentare globale,  rafforzando  il  ruolo  delle  città  e  delle  reti  urbane come spazi di interazione tra dimensione locale e globale. Sia le politiche alimentari urbane sia la cooperazione decentrata della Sovranità Alimentare (MASAF). Come dimostra il ruolo svolto dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale  (MAECI)  nella  partecipazione  ai  gruppi  di lavoro del Food Systems Summit e la collaborazione con la FAO,  l’impegno  risulta  maggiormente  evidente  nell’ambito  della cooperazione allo sviluppo, dove la sicurezza alimentare rappresenta  una  priorità  consolidata  della  cooperazione italiana.In  questo  contesto,  la  cooperazione  decentrata  emerge come uno dei principali canali attraverso cui le PLC trovano riconoscimento e sostegno a livello nazionale. Attualmente, l’unico bando pubblico in Italia che esplicitamente menziona le  politiche  alimentari  locali  e  urbane  come  linea  guida  per  le  proposte  è  quello  pubblicato  dall’Agenzia  Italiana per  la  Cooperazione  allo  Sviluppo  (AICS)   destinato  agli  enti locali  (ai sensi dell’art. 25 della legge 125/2014) e alle organizzazioni della società civile e altri enti senza fini di lucro, registrati ai sensi dell’art. 26, comma 3, della stessa legge. Nel bando 2023, l’AICS ha introdotto, per la prima volta, un nuovo  approfondimento  dedicato  alle  politiche  alimentari   devono  essere  intese  come  processi  di  trasformazione di  lungo  periodo,  al  cui  centro  si  collocano  i  partenariati  territoriali come strumenti strategici per affrontare le sfide globali attraverso azioni radicate nel contesto locale (Bini et al., 2017). Le città e i territori italiani sono sempre più coinvolti nello sviluppo delle politiche locali del cibo (d’ora in avanti PLC) e  un  numero  crescente  di  regioni  italiane  sta  aderendo  al  dialogo   in   corso   sull’approccio   delle   politiche   alimentari   locali, in particolare Piemonte, Puglia e Toscana. Tuttavia, le PLC restano prevalentemente strumenti volontari, privi di un quadro nazionale strutturato e di finanziamenti dedicati, se non in relazione a specifici ambiti di intervento (es. ristorazione scolastica,  orti  urbani,  educazione  alimentare,  circuiti  di prossimità territoriale). Un ruolo rilevante è svolto da bandi progettuali a livello europeo e da iniziative promosse da attori filantropici che contribuiscono a sostenere sperimentazioni locali,   come   il   recente   bando   della   Compagnia   di   San   Paolo  riservato  ai  territori  di  Liguria  e  Piemonte.  A  livello  nazionale,  il  tema  non  è  stato  ancora  affrontato  in  modo programmatico   dal   Ministero   delle   Politiche   Agricole   e  locali  all’interno  della  più  ampia  area  tematica  dedicata  allo “sviluppo urbano integrato e sostenibile”, riservata agli enti  locali  come  soggetti  capofila,  segnando  un’evoluzione rilevante nelle strategie italiane di cooperazione allo sviluppo, frutto del confronto e della collaborazione con il Comune di Milano e con il MUFPP. Tra i progetti selezionati dal bando, ne sono stati finanziati quattro che sono dedicati strettamente al  settore  delle  urban  food  policies. In qualità di partner di ricerca, l’Università di Torino partecipa come partner in tre2progetti di cooperazione promossi da enti locali del Piemonte:1. “Balo  Kendo”  di  cui  la  Città  di  Chieri  è  capofila,  in partnership con Conakry in Guinea;2. “Akli  Baladi”  di  cui  la  Città  di  Torino  è  capofila,  in partnership con diversi comuni in Cisgiordania;3.   “RACINeS”  di  cui  la  Città  di  Torino  è  capofila,  in partnership con diversi comuni in Senegal.Questi  progetti  rappresentano  un’occasione  per  riflettere tanto  sulle  PLC  quanto  sulla  cooperazione  decentrata  e  nei  prossimi  tre  anni  permetteranno  all’università  di accompagnare l’implementazione di PLC in contesti diversi, arricchendo  così  l’analisi  dei  sistemi  del  cibo  di  prospettive  diverse.Quadro sintetico dei progettiI  tre progetti  vedono l’università  coinvolta  secondo forme, modalità  e  geometrie  diverse  fra  loro,  pur  lavorando  tutti attorno a questioni connesse con le PLC.Il  progetto  di  Balo  Kendö3  -  Rafforzamento  delle  politiche locali  e  promozione  dell’agricoltura  sostenibile  per  la sicurezza alimentare in Guinea Forestale - si concentra sul rafforzamento  della  pianificazione  locale  riguardo  al  tema del  cibo  e  sul  sostegno  all’agricoltura  sostenibile  in  Guinea  Forestale. Con il Comune di Cuneo come capofila, il progetto coinvolge un articolato partenariato istituzionale, accademico e associativo, sia italiano sia guineano  Tra i partner figurano Comune e la Prefettura di Kissidougou, università e istituti di  ricerca  (UniTo-CISAO,  ISAV  di  Faranah),  organizzazioni della società civile e reti di enti locali nazionali. Il progetto opera  nei  13  comuni  della  prefettura  di  Kissidougou,  in Guinea Forestale, un’area caratterizzata da forte dipendenza dall’agricoltura e da vulnerabilità socio-ambientali accentuate. L’ambito tematico di riferimento riguarda lo sviluppo urbano e territoriale sostenibile, con particolare attenzione alle politiche alimentari  urbane  e  rurali.  L’obiettivo  generale  del  progetto  è migliorare la sicurezza alimentare e rafforzare la resilienza delle comunità agricole ai cambiamenti climatici in Guinea Forestale, mentre l’obiettivo specifico consiste nell’aumento e nella diversificazione della produzione agricola resiliente, attraverso  il  rafforzamento  dei  processi  di  pianificazione locale nei comuni coinvolti. Tale impostazione si articola in tre risultati principali: i) l’attivazione di meccanismi inclusivi e sostenibili di consultazione e co-costruzione a supporto della pianificazione  locale;  ii)  la  creazione  o  l’aggiornamento  dei piani di sviluppo locale, orientati a sistemi agricoli e alimentari sostenibili; iii) il miglioramento delle condizioni di produzione agricola, mediante azioni pilota realizzate in 13 cooperative agricole.L’Università  di  Torino  in  questo  progetto  ha  il  ruolo  di accompagnare  attraverso  un  percorso  di  ricerca-azione partecipativa  in  collaborazione  con  i  partner  locali  e  con l’Università di Faranah, l’aggiornamento dei piani di sviluppo locale  e  il  loro  adattamento  per  rafforzare  le  pratiche politiche  in  favore  della  sicurezza  alimentare.  Si  costruirà un database territoriale, necessario per l’aggiornamento dei piani di sviluppo locale; si organizzeranno formazioni volte a definire e condividere una metodologia di consultazione e co-progettazione volta a rafforzare il coinvolgimento degli attori  locali;  e  si  creeranno  -  o  re-visioneranno  -  i  piani  di  sviluppo locale nei comuni periurbani e rurali della prefettura di Kissidougou. Questo percorso metodologico consente di integrare conoscenze scientifiche e saperi locali, rafforzando la legittimità e l’efficacia delle politiche territoriali. Accanto a queste azioni, l’università accompagnerà il progetto in modo trasversale  nel  definire  la  baseline  del  progetto  stesso  e monitorare gli avanzamenti.L’Università  di  Torino  -  CISAO  svolge  un  ruolo  trasversale sulle tre annualità di progetto articolato nelle fasi seguenti:1ª  fase:    diagnosi  di  base.  Obiettivo:  delineare  lo  stato dell’arte  e  identificare  la  baseline  di  progetto  al  fine  di orientarne le strategie.2ª      fase:      accompagnamento.   Obiettivo:   verificare/dettagliare i dati (approfondimenti quantitativi e qualitativi); accompagnare  l’implementazione  delle  strategie  e  delle attività,  in  particolare  nei  momenti  chiave  del  progetto (workshop, attività di formazione, ecc.). 3ª  fase:  capitalizzazione. Obiettivo: sistematizzare i dati e identificare/valorizzare le buone pratiche.Il progetto di Akli Baladi5 - Politiche alimentari locali per le città palestinesi - vede l’università coinvolta in una veste differente. Con  capofila  la  Città  di  Torino,  il  progetto  lavora  con  le municipalità di Gerico, Betlemme e Beit Jala in Palestina e ha l’obiettivo di rafforzare il ruolo delle città nella governance del cibo. Il partenariato si fonda su una collaborazione multilivello tra  attori  istituzionali  e  non  istituzionali,  valorizzando  il dialogo  tra  competenze  accademiche,  amministrazioni pubbliche e comunità locali. Anche in questo caso l’obiettivo generale del progetto è contribuire alla costruzione di sistemi alimentari urbani sostenibili, inclusivi e resilienti, rafforzando il ruolo delle politiche locali del cibo, declinato nell’obiettivo specifico di rafforzare la governance istituzionale nel settore alimentare delle municipalità palestinesi coinvolte.Le attività dell’Università di Torino nel progetto Akli Baladi si  strutturano  principalmente  attorno  al  rafforzamento delle  competenze  relative  alle  PLC  delle  amministrazioni locali, e del monitoraggio del progetto. La linea di intervento principale  riguarda  la  realizzazione  di  cinque  webinar rivolti alle amministrazioni pubbliche palestinesi e al team dell’Università  di  Betlemme,  con  l’obiettivo  di  orientare  i processi  di  definizione  delle  food  policy.  I  webinar  sono progettati combinando momenti di formazione teorica, curati da  UniTo,  con  sessioni  partecipative,  nelle  quali  il  sistema locale  del  cibo  viene  esplorato  a  partire  dalle  conoscenze, dalle  esperienze  e  dalle  pratiche  degli  attori  coinvolti. Questo  approccio  consente  di  integrare  saperi  accademici e conoscenze locali, favorendo una comprensione condivisa delle  dinamiche  del  sistema  alimentare  e  dei  suoi  principali  nodi  critici.  Infine  UniTo  definirà,  insieme  all’Università  di Betlemme,  uno  studio  di  pre-fattibilità  per  costruire  un una  rete  di  amministrazioni  locali  articolata  e  presente da diversi anni attraverso relazioni che connettono territori italiani  e  senegalesi.  Con  capofila  il  Comune  di  Chieri,  il progetto  vede  il  coinvolgimento  di  altri  7  comuni  italiani  (Asti,  Carmagnola,  Nichelino,  Mappano,  Candiolo,  Poirino, Granozzo  con  Monticello)  e  7  senegalesi  (Città  di  Dakar, i  comuni  di  Loul  Sassène,  Walaldé,  Kafountine,  Ronkh, Tivaouane Peulh, e Coubalan) connessi fra loro attraverso 7 ONG che mantengono i territori in relazione da diversi anni (C.I.F.A. ETS, APDAM – A proposito di altri mondi, CPAS – Comité Pavie  Asti  Sénégal,  ENGIM  Piémont,  NutriAid  International  ETS,  Association  RENKEN,  RE.TE.  ONG).  L’Università  di Torino, attraverso il CISAO è un partner centrale di questa collaborazione,  insieme  al  Ciheam  Bari,  Està  e  Slow  Food Italia  APS.  Questa  rete  multilocale  consente  di  integrare competenze accademiche, capacità istituzionali e conoscenze locali, promuovendo una governance alimentare inclusiva e territorialmente  situata.  L’obiettivo  generale  di  RACINeS  è contribuire a uno sviluppo territoriale sostenibile, inclusivo e resiliente, attraverso il rafforzamento dei sistemi alimentari locali  e  il  miglioramento  delle  strutture  di  governance  del  cibo.  Per  farlo  si  concentra  sulla  governance  e,  come  recita  Food  Metrics  Report  palestinese,  ossia  un  documento  di  analisi  dettagliata  del  sistema  alimentare  locale  volto  ad  accompagnare  le  azioni  di  governance.  Accanto  a  questi momenti formativi, UniTo realizza un webinar specificamente dedicato  al  team  dell’Università  di  Betlemme,  finalizzato alla condivisione degli strumenti e delle modalità operative dell’Atlante  del  Cibo,  il  principale  strumento  di  ricerca  sul  cibo  attraverso  cui  l’ateneo  torinese  opera  sul  territorio  piemontese. Questo momento di confronto è pensato per riflettere congiuntamente su come adattare tali metodologie ai  bisogni  e  ai  meccanismi  di  funzionamento  del  contesto locale palestinese e per co-progettare, insieme all’Università di Betlemme, le giornate di divulgazione scientifica previste nel corso del progetto.Infine, il progetto RACINeS 6-  Réseau  d’actions  coopératives  et inclusives vers de nouvelles politiques alimentaires locales au  Sénégal  -  è  un’iniziativa  di  cooperazione  decentrata che  mira  a  rafforzare  i  sistemi  alimentari  locali  attraverso approcci partecipativi, multilivello e territorialmente radicati. Il progetto coinvolge un ampio partenariato internazionale porterà  alla  mappatura  dei  sistemi  alimentari  locali  e all’identificazione  dei  loro  funzionamenti.  I  metodi  della ricerca-azione  partecipativa  -  adattati  secondo  i  contesti  - saranno  poi  impiegati  per  comprendere  le  problematicità dei sistemi alimentari dal punto di vista delle popolazioni in situazioni di vulnerabilità. Contemporaneamente alla ricerca, le amministrazioni locali di tutti i comuni coinvolti - senegalesi ed italiani - seguiranno dei corsi di formazione capitanati da Ciheam e Slow Food sulle PLC per acquisire competenze sul tema. Le azioni conclusive del progetto metteranno a frutto quelle precedenti e, a partire dalle prospettive emerse con la ricerca-azione partecipativa e con la ricerca di campo sui sistemi alimentari, e dalle elaborazioni delle amministrazioni pubbliche  durante  le  formazioni ad   hoc,   delle   strategie   politiche, delle linee guida o delle PLC saranno implementate nei  vari  comuni  senegalesi,  e  presentate  durante  l’evento  conclusivo.I tre progetti, per quanto costruiti su geometrie differenti, hanno in comune molti punti legati alla costruzione delle PLC e alle pratiche di governance rivolte al sistema del cibo. Fare riferimento a tre contesti diversi permette al gruppo UniTo di riflettere sulle PLC in modo dinamico e di comprendere come l’obiettivo  specifico,  si  prefigge  di  creare  e  consolidare  nei territori senegalesi coinvolti lungo i 3 anni di progetto PLC inclusive,  sostenibili  e  resilienti,  con  particolare  attenzione alle popolazioni in condizioni di vulnerabilità. Nell’ottica della cooperazione decentrata, i territori coinvolti da parte italiana in questi anni si formeranno sulle PLC e, accompagnando i loro  partner  senegalesi,  potranno  aver  accesso  a  strategie,  metodi  e  approcci  per  immaginare  anche  sui  loro  territori  come rafforzare il governo dei sistemi alimentari.L’Università di Torino in questo progetto ha un ruolo centrale: è  responsabile  del  Risultato  1  del  progetto  (“Rafforzare le  competenze  sulle  pratiche  di  governance  riferite  alle PLC  dei  comuni  coinvolti”)  e  per  farlo  combina  ricerca-azione  partecipativa,  formazione  e  azione  territoriale.  In partenariato  con  un  partner  di  ricerca  senegalese  -  ancora  da  identificare  formalmente  -  l’università  porterà  avanti un’azione di analisi dei sistemi alimentari locali nei comuni senegalesi coinvolti, e nel farlo condividerà con l’istituzione di   ricerca   partner   la   metodologia   sviluppata   negli   anni   dall’Atlante del Cibo di Torino per costruire un simile gruppo di ricerca a Dakar e stimolare la relazione fra università e amministrazioni  pubbliche  attorno  alle  PLC.  Quest’analisi questo paradigma si debba adattare diversamente ad ogni realtà  specifica  e  possa  essere  declinato  differentemente secondo priorità, bisogni e necessità riconosciute. Considerazioni finaliLa pluralità dei contesti territoriali entro cui si sviluppano le PLC sollecita una lettura teorica che ne metta in discussione la natura come strumenti trasferibili in modo standardizzato. In una prospettiva di policy mobility, le PLC possono essere interpretate   non   come   modelli   da   replicare,   ma   come   dispositivi che si riformulano nel loro processo di circolazione, adattandosi a priorità, assetti istituzionali e rappresentazioni del sistema del cibo differenti. I contesti locali non si limitano a ricevere le politiche, ma ne rinegoziano significati e funzioni, producendo   configurazioni   eterogenee  che   riflettono modi  diversi  di  concepire  il  rapporto  tra  cibo,  territorio  e  governance.In  questo  quadro,  anche  la  nozione  di  “popolazioni  in situazioni di vulnerabilità” si rivela intrinsecamente situata e relazionale. L’analisi comparata tra contesti potrà evidenziare come la vulnerabilità non costituisca una categoria universale e stabilmente definibile, ma un costrutto che prende forma in  relazione  a  specifiche  condizioni  socioeconomiche, politiche  e  ambientali.  Essa  emerge  dall’interazione  tra accesso alle risorse, posizionamento nei sistemi alimentari, riconoscimento  istituzionale  e  capacità  di  agency  degli attori coinvolti. Tale prospettiva invita a superare approcci essenzializzanti  e  a  considerare  la  vulnerabilità  come  un processo   dinamico,   prodotto   e   riprodotto   all’interno   di   relazioni di potere territorialmente situate.L’approccio della cooperazione decentrata offre un ulteriore livello  di  analisi,  consentendo  di  interrogare  le  modalità attraverso cui le relazioni tra amministrazioni pubbliche - e fra di esse e la società civile - si strutturano nello spazio e nel tempo. Le geometrie della cooperazione non sono date una volta per tutte, ma si configurano come esiti contingenti di traiettorie istituzionali, pratiche di collaborazione e relazioni di  fiducia  costruite  nel  lungo  periodo.  In  questo  senso, la  governance  del  cibo  può  essere  letta  come  un  campo relazionale  multilivello,  nel  quale  gli  assetti  istituzionali  si ridefiniscono attraverso l’interazione tra attori locali, nazionali e  reti  transnazionali  e  seguire  diversi  progetti  di  durata pluriennale  permetterà  anche  di  vedere  come  le  relazioni si strutturano attorno ad azioni specifiche, ma anche come l’implementazione dei progetti sia influenzata da dinamiche relazionali costruite nel tempo.Infine, la riflessione comparata su diversi contesti permette di  problematizzare  l’uso  delle  metodologie  di  ricerca  e di  ricerca-azione  partecipativa,  mettendone  in  luce  la dimensione non neutra e contestuale. L’applicazione di tali metodologie  in  ambienti  differenti  richiede  un  costante lavoro di adattamento e riflessività, volto a costruire quadri metodologici  capaci  di  mantenere  coerenza  analitica  pur nella diversità dei contesti. La ricerca-azione partecipativa si configura così come un processo aperto e situato, nel quale la  produzione  di  conoscenza  emerge  dall’interazione  tra ricercatori e attori locali, e nel quale i metodi stessi diventano oggetto di negoziazione e ridefinizione di paradigmi, chiavi analitiche e prospettive


sabato 14 febbraio 2026

“Cena Siciliana – Show Dinner” a Rimini

 La Sicilia protagonista ai Campionati della Cucina Italiana 2026: a Rimini “Cena Siciliana – Show Dinner” dell’Unione Regionale Cuochi Siciliani  

 


La Regione Siciliana, con i prodotti della sua agricoltura e del suo mare, sarà protagonista ai Campionati della Cucina Italiana 2026, in programma dal 15 al 17 febbraio nell’ambito di Beer&Food Attraction presso la Fiera di Rimini, con un’iniziativa dedicata alla valorizzazione dell’eccellenza enogastronomica dell’Isola. Evento centrale sarà in serata la “Cena Siciliana” con formula “Show Dinner”, in programma lunedì 16 febbraio 2026 nell’area istituzionale di “Casa FIC”, intra salone, spazio di riferimento per l’ospitalità e la ristorazione della manifestazione. Una serata che unirà degustazione, spettacolo culinario e racconto identitario, rivolta a un pubblico qualificato di chef concorrenti e ristoratori, giudici di gara, operatori del settore e media specializzati. Lo “Show Dinner” prevede una cena per oltre 300 ospiti, organizzata in isole tematiche, con piatti realizzati esclusivamente con prodotti agroalimentari siciliani certificati e territoriali: DOP, IGP, DOC e PAT in abbinamento a specie ittiche della pesca costiera e vini della tradizione isolana. Le preparazioni saranno accompagnate da momenti di storytelling e materiali informativi dedicati. L’iniziativa sarà curata dall’Unione Regionale Cuochi Siciliani (URCS), con la presenza del Presidente Rosario Seidita, e coordinata dal dirigente nazionale chef Seby Sorbello, noto professionista di Zafferana Etnea, da anni impegnato nella valorizzazione della cucina siciliana e delle sue eccellenze. Insime agli chef dell’URCS e con il supporto della Nazionale Italiana Cuochi, la serata offrirà un viaggio gastronomico attraverso i territori dell’Isola. A completamento dell’azione promozionale un intervento istituzionale di circa 10 minuti sul palco centrale dei Campionati, dedicato alle produzioni e alle tradizioni enogastronomiche siciliane. L’iniziativa mira a rafforzare l’immagine della Sicilia come terra di eccellenze enogastronomiche, promuovendone l’identità culinaria a livello nazionale e internazionale e favorendo nuove opportunità di sviluppo per le filiere regionali, attraverso la cucina come linguaggio universale di cultura, qualità e identità.


 

venerdì 13 febbraio 2026

Il cibo è un diritto umano per tutti. Firma anche tu

           La Rete Nazionale dei Borghi   DeCo insieme a 250 associazioni europee ha aderito all'Iniziativa 


 Abbiamo bisogno del tuo aiuto per cambiare il sistema.



In Europa, milioni di persone vivono in povertà alimentare, mentre una parte di chi produce non riesce a vivere del proprio lavoro e la sostenibilità viene compromessa dalla mancanza di volontà politica. Il cibo è un diritto umano fondamentale, ma oggi non è ancora così nell'Unione Europea.
Il nostro obiettivo è raccogliere 1 milione di firme in tutta l'UE per garantire a ogni cittadino e a ogni cittadina i più alti standard di qualità alimentare e proteggere la salute delle persone, il pianeta e i diritti di chi produce in modo sostenibile e giusto. Vogliamo che l'UE adotti politiche che assicurino la transizione verso sistemi alimentari agroecologici dove il cibo sia sufficiente, sicuro, sostenibile e nutriente per tutti. Il cibo deve, quindi, concretizzarsi come un diritto politico, economico e sociale esigibile da tutti e tutte.

Come puoi fare la differenza oggi?
1. FIRMA ORA: Bastano meno di due minuti. La tua firma verrà raccolta direttamente sul sito protetto della Commissione Europea.

2. DIFFONDI LA VOCE: Condividi questa iniziativa con i tuoi contatti. Più siamo, più forte sarà la nostra voce al Parlamento Europeo.

 

Il cibo è prezioso, ma non può essere un lusso. Insieme, possiamo costruire una rivoluzione alimentare che metta la dignità umana al centro delle politiche europee.

 
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Mercosur al traguardo, tra opportunità e criticità

 

 Mercosur al traguardo, tra opportunità e criticità

Nell’ora più buia per l’Europa si avvicina a grandi passi il sì all’accordo Mercosur. L’approvazione formale  la firma è fissata per lunedì prossimo, quando von der Leyen volerà in Paraguay.

Concepito un quarto di secolo fa, il Mercosur è in stallo a causa della netta opposizione della Francia, a cui si è aggiunta la contrarietà della Polonia e degli altri del gruppo Visegrad (Cechia, Slovacchia e Ungheria), ricompattato per l’occasione.  

Il «negoziatore più trasparente del mondo», come si definisce la Commissione europea, si scopre ancora una volta meno coerente di come vorrebbe apparire.

Il Parlamento europeo, nel 2020 con una risoluzione non vincolante ha affermato che «non può ratificare« l’accordo di liberalizzazione commerciale tra l’Ue e i Paesi del Mercosur – Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay – «nella forma attuale» perché i capitoli dedicati allo sviluppo sostenibile, al lavoro, all’ambiente e all’implementazione dell’Accordo di Parigi sul clima sono deboli.

Ma Greenpeace, entrata in possesso del testo secretato dell’Accordo «politico» di Associazione, che fa parte del trattato Ue-Mercosur e che poteva fornire una cornice più stringente e positiva alle nuove relazioni tra i due blocchi, ha scoperto che invece esso è ancora più vago e declamatorio, nel campo dei diritti, di quanto non sia la sua parte già nota dedicata al commercio.

La versione dell’Accordo di associazione, pubblicata sul sito trade-leaks.org, data 18 giugno 2020: quando, cioè, diversi governi dell’Unione, a partire da quello francese e olandese, avevano già avanzato solidi dubbi sull’opportunità di spingere su un aumento dei flussi commerciali tra le parti.

Gli impatti ambientali e sociali sui Paesi coinvolti in termini di deforestazione in Amazzonia, di pressione sulle popolazioni indigene, di estensione delle attività agro-zootecniche intensive e estrattive di sfruttamento del lavoro e, più in generale, sul livello di emissioni globale, erano già stati evidenziati e denunciati non soltanto da centinaia di organizzazioni sociali, indigene e sindacali di entrambe le parti, unite nella campagna #StopEu-Mercosur, ma anche da una commissione indipendente di esperti insediata da Macron cui si sono aggiunte le voci contrarie del governo dell’Austria, dell’Irlanda e del Lussemburgo.

 

Il trattato di libero scambio con i paesi del Sudamerica è invece sostenuto da Germania e Spagna per prime. Per portare a termine l’accordo, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha fatto leva sull’Italia, che a dicembre si era schierata con Parigi lasciando però margini alla trattativa, spalancando le porte alle richieste del governo italiano, vero e proprio ago della bilancia.

Messa in condizione di forza, l’Italia ha perfino alzato la posta. Ieri il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha chiesto e ottenuto dal commissario al Commercio Maros Sefcovic di sospendere l’applicazione del meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, il cosiddetto Cbam, per i fertilizzanti importati nell’area Ue. La concessione, avvenuta nel corso della riunione straordinaria dei ministri dell’Agricoltura, fa seguito a una lettera in cui Lollobrigida metteva in guardia dal rischio di aumenti del costo dei fertilizzanti per gli agricoltori europei, chiedendo quindi di accantonare la stringente normativa ambientale europea.

La veloce capitolazione di Bruxelles fa seguito alla mano tesa che la presidente della Commissione aveva già offerto all’Italia il 6 gennaio quando aveva aperto alla possibilità di anticipare, dal 2032 al 2028, 45 miliardi di euro destinati al mondo rurale nel quadro del bilancio Ue post 2027. Un trucchetto contabile, in realtà, dato che non di fondi aggiuntivi si tratta, ma semplicemente del via libera a maggiore flessibilità nell’utilizzo dei soldi da parte dei governi nazionali. Nulla viene modificato dell’architettura complessiva del futuro bilancio Ue, che accorpa Politica agricola Comune (Pac) e Coesione sotto una voce unica, così che dare più soldi all’uno significa ridurre all’altro.

Il gioco dei 45 miliardi ha comunque convinto il governo. Uscendo dal meeting straordinario di ieri, Lollobrigida sottolinea che il rinvio della firma imposto a dicembre dall’Italia serviva a ottenere garanzie, tra cui quelle di reciprocità nell’accordo commerciale, ma che ormai di ostacoli non ce ne sono più. «D’altronde abbiamo sempre detto che per noi il Mercosur è un’ottima occasione», conferma il ministro. Gli fa eco la filogovernativa Coldiretti, quando ringrazia il governo italiano per aver strappato un aumento di 10 miliardi in favore del mondo rurale italiano con i fondi Pac del prossimo ciclo.

Se canta vittoria anche il Ppe, famiglia politica di riferimento per gli agricoltori europei prima e ancora più dei gruppi di destra, resta invece forte l’opposizione di almeno una parte delle associazioni agricole. I contadini belgi saranno i primi a scendere in piazza, nella capitale europea, tra giovedì e venerdì, promettendo di ripetere le proteste dello scorso 18 dicembre in occasione di un vertice dei leader dedicato, in realtà, soprattutto alla questione Ucraina. Da parte sua, il governo francese proverà a bloccare l’accordo fino all’ultimo momento possibile, come promette la ministra dell’Agricoltura Annie Genevard. Però, con l’Italia a bordo, la maggioranza a favore del Mercosur ormai è cosa fatta. E von der Leyen potrà alzare il suo piccolo trofeo commerciale, oltretutto nel cortile di casa di Trump. Proprio mentre la nuova dottrina Monroe e la politica della forza di Washington incendiano di equilibri transatlantici.

giovedì 12 febbraio 2026

INVITO Fattori chiave per i modelli di business in agroecologia Living Lab e infrastrutture di ricerca - 17a conversazione sull'agroecologia

 

 

 Mercoledì 25.02.2026,

13:00 - 14:00 
 Zoom 

 

                      AGROECOLOGY, il partenariato europeo "Accelerare la transizione dei sistemi agricoli: Living Lab e infrastrutture di ricerca per l'agroecologia", è un progetto europeo di ricerca e innovazione su larga scala tra la Commissione europea e 26 Stati membri, Paesi associati e Paesi terzi. AGROECOLOGY sosterrà un settore agricolo in grado di soddisfare gli obiettivi e le sfide del cambiamento climatico, della perdita di biodiversità, della sicurezza e sovranità alimentare e dell'ambiente, garantendo al contempo un'attività redditizia e attraente per gli agricoltori. Sono necessari cambiamenti radicali per rendere il settore agricolo più sostenibile, resiliente e reattivo alle esigenze della società e delle politiche. L'agroecologia si basa sulle interazioni naturali e biologiche, utilizzando al contempo scienza, tecnologia e innovazione all'avanguardia basate sulla conoscenza degli agricoltori.

Le Conversazioni sull'Agroecologia costituiranno il primo passo verso il rafforzamento dei sistemi di conoscenza e innovazione agricola (AKIS) per la transizione all'agroecologia, facilitando i collegamenti tra Living Lab e attori delle infrastrutture di ricerca in tutta Europa. Le conversazioni online sull'agroecologia si svolgeranno con cadenza mensile per tutta la durata del partenariato e consentiranno la mobilitazione e il networking degli attori dell'agroecologia in tutta Europa e oltre.

Qui potete trovare il programma dettagliato e le informazioni sull'evento.

L'evento si terrà virtualmente . Dopo la registrazione, riceverai il link Zoom via email.

Per registrarsi all'evento, compilare il modulo di registrazione:


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