La scadenza era fissata per il primo settembre 2026, ma a quasi un mese di distanza l'Italia non risulta aver ancora consegnato alla Commissione Europea il proprio Piano Nazionale di Ripristino della Natura (Pnr), il documento con cui Roma deve spiegare come intende dare attuazione alla Nature Restoration Law.
Che qualcosa non fosse andato secondo i programmi era diventato evidente già il 9 settembre scorso. Rispondendo a un'interrogazione alla Camera, il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin aveva infatti dichiarato che l'Italia stava ancora "finalizzando il proprio Piano Nazionale di Ripristino", specificando che il documento era in fase di concertazione con gli altri ministeri.
Eppure la macchina era partita mesi prima. Il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase) aveva pubblicato una prima bozza del Pnr il 23 aprile scorso, aprendola alla consultazione pubblica. Una versione aggiornata era arrivata il 15 maggio scorso e la raccolta delle osservazioni, inizialmente prevista fino al 9 giugno scorso, era stata prorogata al 24 giugno scorso. Secondo il cronoprogramma ufficiale, la consegna del Piano alla Commissione sarebbe dovuta avvenire entro il primo settembre scorso.
Un termine che l'Italia ha dunque mancato (insieme ad altri venti Paesi Ue) e che apre ora una fase di incertezza. Soprattutto perché il Pnr non riguarda solamente boschi, fiumi, zone umide o aree protette. Dentro ci sono anche i campi coltivati, i pascoli e, più in generale, il modo in cui nei prossimi decenni verranno gestiti gli ecosistemi agricoli. Ma facciamo un passo indietro.
Che cos'è la Nature Restoration Law?
Per capire perché il Piano sia importante per il settore agricolo bisogna fare un passo indietro. La Nature Restoration Law, diventata il Regolamento (Ue) 2024/1991, nasce da una proposta presentata dalla Commissione Europea nel giugno 2022 nell'ambito della Strategia Europea per la Biodiversità.
L'obiettivo generale è ambizioso: mettere in campo misure di ripristino che coprano, nel complesso dell'Unione Europea, almeno il 20% delle superfici terrestri e marine entro il 2030, per arrivare entro il 2050 a intervenire su tutti gli ecosistemi che necessitano di ripristino. Per gli habitat interessati dal Regolamento e che si trovano in cattive condizioni sono poi previste percentuali progressive di ripristino: almeno il 30% entro il 2030, il 60% entro il 2040 e il 90% entro il 2050.
Ripristinare, però, non significa necessariamente riportare un territorio ad una ipotetica condizione naturale precedente all'intervento dell'uomo. Significa invece migliorare la qualità degli ambienti dal punto di vista, ad esempio, della biodiversità, della qualità del suolo o delle acque. È proprio per stabilire dove e come intervenire che il Regolamento obbliga ogni Stato membro a predisporre un Piano Nazionale di Ripristino.
Agricoltura, tre indicatori da tenere d'occhio
Il settore primario entra direttamente nel Regolamento attraverso l'articolo dedicato agli ecosistemi agricoli. Gli Stati devono adottare misure affinché, a livello nazionale, si registri un andamento crescente per almeno due di tre indicatori: l'indice delle farfalle dei prati, lo stock di carbonio organico nei suoli minerali coltivati e la percentuale di superficie agricola caratterizzata da elementi paesaggistici ad alta diversità.
A questi si aggiunge il Farmland Bird Index, l'indicatore che misura l'andamento delle popolazioni di uccelli legati agli ambienti agricoli, per il quale il Regolamento stabilisce specifici obiettivi di miglioramento.
Nella bozza italiana messa in consultazione a maggio scorso la scelta era caduta su farfalle ed elementi paesaggistici ad alta diversità, lasciando invece fuori lo stock di carbonio organico dei suoli. Una scelta non secondaria, visto che proprio il carbonio potrebbe rappresentare per le aziende agricole non solamente un parametro ambientale, ma anche una possibile fonte di reddito attraverso lo sviluppo del carbon farming.
La questione degli elementi paesaggistici riguarda siepi, filari, fasce tampone, fossi, muretti a secco, alberi isolati e altri elementi non produttivi che possono contribuire ad aumentare la biodiversità nelle aree agricole. La loro diffusione, conservazione e gestione potrebbe quindi assumere un peso crescente nelle politiche dei prossimi anni.
Ma il Regolamento non stabilisce che ogni azienda debba automaticamente destinare una determinata percentuale della propria superficie a questi elementi. Durante il negoziato europeo è stata infatti eliminata la proposta che aveva fatto maggiormente discutere il mondo agricolo, relativa a un obiettivo del 10% di superficie agricola con elementi caratteristici del paesaggio ad alta diversità.
Dalla pianura alla montagna, problemi differenti
Anche perché parlare genericamente di "agricoltura" rischia di essere fuorviante. Nelle aree ad agricoltura intensiva il ripristino può tradursi nel recupero di elementi del paesaggio, nell'aumento della biodiversità, nella protezione del suolo e nella creazione di corridoi ecologici. In questo contesto pratiche come cover crop, agricoltura conservativa e rigenerativa o una migliore gestione degli input possono contribuire agli obiettivi ambientali, anche se non sono automaticamente obblighi imposti dalla Nature Restoration Law.
Completamente diverso è il problema nelle aree interne e montane, dove la principale minaccia può essere invece l'abbandono. Pascoli, prati e alcuni habitat seminaturali dipendono infatti dalla presenza dell'uomo e delle attività agrozootecniche. Senza allevatori e agricoltori il rischio è che scompaia quel mosaico di ambienti che la stessa normativa europea punta a tutelare.
A complicare ulteriormente il quadro ci sono poi i corsi d'acqua. Nella bozza italiana sono previste misure sulla connettività fluviale e sulla rinaturalizzazione, un tema che ha già sollevato preoccupazioni in comparti come la risicoltura e la pioppicoltura e, più in generale, nelle aziende che operano nelle aree perifluviali.
Chi paga il ripristino?
È probabilmente questa la domanda che interessa maggiormente gli agricoltori. La normativa europea permette di utilizzare diversi strumenti finanziari, compresa la Politica Agricola Comune, ma proprio il rapporto tra Pnr e Pac rappresenta uno dei punti più delicati. Se le misure di ripristino dovessero essere finanziate prevalentemente attraverso risorse già destinate all'agricoltura, il rischio percepito dal settore è quello di dover raggiungere nuovi obiettivi senza disporre di risorse realmente aggiuntive.
Nella bozza italiana è emerso inoltre il tema della revisione delle sovvenzioni pubbliche considerate potenzialmente dannose rispetto agli obiettivi del Regolamento. Nel dibattito sono così finite anche le agevolazioni fiscali sui carburanti agricoli e gli incentivi collegati all'impiego di fertilizzanti e prodotti fitosanitari.
Questo, però, non significa che Bruxelles abbia deciso di eliminare il gasolio agricolo agevolato o vietare fertilizzanti e agrofarmaci. Si tratta di questioni che dovranno essere definite nell'attuazione nazionale e che rendono ancora più importante conoscere il testo che il Governo sta mettendo a punto.
Le associazioni agricole: "Non scaricare i costi sulle imprese"
Le organizzazioni agricole guardano con preoccupazione soprattutto ai possibili costi per le aziende e alle modalità con cui gli obiettivi europei saranno tradotti nel Piano italiano.
Confagricoltura, intervenuta direttamente sulla bozza del Pnr, ha criticato i tempi e le modalità della consultazione e ha posto l'attenzione sulle misure per la connettività fluviale e la rinaturazione dei corsi d'acqua, considerate delicate soprattutto per risicoltura, pioppicoltura e aziende delle aree perifluviali. Ha inoltre chiesto un coinvolgimento del settore agricolo anche nelle successive fasi di attuazione del Piano.
Cia - Agricoltori Italiani, già durante l'iter europeo, aveva invece messo in guardia dal rischio di nuovi oneri e di una riduzione del potenziale produttivo, chiedendo risorse adeguate per il ripristino senza sottrarre fondi alla Pac.
Più critica Coldiretti, che aveva definito la Nature Restoration Law una legge "ideologica", pur riconoscendo che il testo definitivo è meno impattante sull'agricoltura rispetto alla proposta iniziale, grazie alla modifica o all'eliminazione di alcune delle misure più contestate, come l'obiettivo del 10% delle superfici agricole con elementi paesaggistici ad alta diversità.
Una legge europea, votata dagli europei
Nel dibattito sulla Nature Restoration Law ricorre spesso l'idea di una normativa "imposta da Bruxelles". Una definizione che rischia però di semplificare eccessivamente il funzionamento delle istituzioni comunitarie.
Il Regolamento è stato infatti approvato attraverso la procedura legislativa ordinaria dell'Unione Europea. La Commissione ha presentato la proposta nel giugno 2022, il testo è stato discusso e modificato dal Parlamento Europeo e dal Consiglio, le due istituzioni hanno raggiunto un accordo politico e il Parlamento lo ha infine approvato in prima lettura il 27 febbraio 2024. Il Consiglio, dove siedono i rappresentanti dei Governi degli Stati membri, ha dato il via libera definitivo il 17 giugno successivo.
Non è stata una votazione scontata. Al Parlamento Europeo il testo concordato con gli Stati membri è passato con trecentoventinove voti favorevoli, duecentosettantacinque contrari e ventiquattro astensioni. A sostenerlo furono soprattutto i Socialisti e Democratici (S&D), Gruppo di cui fa parte il Partito Democratico, i Verdi/Ale e The Left, mentre anche la maggioranza di Renew Europe votò a favore. Tra gli italiani sostennero il provvedimento anche gli eurodeputati del Movimento 5 Stelle, che all'epoca sedevano tra i non iscritti. Sul fronte opposto si schierarono invece in larga maggioranza il Partito Popolare Europeo (Ppe), di cui fa parte Forza Italia, i Conservatori e Riformisti Europei (Ecr), a cui aderisce Fratelli d'Italia, e Identità e Democrazia (Id), Gruppo di cui faceva parte la Lega.
È significativo proprio il caso del Ppe. La principale famiglia politica del centrodestra europeo si oppose alla legge, ma non in maniera compatta: venticinque popolari votarono comunque a favore. La Nature Restoration Law è quindi il risultato di una maggioranza parlamentare trasversale composta soprattutto da socialisti, verdi, liberali e sinistra, alla quale si aggiunsero alcuni popolari e parlamentari non iscritti.