giovedì 18 giugno 2026

LA STRATEGIA EUROPEA “RIGHT TO STAY” Il diritto di rimanere nelle aree rurali italiane".

 
La Strategia europea “Right to Stay – Your Region, Your Future” si colloca tra le iniziative con cui la Commissione europea intende affrontare le crescenti disuguaglianze territoriali, demografiche e sociali che attraversano molte regioni dell’Unione.

 

Il suo punto di partenza è semplice, ma tutt’altro che scontato: restare in un luogo, oppure sceglierlo come spazio di vita, deve poter dipendere da una possibilità concreta e non dall’assenza di alternative. In questa prospettiva, il diritto di rimanere non riguarda soltanto la mobilità delle persone, ma la capacità dei territori di offrire condizioni di vita, lavoro e cittadinanza tali da rendere praticabile un progetto di futuro. La Commissione ha avviato il percorso preparatorio della Strategia il 6 maggio 2026, aprendo una fase di ascolto e raccolta di evidenze destinata a confluire nell’iniziativa prevista entro la fine dell’anno. Nel contesto italiano, il tema assume una particolare rilevanza per il peso che i divari territoriali continuano ad avere nelle aree rurali, interne, montane e periferiche, dove il declino demografico si intreccia spesso con la rarefazione dei servizi, la debolezza delle opportunità occupazionali e la difficoltà di costruire percorsi di vita stabili, soprattutto per i più giovani. In questo quadro, il CREA, attraverso “l’Osservatorio sullo sviluppo locale nelle zone rurali” della Rete Nazionale PAC, ha costruito un percorso di lavoro finalizzato a elaborare un contributo nazionale italiano alla consultazione europea. La consultazione promossa dalla Rete PAC si inserisce in una fase particolarmente delicata del dibattito europeo, segnata dal confronto sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 e dalla ridefinizione degli strumenti per le politiche territoriali del prossimo ciclo. Per questa ragione, i contributi raccolti non hanno solo un valore testimoniale, ma concorrono a mettere a fuoco questioni che potranno contribuire all’impostazione delle future politiche rivolte alle aree rurali e ai territori fragili, quali: il ruolo dello sviluppo locale partecipativo, l’integrazione tra fondi e strumenti, la qualità dei servizi di prossimità, il sostegno all’occupazione e all’imprenditorialità, la valorizzazione delle risorse locali e delle forme di cooperazione territoriale già sperimentate nei contesti italiani. In questo dossier confluiscono le prime analisi sulle dinamiche socio-economiche delle zone rurali italiane  

DOSSIER

 

mercoledì 17 giugno 2026

Verso la PAC che verrà




















 

addio al ministero agricoltura svolta in danimarca.

 

 Svolta storica a Copenaghen: cancellato dopo 130 anni lo storico dicastero per fare spazio alla tutela ecologica e al benessere animale.

La tutela ambientale e il benessere animale non sono più temi marginali, ma priorità di governo. In un’Europa che affronta una profonda crisi climatica e la perdita di biodiversità, la Danimarca ha compiuto una scelta senza precedenti: archiviare lo storico Ministero dell’Agricoltura per sostituirlo con il nuovo Ministero per la Natura e il Benessere degli animali.

Il modello danese: la natura prima della produzione

Annunciata dalla premier Mette Frederiksen, la riforma cancella un dicastero rimasto attivo per 130 anni. Le competenze del vecchio settore agricolo sono state parcellizzate tra cinque diversi ministeri, ridisegnando la direzione del settore primario. Al nuovo ministro Christian Rabjerg Madsen spetta il compito di guidare la transizione verde e coordinare “l’Accordo Tripartito Verde”. L’ambizioso piano prevede lo stanziamento di 3 miliardi di corone danesi (circa 401 milioni di euro) per convertire centinaia di migliaia di ettari di terreni agricoli in aree protette e parchi naturali entro il 2030.

La vera sfida riguarderà la ristrutturazione dell’industria suinicola. La Danimarca è tra i maggiori esportatori globali di carne di maiale, ospitando una popolazione di suini cinque volte superiore a quella umana. Il nuovo ministero dovrà contrastare le criticità degli allevamenti intensivi e pratiche controverse come il taglio della coda ai suinetti, mettendo il benessere animale al centro dell’agenda politica e svincolando la tutela degli ecosistemi dagli interessi economici dell’industria.

One Health

La ristrutturazione istituzionale intrapresa a Copenaghen non rappresenta una scelta isolata, ma si inserisce pienamente nella cornice di “One Health”, l’approccio integrato e unificante promosso dall’OMS per bilanciare e ottimizzare in modo sostenibile la salute di persone, animali ed ecosistemi. Secondo le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la salute degli esseri umani, degli animali domestici e selvatici, delle piante e dell’ambiente in senso ampio sono strettamente collegate e interdipendenti. L’OMS sottolinea che nessuna singola disciplina o settore può affrontare da solo le minacce sanitarie globali (come la sicurezza alimentare o le resistenze antimicrobiche); di conseguenza, l’abolizione del dicastero agricolo danese a favore di una governance focalizzata su natura e benessere animale traduce concretamente la necessità — evidenziata dall’OMS — di una collaborazione intersettoriale che metta in primo piano la prevenzione e l’integrità degli ecosistemi rispetto alle sole logiche produttive.

La Danimarca è tra i maggiori esportatori globali di carne di maiale

Il confronto con l’Italia: un enorme conflitto d’interessi

Mentre la Danimarca separa nettamente la vigilanza sulla salute e sulla sostenibilità dalle logiche produttive, l’Italia si muove in una direzione diametralmente opposta, sollevando seri interrogativi di carattere etico e scientifico.

Nel contesto italiano, le linee guida ufficiali per una sana alimentazione vengono definite e pubblicate dal CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria). Il CREA è il principale ente pubblico di ricerca dedicato alle filiere agroalimentari, ma la sua struttura è sottoposta alla diretta vigilanza del Masaf (Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste).

Questa interdipendenza configura un macroscopico conflitto d’interessi: l’organismo scientifico che dovrebbe orientare i consumi dei cittadini verso scelte salutari e indipendenti opera sotto l’egida del ministero che ha come missione primaria la tutela economica, la promozione e il profitto dei produttori agroalimentari e degli allevamenti intensivi nazionali.

Se la Danimarca dimostra che la salute della natura e degli animali richiede rappresentanti politici slegati dalle lobby industriali, il sistema italiano è ancora ancorato a una visione in cui chi produce cibo finisce, inevitabilmente, per scriverne le regole di consumo. Un paradosso che l’Europa di oggi non dovrebbe più ignorare.

 

martedì 16 giugno 2026

IL FUTURO È AKIS

 Lunedì 22 giugno 2026 Accademia dei Georgofili, Firenze,   Ad un anno di distanza dal Convegno nazionale dedicato all’Agricultural Knowledge and Innovation System (AKIS) in Italia, l’Accademia dei Georgofili propone una riflessione che consenta al modello promosso dalla PAC di fare ulteriori passi avanti. L’ approccio sistemico, l’ efficacia della co-innovazione, l’ opportunità di investire sulla professionalità degli addetti possono essere considerati delle acquisizioni ormai condivise. Occorre ora chiedersi come consolidarle e quali ulteriori elementi di metodo e di contenuto possano rendere l’AKIS il motore centrale per la transizione ecologica e digitale dell' agricoltura cercando di non lasciare indietro le realtà più fragili. Non più solo un supporto, ma un sistema integrato che collega ricerca, il mondo della consulenza e gli agricoltori per accelerare l' adozione di innovazioni sostenibili e resilienti. L’iniziativa si propone di dare voce alle esperienze di integrazione fra ambiti, soggetti e competenze per far emergere le chiavi di successo, ma anche le eventuali difficoltà intrinseche e di contesto. 

La partecipazione potrà avvenire solo dietro compilazione entro le ore  8.00 di lunedì 22 giugno 2026 del seguente form:   https://forms.gle/mFUJebjBjn4Mt7Ao9   

 



I territori rurali e non continuano a spopolarsi

 

L’Italia sta vivendo una transizione demografica profonda e diseguale: aspettativa di vita 84,1 anni (2024), TFT 1,14 figli per donna (2025), e forte polarizzazione territoriale con il Mezzogiorno in perdita netta di popolazione. La Sicilia mostra dinamiche proprie: TFT circa 1,23 e una struttura per età che evidenzia invecchiamento e perdita di giovani.




Rischi e limiti

  • Rischio di spopolamento irreversibile in molte aree interne se non si interviene con politiche strutturali; la scelta di “lasciare andare” territori può consolidare declino demografico e perdita di servizi.

  • Soluzioni simboliche (festival, promozione turistica) senza investimenti in lavoro e servizi rischiano di essere inefficaci.

  • Dipendenza dagli arrivi migratori concentrati nelle città può accentuare squilibri territoriali se non accompagnata da politiche di insediamento diffuso.

 La transizione demografica è una sfida nazionale con forti declinazioni locali: la Sicilia ha margini di resilienza ma necessita di politiche integrate che connettano infrastrutture, lavoro, welfare e valorizzazione del territorio. Intervenire ora significa trasformare l’invecchiamento in una risorsa progettuale, non in un’emergenza da gestire.

Il cambiamento demografico italiano si esprime innanzitutto in numeri: 84,1 anni, l’aspettativa di vita alla nascita nel 2024, la più alta dell’UE; 1,14 figli per donna nel 2025, nuovo minimo storico; 47,1 anni di età media, la più elevata in Europa. Sono dati reali, essenziali per leggere la transizione demografica, ma sono anche medie nazionali, che spesso nascondono più di quanto rivelino.

Il cambiamento demografico italiano non è uniforme: è un fenomeno geograficamente diseguale, che accelera in alcune aree e rallenta in altre e produce effetti assai differenti tra aree metropolitane e aree interne, tra Nord e Mezzogiorno, tra comuni capoluogo e comuni rurali in declino. Queste diseguaglianze devono essere comprese per progettare risposte efficaci e tempestive.

Gli ultimi indicatori demografici ISTAT, riferiti al 2025, restituiscono un’immagine di forte polarizzazione: al Nord la popolazione cresce del 2,2‰, nel Centro è stabile, mentre il Mezzogiorno continua a perdere residenti (-3,1‰). Crescono Trentino-Alto Adige (+4,2‰), Emilia-Romagna (+3,4‰) e Lombardia (+3,2‰), mentre declinano Basilicata (-9,0‰), Molise (-6,5‰) e Sardegna (-5,1‰).

I dati sulla fecondità ricalcano e spiegano in parte queste differenze. Il tasso di fecondità totale (TFT) nazionale è sceso nel 2025 a 1,14 figli per donna, nuovo minimo storico, con proiezioni ancora più basse per l’anno in corso, ma la media nasconde divari regionali impressionanti. La Sardegna registra 0,85 figli per donna, per il sesto anno consecutivo sotto la soglia di uno (una popolazione tende a mantenersi stabile, in assenza di migrazioni, intorno alla soglia di 2,1 figli per donna ), il Molise 1,02, il Lazio 1,05. All’estremo opposto, il Trentino-Alto Adige si attesta a 1,40, la Sicilia a 1,23, la Campania a 1,22.

Le regioni che perdono più residenti sono anche quelle in cui la fecondità è già al minimo: territori spesso caratterizzati da elevata qualità ambientale e paesaggistica, ma sempre meno capaci di offrire condizioni minime di prospettiva perché una coppia in età fertile possa scegliere di restare, o perché nuovi residenti possano decidere di insediarvisi.

Questa dinamica non è nuova, ma si sta approfondendo, e la cartina al tornasole è data dagli immigrati stranieri, l’unica presenza in grado di fermare l’emorragia di abitanti nel nostro Paese. Queste persone si insediano più spesso nelle aree urbane del Centro-Nord, dove trovano maggiori opportunità di lavoro e reti di comunità più consolidate.

Le aree interne e il Mezzogiorno non sono attrattive per i nuovi residenti stranieri, né riescono a trattenere i giovani italiani: secondo SVIMEZ, tra il 2022 e il 2024, 175mila giovani tra i 25 e i 34 anni, per la gran parte laureati, hanno lasciato il Sud. Con loro, anche una quota crescente di anziani che migrano verso Nord per ricongiungersi ai figli. Dei 4,5 milioni di abitanti che l’Italia è destinata a perdere entro il 2050 secondo ISTAT, l’82% sarà concentrato nelle regioni meridionali, che perderanno quasi un terzo degli under-15 e aumenteranno gli over-65 di 1,3 milioni.

Un territorio che perde giovani e accumula anziani, i quali peraltro hanno in questi luoghi un’aspettativa di vita inferiore di quasi due anni rispetto alle regioni settentrionali, in assenza di servizi adeguati e di politiche lungimiranti, non è semplicemente un territorio che invecchia: è un territorio che perde progressivamente struttura sociale, capacità di presidio e prospettive di riproduzione.

La frattura Nord-Sud non è la sola, poiché dentro ogni regione la differenza demografica tra centri urbani e aree interne è spesso più profonda della differenza tra macroregioni: tra il 2014 e il 2024 le aree interne hanno perso il 5% della popolazione, mentre i centri urbani hanno registrato un calo dell’1,4%. Le aree interne si svuotano a velocità tre volte superiore rispetto al resto del Paese: le proiezioni al 2043 stimano che oltre l’82% dei comuni delle aree interne perderà popolazione nei prossimi vent’anni, nel Mezzogiorno la quota sale al 93%. Non sono solo statistiche, ma il ritratto di comunità che non si riproducono più, perdendo presidio territoriale e patrimonio culturale.

Il Governo Meloni con il Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne (PSNAI) ha introdotto la categoria dello “spopolamento irreversibile” per una parte significativa di questi territori. La scelta di “lasciare andare” alcuni territori, benché attenuata nelle formulazioni successive, ha aperto un dibattito politico e culturale sul cambio di direzione rispetto all’afflato hirschmaniano della SNAI di Barca.

La controversia nominalistica ha tuttavia oscurato la domanda sostanziale, che rimane inevasa: quale modello di intervento è necessario quando il declino demografico è strutturale e non reversibile nel medio periodo?

È una domanda che non riguarda solo le aree interne. La dimensione territoriale del cambiamento demografico investe anche la provincia italiana, quella fascia intermedia del Paese per dimensione e densità, che ha costituito per decenni la spina dorsale produttiva, sociale e culturale dell’Italia e che oggi invecchia, perde giovani, fatica ad attrarne di nuovi e declina come modello. 

Il riconoscimento di questa crisi ha prodotto negli anni una letteratura abbondante, colma di neologismi, e politiche più orientate alla retorica che alla scabra sostanza. Si è celebrata la “restanza” come virtù civica, si sono glorificati i borghi, si sono finanziati festival, come se la bellezza di un fine settimana potesse compensare l’assenza di lavoro, connettività, servizi sanitari, scuole. Ma la bellezza di un fine settimana non può compensare, da sola, l’assenza di lavoro, connettività, servizi sanitari e scuole.

Non è mancato amore per i luoghi, ma nel paradigma economico e sociale dominante la convergenza verso i centri urbani, che concentrano opportunità e servizi, è quasi inevitabile: le aree interne e la Provincia non competono su questo piano.

La transizione demografica, oltre che esacerbare criticità e diseguaglianze, potrebbe offrire una via d’uscita da questo schema: se la vita si allunga, le carriere si frammentano, il lavoro a distanza diventa strutturale per una quota crescente di professioni, allora il vincolo di prossimità fisica ai centri urbani potrebbe allentarsi. Soprattutto, nella prospettiva della longevità, una delle diverse fasi della vita professionale potrebbe trovare valore in tempi diversi, luoghi meno congestionati e forme di socialità più accessibili.

La prospettiva non è quella del ritorno romantico al passato, ma al contrario di una scelta ipermoderna di ridare vita a territori che hanno spazio, patrimonio, qualità ambientale, e che la tecnologia può rendere meno isolati di quanto siano stati per decenni. Servono infrastrutture digitali adeguate, servizi sanitari di prossimità ripensati anche grazie alla telemedicina, modelli di welfare locale che accompagnino chi sceglie di vivere fuori dai centri. 

Prima ancora, serve un cambiamento culturale: immaginare la longevità come risorsa progettuale, e non solo come dato anagrafico da gestire in emergenza.

lunedì 15 giugno 2026

Successo a Pozzallo per la IV edizione di “Calici dei Cabrera – a…mare il vino”

 

Grande partecipazione di pubblico nella splendida cornice della Villa Comunale per la tre giorni che ha unito le eccellenze enogastronomiche del Sud-Est, cultura e musica Jazz. Ospiti il

 

POZZALLO (RG)  Si è conclusa con uno straordinario successo di pubblico la quarta edizione di “Calici dei Cabrera – a…mare il vino”, l’appuntamento estivo che dal 12 al 14 giugno ha trasformato il cuore di Pozzallo nella capitale delle eccellenze enogastronomiche e culturali del sud-est siciliano. La manifestazione, capace di coniugare la maestosità storica della Torre Cabrera all'eleganza del Liberty pozzallese, ha offerto a visitatori e turisti un’autentica narrazione dell’identità locale attraverso un viaggio sensoriale tra grandi vini, olio EVO, masterclass, show cooking e performance di musica Pop e Jazz. Oltre 600 degustazioni, accompagnate da più di 200 visitatori che hanno scelto di vivere la kermesse come un momento di cultura e approfondimento.

L’iniziativa è stata finanziata dall’Assessorato Regionale dell'Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea (Dipartimento Regionale dell'Agricoltura) e promossa dal Comune di Pozzallo, in stretta sinergia con i principali consorzi e strade del vino del territorio.

Il ricco programma ha preso il via venerdì 12 giugno presso il Plesso Rogasi con il talk “L’oro e il rubino del Sud-Est: biodiversità agricola come volano di attrattività turistica internazionale”, che ha evidenziato il ruolo storico di Pozzallo come "Porta d'accesso" commerciale del Mediterraneo. A seguire, l’apprezzata degustazione guidata di quattro cultivar siciliane condotta dall’oleologo e giornalista Enzo Signorelli, ed il taglio della torta per celebrare i 197 anni del Comune di Pozzallo.

Le giornate di sabato 13 e domenica 14 sono state animate dagli show cooking de “Le Pietanze della Contessa”, con la pasta fresca con pesto di mandorle e prosciutto crudo croccante firmata dallo chef Luca Giannone, nella serata di sabato, e con il cous cous n’cucciato a mano, proposto in due varianti (un sugo di pesce locale e una versione vegetariana con i profumi degli orti iblei) nella serata della domenica.

Immancabile il vino con il momento “I Calici del Conte” che ha permesso di far degustare i vini del Barocco, unendo l'offerta della Strada del Vino del Val di Noto e della Strada del Vino Cerasuolo di Vittoria DOCG, il tutto accompagnato dalle note degli artisti che si sono esibiti nelle diverse serate condotte dalla bravissima Carmen Attardi. «Un’iniziativa molto qualificata e partecipata – ha dichiarato il sindaco di Pozzallo, Roberto Ammatuna -. Quest'anno abbiamo avuto il piacere di ospitare una folta delegazione di vespisti in occasione del Primo Raduno Nazionale del Vespa Club d'Italia, e i buyer catalani de La Vinateria, presenti per conoscere più da vicino l’eccellenza dei nostri vini. È un'iniziativa turistica ma anche profondamente culturale, perché il vino e l'olio sono espressione di cultura. Il tutto si è svolto nello scenario splendido della nostra Villa Comunale, rinnovata, arricchita dal suo nuovo murales e affacciata sul mare».

«Con la quarta edizione di “Calici dei Cabrera", Pozzallo torna a celebrare il connubio perfetto tra eccellenza enogastronomica e grande musica – ha aggiunto il vicesindaco e assessore al Turismo, Raffaele Monte-. La nostra città ha nel mare il suo naturale ambasciatore: un elemento che, storicamente e ancora oggi, permette di far conoscere le eccellenze della nostra terra al mondo intero».

Un weekend tra storia, motori e cultura il cui successo è stato possibile grazie alla collaborazione con: Strada del Vino e dei Sapori del Val di Noto, Strada del Vino Cerasuolo di Vittoria, Enoteca Regionale della Sicilia (sede del Sud Est), delegazione ONAV di Modica, associazione Sapori e Saperi, Consorzi di tutela dei vini Val di Noto Doc e Cerasuolo di Vittoria Docg, Consorzi dell’Olio Dop Monti Iblei, del Ragusano Dop e del Pomodoro di Pachino Igp. Ancora una volta, Pozzallo si conferma una Porta Iblea viva, dinamica e pronta ad accogliere visitatori da tutta Italia.

 







 

Ulteriori foto e contributi video dell'evento sono disponibili su richiesta.

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Gianna Bozzali | Giornalista
(OdG Sicilia tessera n.100958)

giannabozzali@gmail.com  I +39 334.3421136

DIVINO FESTIVAL DI CASTELBUONO XX EDIZIONE · 19 – 21 GIUGNO 2026

 

DiVino Festival Castelbuono  |  XX Edizione  19 – 21 Giugno 2026  Castelbuono (PA)

 


Vent’anni di cultura, gusto e spettacolo nel cuore delle Madonie

Vent’anni non si celebrano, si dimostrano. E il DiVino Festival di Castelbuono — giunto alla sua ventesima edizione — dal 19 al 21 giugno 2026 sceglie di farlo con un ambizioso programma: tre giorni in cui il vino torna ad essere ciò che è sempre stato, almeno in questo angolo di Madonie, ovvero il filo rosso che unisce territorio, identità e comunità. L’evento è promosso dal Comune di Castelbuono e organizzato dall’Associazione Baz’art Sicilia, da anni custode di una formula capace di parlare insieme a professionisti del settore, appassionati e semplici curiosi.

 





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Il cuore pulsante della ventesima edizione è il Salone del DiVino, in programma domenica 21 giugno nel Chiostro di San Francesco: oltre 700 etichette proposte da circa 200 cantine provenienti da tutta Italia e dall’Europa in degustazione libera, dalle 16:30 alle 20:30 (ultimo ingresso ore 19:00). Non una fiera, ma un incontro autentico tra produttori e appassionati, tra terroir lontani che nel calice trovano un terreno comune. Le cantine presenti spaziano dalle piccole realtà artigianali siciliane ai grandi nomi della viticoltura nazionale e internazionale, offrendo uno spaccato della biodiversità ampelografica che rende il vino italiano un patrimonio vivente. Durante la sessione, una grande sorpresa musicale per tutti i presenti. Prenotazione obbligatoria su www.divinofestival.it.

Accanto al Salone, il festival propone un percorso di approfondimento enologico con il divulgatore e formatore Francesco Saverio Russo. Venerdì 19 giugno (ore 17:00): masterclass dedicata al Mandrolisai, areale della Sardegna centrale dove l’altitudine modella Cannonau, Muristellu e Monica in blend di rara complessità. Sala Degustazioni del Ristorante Palazzaccio. Sabato 20 giugno: alle 11:00 l’entroterra fiorentino di Gambassi Terme e Montaione, con 7 etichette sorprendenti che stanno riscrivendo la contemporaneità del vino toscano; alle 17:00 le Strade dei Vini della Targa Florio con una masterclass su Grillo e Catarratto: cinque cantine madonite a confronto per scoprire i vini semiaromatici del terroir delle Madonie. La mattina di domenica 21 giugno è dedicata a Generazione Next: i giovani produttori siciliani che portano a colazione il futuro del vino dell’isola, con food pairing e la fresca irriverenza di chi ha ancora tutto da raccontare. Tutte le masterclass sono a numero chiuso: prenotazione obbligatoria su www.divinofestival.it.

Sabato 20 giugno, Piazza Castello ospita la cerimonia di premiazione «Gusto DiVino 2026», presentata da Daniele Lucca (voce di Terra Madre), che celebra Giusina Battaglia (“Giusina in Cucina”, cuoca e conduttrice TV), Cristiano Tomei (chef stellato), Slow Food (40 anni di rivoluzione culturale del gusto), Johnson Righeira (cantante e produttore di vino), Jacopo Fo (regista, giornalista, attore e artista figlio del Dario Fo) e Dario Dainelli (ex capitano della Fiorentina, vignaiolo a Cerreto Guidi FI). Ingresso libero.

Le serate di Piazza Castello completano il programma con tre grandi appuntamenti. Venerdì 19 giugno apre Danilo Sacco con il suo Hold Fast Tour. Sabato 20 è la volta di Lello Analfino & T-ORKESTAR con lo Zero Stress Tour, pura energia siciliana da ballare fino a tardi. Domenica 21 giugno chiude Cosmin Tiberio (Senza Filtro, Golden Buzzer di Italia’s Got Talent) e Samuel, il più grande ventriloquo del mondo. Tutti gli spettacoli sono a ingresso libero. Nella notte del 20, il Ristorante Antico Baglio accoglie una conviviale degustazione di formaggi tipici siciliani, carni e salumi del territorio.

Il DiVino Festival di Castelbuono è molto più di una kermesse enogastronomica: è un atto d’amore verso le Madonie, verso il vino come linguaggio universale, verso una comunità che da vent’anni sceglie di raccontarsi attraverso il calice. Per il suo ventesimo compleanno, l’edizione 2026 promette di essere la più ricca, la più emozionante e — ci si augura — la più memorabile di sempre.

Questa iniziativa è finanziata dall’Assessorato Regionale dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea — Dipartimento Regionale dell’Agricoltura.

INFORMAZIONI

Evento: DiVino Festival di Castelbuono – XX Edizione

Date: 19 – 21 giugno 2026

Luogo: Centro storico di Castelbuono (PA)

Sedi: Piazza Castello  |  Chiostro di San Francesco  |  Ristorante Palazzaccio  |  Ristorante Antico Baglio

Organizzazione: Comune di Castelbuono  /  Associazione Baz’art Sicilia

Sito: www.divinofestival.it

WhatsApp: +39 347 70 17 847 (solo messaggi)

Email: segreteriadivino@gmail.com

 

Villarosa, l'Audizione Pubblica il prossimo 26 giugno

 

 

Il Comune di Villarosa guidato dal Sindaco Costanza Francesco Antonio, su proposta dell'Assessore   Michelangelo Taravella ,  ha adottato il percorso per la valorizzazione dell'identità territoriale, attraverso il percorso dei Borghi GeniusLoci DeCo.

L’Audizione Pubblica di Villarosa segna un momento di straordinaria rilevanza nel percorso di valorizzazione dei territori italiani che si riconoscono nei principi del GeniusLoci De.Co., un modello culturale e operativo che mette al centro l’identità, la memoria e il patrimonio immateriale delle comunità locali. In questo contesto, il borgo siciliano si propone come laboratorio vivo di una nuova visione dello sviluppo territoriale, capace di coniugare tradizione e innovazione, partecipazione civica e progettualità istituzionale.



L’iniziativa rappresenta non solo un evento pubblico, ma un vero e proprio processo di ascolto e condivisione, in cui cittadini, amministratori, studiosi e operatori culturali sono chiamati a contribuire alla costruzione di un modello di governance identitaria. L’Audizione Pubblica si configura infatti come uno spazio democratico e inclusivo, in cui il sapere diffuso delle comunità si intreccia con le competenze tecniche e le strategie di sviluppo, generando un patrimonio comune di idee, visioni e proposte.

L’esperienza di Villarosa assume quindi un valore emblematico, ponendosi come modello replicabile per altri borghi che intendono intraprendere un percorso analogo. L’Audizione Pubblica diventa così il primo passo di un cammino più ampio, che mira alla costruzione di una rete nazionale dei Borghi GeniusLoci De.Co., capace di mettere in relazione esperienze diverse ma unite da una visione comune.

In un’epoca segnata da profonde trasformazioni economiche e sociali, iniziative come questa rappresentano un segnale forte di resilienza e di rinnovamento. Esse dimostrano come sia possibile ripensare lo sviluppo partendo dai territori, valorizzando le risorse locali e coinvolgendo attivamente le comunità. La sfida è quella di trasformare il patrimonio identitario in leva di crescita, senza snaturarne l’autenticità.

  Un progetto ambizioso, ma necessario, per restituire centralità ai borghi italiani e costruire un nuovo paradigma di sviluppo fondato sull’identità, sulla partecipazione e sulla sostenibilità.

Molto dettagliata ed esaustiva la relazione a corredo della proposta deliberativa, come si addice alle realtà rurali molto vivaci, che puntano su una propria identità storica e culturale,  che ha già ottenuto l'iscrizione nell'Atlante del cibo locale, a cura della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo

Il Pane di San Giuseppe rappresenta uno dei simboli più profondi e identitari della comunità di Villarosa.

Non si tratta soltanto di una tradizione legata a una ricorrenza religiosa, ma di un patrimonio culturale vivo, che affonda le sue radici nella storia del paese e continua a rinnovarsi quotidianamente, rendendo Villarosa un caso unico nel panorama delle tradizioni siciliane

La devozione a San Giuseppe

In questo contesto si sviluppa la profonda devozione a San Giuseppe, santo protettore delle famiglie, dei lavoratori e dei poveri.

La sua festa, celebrata il 19 marzo, è da secoli una delle ricorrenze religiose più sentite nelle comunità contadine siciliane.

A Villarosa, già tra la fine del XVIII secolo e tutto il XIX secolo, San Giuseppe viene invocato come custode della casa e del pane quotidiano. La preparazione del pane votivo nasce come gesto di ringraziamento o di richiesta di protezione, soprattutto in periodi difficili segnati da carestie, siccità e precarietà economica.

Il pane di San Giuseppe come rito quotidiano

Ciò che rende Villarosa unica rispetto ad altri centri siciliani è il fatto che il pane di San Giuseppe non viene preparato solo il 19 marzo, ma ogni giorno.

Questa consuetudine quotidiana testimonia come la devozione a San Giuseppe non sia legata esclusivamente alla festa, ma faccia parte della vita ordinaria della comunità. Il pane dedicato al Santo diventa così pane del quotidiano, simbolo di protezione costante, di fede vissuta giorno per giorno e di continuità con la tradizione contadina. Preparare ogni giorno il pane di San Giuseppe significa trasformare un gesto religioso in un’abitudine identitaria, tramandata di generazione in generazione. È un segno tangibile di come la fede, a Villarosa, sia intrecciata al lavoro, alla famiglia e alla condivisione.

Il valore simbolico e comunitario

Il pane di San Giuseppe, spesso modellato in forme simboliche, benedetto e condiviso, rappresenta:

û          la gratitudine per il lavoro e per il cibo;

û          la solidarietà verso la comunità;

û          la memoria storica della Villarosa contadina;

û          la protezione del Santo sulla vita quotidiana.

Il gesto della condivisione del pane rafforza i legami sociali e rinnova ogni giorno il senso di appartenenza alla comunità villarosana.

Tradizione viva e identità

Celebrare oggi il pane di San Giuseppe a Villarosa significa riconoscere un patrimonio che va oltre la semplice ricorrenza religiosa. Significa onorare una tradizione che nasce nel periodo 1761–seconda metà dell’Ottocento, si consolida nella vita agricola pre-industriale e arriva fino ai nostri giorni come pratica quotidiana. Il pane di San Giuseppe è memoria, fede, lavoro e identità.

È il simbolo di una comunità che non ha dimenticato le proprie radici e che continua a esprimere, attraverso il pane, i valori fondamentali della solidarietà, della devozione e della continuità storica.

Festa degli antichi sapori Aidonesi

 

Aidone,  nell'ambito delle iniziative  annuali legate ai prodotti identitari in collaborazione con la   Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo.    la cittadina ennese ospita tra le attività in programma, la presentazione della Banca del GeniusLoci DeCo, un evento che include la consegna di speciali riconoscimenti a chi protegge l’identità locale. Questo traguardo arriva esattamente un anno dopo l’audizione pubblica che ha riunito studiosi, amministratori e agricoltori per tracciare il futuro commerciale e identitario di questa coltura unica.

Un legume antico che attraversa i secoli

La presenza della cicerchia in queste colline vanta radici antichissime. Le prime tracce storiche risalgono al quarto secolo, proprio nell’area siculo-ellenica di Morgantina. I documenti d’archivio confermano la sua rilevanza economica già in una delibera municipale del 1853. Nelle cucine contadine siciliane questo legume ha assunto nel tempo nomi dialettali coloriti come ciciruòcculu, rumanedda o ianga ‘e vecchia, a causa della particolare forma del seme che ricorda un dente. Oggi la coltivazione resiste orgogliosamente nell’entroterra ennese, tra Aidone e Nicosia, offrendo ai consumatori un ritorno a quei sapori autentici messi da parte dall’agricoltura globale.

Le eccezionali proprietà nutrizionali scoperte dai ricercatori

Oltre al grande fascino storico, la cicerchia di Aidone rivela qualità alimentari straordinarie. I ricercatori del CREA-CI di Acireale hanno analizzato a fondo il profilo genetico e agronomico del prodotto, scoprendo un contenuto proteico altissimo che sfiora il 28 per cento. Il seme garantisce un ottimo apporto di fibre, vitamine e polifenoli, mantenendo i grassi e gli zuccheri a livelli minimi. Questa preziosa composizione lo rende un alimento funzionale perfetto per le esigenze nutrizionali moderne. Gli studiosi hanno persino sviluppato ricette innovative, come il gustoso pane arricchito con farina di cicerchia, dimostrando l’incredibile versatilità di questo ingrediente in cucina.

Una risorsa fondamentale per l’ambiente e l’economia locale

Coltivare la cicerchia significa fare del bene alla terra fertile della Sicilia. Questa pianta possiede una naturale capacità miglioratrice, poiché arricchisce il suolo di azoto e favorisce il benessere dell’intero ecosistema agricolo. Sul fronte economico rappresenta una nicchia di alta qualità capace di generare reddito per i piccoli produttori del territorio. Il progetto di rilancio unisce quindi la sostenibilità ambientale alla creazione di valore, dimostrando che la modernità agricola può viaggiare sullo stesso binario della salvaguardia del paesaggio rurale.

L’identità territoriale come motore di sviluppo

La sinergia tra la comunità locale e la visione dei Borghi GeniusLoci DeCo trasforma un semplice prodotto della terra in un formidabile simbolo di resilienza. La rinascita agricola diventa a tutti gli effetti un potente strumento di coesione sociale e di narrazione territoriale. Le parole del dottor Nino Sutera, ideologo del progetto nazionale, inquadrano perfettamente questo spirito. L’esperto ricorda infatti che «la vera ricchezza di un luogo non sta solo nei suoi prodotti, ma nella storia che essi sanno raccontare». La cicerchia di Aidone continua a raccontare la sua storia millenaria con la voce schietta e inconfondibile della terra.

domenica 14 giugno 2026

FESTA ANTICHI SAPORI AIDONESI

 

C’è un filo sottile, ma tenace, che lega la storia dei legumi siciliani al respiro antico della terra di Morgantina. Su quelle colline, tra le pietre che raccontano di una Sicilia greca e contadina, la cicerchia di Aidone torna oggi a essere simbolo di rinascita culturale e agricola. Un seme umile, ma portatore di una memoria che affonda nei secoli, custode silenzioso dell’identità rurale della Sicilia interna.

Proprio ad Aidone, lo scorso anno  si è svolta un’audizione pubblica dedicata alla valorizzazione della cicerchia, alla presenza di amministratori, studiosi, produttori, rappresentanti del mondo agricolo e del percorso dei Borghi GeniusLoci De.Co.. Un incontro che ha rappresentato non soltanto un momento di approfondimento tecnico e scientifico, ma soprattutto un atto di riconoscimento collettivo: la volontà di restituire dignità e futuro a una coltura che appartiene al DNA agricolo e culturale del territorio.

Quest'anno si celebrerà la presentazione della Banca del GeniusLoci DeCo e la consegna dei riconoscimenti a quanti si sono adoperati per preservare l'identità territoriale




La cicerchia di Aidone è una popolazione locale di leguminosa minore tuttora coltivata nella provincia di Enna, in particolare nei comuni di Aidone e Nicosia. La riscoperta di questa coltura risponde al bisogno crescente, da parte dei consumatori e delle comunità, di ritornare ai sapori autentici e alle produzioni tradizionali che il mercato globale aveva relegato ai margini, a causa della modernizzazione agricola e della perdita di biodiversità.


Un legume antico come la memoria di Morgantina

La presenza della cicerchia in Sicilia è documentata da secoli. Le testimonianze risalgono al IV secolo nella città siculo-ellenica di Morgantina, e una delibera municipale del 1853 ne attestava il valore economico attraverso la “meta dei circionoli” — con ogni probabilità un riferimento diretto alla cicerchia. Conosciuta in dialetto come Ciciruòcculu, Rumanedda o Ianga ’e vecchia (“molare di anziana”, per la forma dei semi), la cicerchia ha accompagnato la vita quotidiana delle famiglie siciliane per generazioni, entrando a pieno titolo nella cultura gastronomica popolare.

Le principali aree di coltivazione si trovano nell’altopiano ibleo, nel territorio di Licodia Eubea (CT), e nell’area interna dell’Ennese, con epicentro nei comuni di Aidone e Nicosia. In queste terre di colline e grano, la cicerchia ha trovato il suo habitat ideale, diventando parte di un paesaggio agricolo di memoria, dove la coltivazione non è solo attività economica, ma gesto identitario.



Un patrimonio genetico e nutrizionale da custodire

Le attività di caratterizzazione genetica e agronomica condotte dal CREA-CI di Acireale hanno confermato le straordinarie qualità di questa leguminosa: un elevato contenuto proteico (27-28%), un ottimo apporto di fibre solubili e insolubili (5-7%), ricchezza di minerali, vitamine e polifenoli, con un bassissimo contenuto di grassi e zuccheri. Queste caratteristiche rendono la cicerchia un alimento funzionale di grande valore nutrizionale, capace di soddisfare le esigenze del consumatore moderno attento alla salute e alla sostenibilità.

Il CREA ha inoltre sviluppato innovativi prodotti derivati, come il pane fortificato con farina di cicerchia (10%), ad alto contenuto di fibre, accanto a un repertorio gastronomico che spazia dalle crespelle alle frittelle, dalle crostate ai biscotti, fino ai budini e alle torte salate: una varietà di preparazioni che testimonia la versatilità di un ingrediente capace di coniugare tradizione e creatività contemporanea.

Un valore economico, ambientale e culturale

La rinascita della cicerchia di Aidone non è solo un fatto agricolo, ma una questione di identità e di visione territoriale. Dal punto di vista economico, il prodotto rappresenta una nicchia di qualità in grado di generare valore per i produttori locali. Dal punto di vista ambientale, la coltura della cicerchia è “miglioratrice”: arricchisce il terreno di azoto, favorisce la rotazione e la fertilità, contribuendo alla sostenibilità degli ecosistemi agricoli.

Ma il significato più profondo di questa rinascita va oltre i dati e gli indici produttivi. La cicerchia è oggi un simbolo di resilienza culturale, una delle “colture identitarie” che i Borghi GeniusLoci De.Co. intendono tutelare e promuovere come elementi costitutivi del patrimonio territoriale. Aidone, con il suo legume e con la partecipazione attiva della comunità, si inserisce pienamente nel percorso nazionale dei Borghi GeniusLoci De.Co., che riconosce nei prodotti, nelle pratiche e nei saperi locali le fondamenta di una nuova economia della memoria.

Un futuro radicato nella terra

L’audizione pubblica di Aidone ha dunque rappresentato un momento di svolta: non un semplice incontro tecnico, ma un laboratorio di comunità dove il sapere scientifico, l’esperienza contadina e la visione culturale dei Borghi De.Co. si sono incontrati per costruire un progetto condiviso di valorizzazione.

La cicerchia di Aidone diventa così emblema di un nuovo modo di intendere lo sviluppo locale, in cui agricoltura, cultura e identità si intrecciano. È il seme di un futuro che germoglia dalla tradizione, un esempio virtuoso di come il cibo possa tornare a essere strumento di coesione, consapevolezza e racconto del territorio.

Come ha sottolineato più volte il Dott. Nino Sutera, ideologo dei Borghi GeniusLoci De.Co., “la vera ricchezza di un luogo non sta solo nei suoi prodotti, ma nella storia che essi sanno raccontare”.
E la cicerchia di Aidone — legume antico e moderno, umile e prezioso — quella storia la racconta ancora oggi, con la voce autentica della terra.





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