Autori
- Geri Ciccarella, Beatrice Ferlaino, Marta Mosca, Tamara Taher, Egidio Dansero
Il legame tra cooperazione decentrata e politiche alimentari urbane risiede nelle affinità strutturali comuni. Entrambi i settori sono caratterizzati da un approccio multidimensionale e da un forte coinvolgimento multi-attoriale, operando in diversi settori tematici, livelli di governance e scale territoriali.
La cooperazione decentrata si sviluppa attraverso reti
territoriali tra autorità locali del Nord e del Sud globale e all’interno
dei singoli contesti
territoriali, coinvolgendo istituzioni
pubbliche, organizzazioni della
società civile e attori
privati (Bottiglieri, 2018).
Analogamente, le politiche alimentari urbane si fondano su
collaborazioni tra istituzioni, ONG, gruppi comunitari e settore privato, il
cui coinvolgimento permette di affrontare la complessità dei sistemi alimentari
e di costruire forme di governance inclusive ed efficaci. In questo quadro,
iniziative internazionali quali il Milan Urban Food Policy Pact (MUFPP),
l’Agenda 2030, la New Urban Agenda e i programmi FAO hanno ampliato in modo
significativo il novero degli attori
coinvolti nella governance alimentare globale, rafforzando
il ruolo delle
città e delle
reti urbane come spazi di
interazione tra dimensione locale e globale. Sia le politiche alimentari urbane
sia la cooperazione decentrata della Sovranità Alimentare (MASAF). Come
dimostra il ruolo svolto dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione
Internazionale (MAECI) nella
partecipazione ai gruppi
di lavoro del Food Systems Summit e la collaborazione con la FAO, l’impegno
risulta maggiormente evidente
nell’ambito della cooperazione
allo sviluppo, dove la sicurezza alimentare rappresenta una
priorità consolidata della
cooperazione italiana.In
questo contesto, la
cooperazione decentrata emerge come uno dei principali canali
attraverso cui le PLC trovano riconoscimento e sostegno a livello nazionale.
Attualmente, l’unico bando pubblico in Italia che esplicitamente menziona
le politiche alimentari
locali e urbane
come linea guida
per le proposte
è quello pubblicato
dall’Agenzia Italiana per la
Cooperazione allo Sviluppo
(AICS) destinato
agli enti locali (ai sensi dell’art. 25 della legge 125/2014)
e alle organizzazioni della società civile e altri enti senza fini di lucro,
registrati ai sensi dell’art. 26, comma 3, della stessa legge. Nel bando 2023,
l’AICS ha introdotto, per la prima volta, un nuovo approfondimento dedicato
alle politiche alimentari
devono essere intese
come processi di
trasformazione di lungo periodo,
al cui centro
si collocano i
partenariati territoriali come
strumenti strategici per affrontare le sfide globali attraverso azioni radicate
nel contesto locale (Bini et al., 2017). Le città e i territori italiani sono
sempre più coinvolti nello sviluppo delle politiche locali del cibo (d’ora in
avanti PLC) e un numero
crescente di regioni
italiane sta aderendo
al dialogo in
corso sull’approccio delle
politiche alimentari locali, in particolare Piemonte, Puglia e
Toscana. Tuttavia, le PLC restano prevalentemente strumenti volontari, privi di
un quadro nazionale strutturato e di finanziamenti dedicati, se non in
relazione a specifici ambiti di intervento (es. ristorazione scolastica, orti
urbani, educazione alimentare,
circuiti di prossimità
territoriale). Un ruolo rilevante è svolto da bandi progettuali a livello
europeo e da iniziative promosse da attori filantropici che contribuiscono a
sostenere sperimentazioni locali,
come il recente
bando della Compagnia
di San Paolo
riservato ai territori
di Liguria e
Piemonte. A livello
nazionale, il tema
non è stato
ancora affrontato in
modo programmatico dal Ministero
delle Politiche Agricole
e locali all’interno della
più ampia area
tematica dedicata allo “sviluppo urbano integrato e
sostenibile”, riservata agli enti locali come
soggetti capofila, segnando
un’evoluzione rilevante nelle strategie italiane di cooperazione allo
sviluppo, frutto del confronto e della collaborazione con il Comune di Milano e
con il MUFPP. Tra i progetti selezionati dal bando, ne sono stati finanziati
quattro che sono dedicati strettamente al
settore delle urban
food policies. In qualità di
partner di ricerca, l’Università di Torino partecipa come partner in tre2progetti di cooperazione promossi da enti locali del
Piemonte:1. “Balo Kendo” di
cui la Città
di Chieri è
capofila, in partnership con
Conakry in Guinea;2. “Akli Baladi” di
cui la Città
di Torino è
capofila, in partnership con
diversi comuni in Cisgiordania;3.
“RACINeS” di cui
la Città di Torino è
capofila, in partnership con
diversi comuni in Senegal.Questi
progetti rappresentano un’occasione
per riflettere tanto sulle
PLC quanto sulla
cooperazione decentrata e
nei prossimi tre
anni permetteranno all’università di accompagnare l’implementazione di PLC in
contesti diversi, arricchendo così l’analisi
dei sistemi del
cibo di prospettive
diverse.Quadro sintetico dei progettiI
tre progetti vedono
l’università coinvolta secondo forme, modalità e
geometrie diverse fra
loro, pur lavorando
tutti attorno a questioni connesse con le PLC.Il progetto
di Balo Kendö3 -
Rafforzamento delle politiche locali e
promozione dell’agricoltura sostenibile
per la sicurezza alimentare in
Guinea Forestale - si concentra sul rafforzamento della
pianificazione locale riguardo
al tema del cibo
e sul sostegno
all’agricoltura sostenibile in
Guinea Forestale. Con il Comune
di Cuneo come capofila, il progetto coinvolge un articolato partenariato
istituzionale, accademico e associativo, sia italiano sia guineano Tra i partner
figurano Comune e la Prefettura di Kissidougou, università e istituti di ricerca
(UniTo-CISAO, ISAV di
Faranah), organizzazioni della
società civile e reti di enti locali nazionali. Il progetto opera nei
13 comuni della
prefettura di Kissidougou,
in Guinea Forestale, un’area caratterizzata da forte dipendenza
dall’agricoltura e da vulnerabilità socio-ambientali accentuate. L’ambito
tematico di riferimento riguarda lo sviluppo urbano e territoriale sostenibile,
con particolare attenzione alle politiche alimentari urbane
e rurali. L’obiettivo
generale del progetto
è migliorare la sicurezza alimentare e rafforzare la resilienza delle
comunità agricole ai cambiamenti climatici in Guinea Forestale, mentre
l’obiettivo specifico consiste nell’aumento e nella diversificazione della
produzione agricola resiliente, attraverso
il rafforzamento dei
processi di pianificazione locale nei comuni coinvolti.
Tale impostazione si articola in tre risultati principali: i) l’attivazione di
meccanismi inclusivi e sostenibili di consultazione e co-costruzione a supporto
della pianificazione locale; ii)
la creazione o
l’aggiornamento dei piani di
sviluppo locale, orientati a sistemi agricoli e alimentari sostenibili; iii) il
miglioramento delle condizioni di produzione agricola, mediante azioni pilota
realizzate in 13 cooperative agricole.L’Università di
Torino in questo
progetto ha il
ruolo di accompagnare attraverso
un percorso di
ricerca-azione partecipativa
in collaborazione con i partner
locali e con l’Università di Faranah, l’aggiornamento
dei piani di sviluppo locale e il
loro adattamento per
rafforzare le pratiche politiche in
favore della sicurezza
alimentare. Si costruirà un database territoriale, necessario
per l’aggiornamento dei piani di sviluppo locale; si organizzeranno formazioni
volte a definire e condividere una metodologia di consultazione e
co-progettazione volta a rafforzare il coinvolgimento degli attori locali;
e si creeranno
- o re-visioneranno -
i piani di
sviluppo locale nei comuni periurbani e rurali della prefettura di
Kissidougou. Questo percorso metodologico consente di integrare conoscenze
scientifiche e saperi locali, rafforzando la legittimità e l’efficacia delle
politiche territoriali. Accanto a queste azioni, l’università accompagnerà il
progetto in modo trasversale nel definire
la baseline del
progetto stesso e monitorare gli avanzamenti.L’Università di
Torino - CISAO
svolge un ruolo
trasversale sulle tre annualità di progetto articolato nelle fasi
seguenti:1ª fase: diagnosi
di base. Obiettivo:
delineare lo stato dell’arte e identificare
la baseline di
progetto al fine
di orientarne le strategie.2ª
fase: accompagnamento. Obiettivo:
verificare/dettagliare i dati (approfondimenti quantitativi e
qualitativi); accompagnare
l’implementazione delle strategie
e delle attività, in
particolare nei momenti
chiave del progetto (workshop, attività di formazione,
ecc.). 3ª fase: capitalizzazione. Obiettivo: sistematizzare i
dati e identificare/valorizzare le buone pratiche.Il progetto di Akli Baladi5 - Politiche alimentari locali per le città
palestinesi - vede l’università coinvolta in una veste differente. Con capofila
la Città di
Torino, il progetto
lavora con le municipalità di Gerico, Betlemme e Beit
Jala in Palestina e ha l’obiettivo di rafforzare il ruolo delle città nella
governance del cibo. Il partenariato si fonda su una collaborazione
multilivello tra attori istituzionali
e non istituzionali, valorizzando
il dialogo tra competenze
accademiche, amministrazioni
pubbliche e comunità locali. Anche in questo caso l’obiettivo generale del
progetto è contribuire alla costruzione di sistemi alimentari urbani
sostenibili, inclusivi e resilienti, rafforzando il ruolo delle politiche
locali del cibo, declinato nell’obiettivo specifico di rafforzare la governance
istituzionale nel settore alimentare delle municipalità palestinesi
coinvolte.Le attività dell’Università di Torino nel progetto Akli Baladi si strutturano
principalmente attorno al
rafforzamento delle
competenze relative alle
PLC delle amministrazioni locali, e del monitoraggio
del progetto. La linea di intervento principale
riguarda la realizzazione
di cinque webinar rivolti alle amministrazioni
pubbliche palestinesi e al team dell’Università
di Betlemme, con
l’obiettivo di orientare
i processi di definizione
delle food policy.
I webinar sono progettati combinando momenti di
formazione teorica, curati da
UniTo, con sessioni
partecipative, nelle quali
il sistema locale del
cibo viene esplorato
a partire dalle
conoscenze, dalle esperienze e
dalle pratiche degli
attori coinvolti. Questo approccio
consente di integrare
saperi accademici e conoscenze
locali, favorendo una comprensione condivisa delle dinamiche
del sistema alimentare
e dei suoi
principali nodi critici.
Infine UniTo definirà,
insieme all’Università di Betlemme,
uno studio di
pre-fattibilità per costruire
un una rete di
amministrazioni locali articolata
e presente da diversi anni
attraverso relazioni che connettono territori italiani e
senegalesi. Con capofila
il Comune di
Chieri, il progetto vede
il coinvolgimento di
altri 7 comuni
italiani (Asti, Carmagnola,
Nichelino, Mappano, Candiolo,
Poirino, Granozzo con Monticello)
e 7 senegalesi
(Città di Dakar, i
comuni di Loul
Sassène, Walaldé, Kafountine,
Ronkh, Tivaouane Peulh, e Coubalan) connessi fra loro attraverso 7 ONG
che mantengono i territori in relazione da diversi anni (C.I.F.A. ETS, APDAM –
A proposito di altri mondi, CPAS – Comité Pavie
Asti Sénégal, ENGIM
Piémont, NutriAid International
ETS, Association RENKEN,
RE.TE. ONG). L’Università
di Torino, attraverso il CISAO è un partner centrale di questa
collaborazione, insieme al
Ciheam Bari, Està
e Slow Food Italia
APS. Questa rete
multilocale consente di
integrare competenze accademiche, capacità istituzionali e conoscenze
locali, promuovendo una governance alimentare inclusiva e territorialmente situata.
L’obiettivo generale di
RACINeS è contribuire a uno
sviluppo territoriale sostenibile, inclusivo e resiliente, attraverso il rafforzamento
dei sistemi alimentari locali e il
miglioramento delle strutture
di governance del
cibo. Per farlo
si concentra sulla
governance e, come
recita Food Metrics
Report palestinese, ossia
un documento di
analisi dettagliata del
sistema alimentare locale
volto ad accompagnare
le azioni di
governance. Accanto a
questi momenti formativi, UniTo realizza un webinar specificamente
dedicato al team
dell’Università di Betlemme,
finalizzato alla condivisione degli strumenti e delle modalità operative
dell’Atlante del Cibo,
il principale strumento
di ricerca sul
cibo attraverso cui
l’ateneo torinese opera
sul territorio piemontese. Questo momento di confronto è
pensato per riflettere congiuntamente su come adattare tali metodologie ai bisogni
e ai meccanismi
di funzionamento del
contesto locale palestinese e per co-progettare, insieme all’Università
di Betlemme, le giornate di divulgazione scientifica previste nel corso del
progetto.Infine, il progetto RACINeS 6- Réseau d’actions
coopératives et inclusives vers
de nouvelles politiques alimentaires locales au
Sénégal - è
un’iniziativa di cooperazione
decentrata che mira a
rafforzare i sistemi
alimentari locali attraverso approcci partecipativi,
multilivello e territorialmente radicati. Il progetto coinvolge un ampio
partenariato internazionale porterà
alla mappatura dei
sistemi alimentari locali
e all’identificazione dei loro
funzionamenti. I metodi
della ricerca-azione
partecipativa - adattati
secondo i contesti
- saranno poi impiegati
per comprendere le
problematicità dei sistemi alimentari dal punto di vista delle
popolazioni in situazioni di vulnerabilità. Contemporaneamente alla ricerca, le
amministrazioni locali di tutti i comuni coinvolti - senegalesi ed italiani -
seguiranno dei corsi di formazione capitanati da Ciheam e Slow Food sulle PLC
per acquisire competenze sul tema. Le azioni conclusive del progetto metteranno
a frutto quelle precedenti e, a partire dalle prospettive emerse con la
ricerca-azione partecipativa e con la ricerca di campo sui sistemi alimentari,
e dalle elaborazioni delle amministrazioni pubbliche durante
le formazioni ad hoc,
delle strategie politiche, delle linee guida o delle PLC
saranno implementate nei vari comuni
senegalesi, e presentate
durante l’evento conclusivo.I tre progetti, per quanto
costruiti su geometrie differenti, hanno in comune molti punti legati alla
costruzione delle PLC e alle pratiche di governance rivolte al sistema del
cibo. Fare riferimento a tre contesti diversi permette al gruppo UniTo di
riflettere sulle PLC in modo dinamico e di comprendere come l’obiettivo specifico,
si prefigge di
creare e consolidare
nei territori senegalesi coinvolti lungo i 3 anni di progetto PLC
inclusive, sostenibili e
resilienti, con particolare
attenzione alle popolazioni in condizioni di vulnerabilità. Nell’ottica
della cooperazione decentrata, i territori coinvolti da parte italiana in
questi anni si formeranno sulle PLC e, accompagnando i loro partner
senegalesi, potranno aver
accesso a strategie,
metodi e approcci
per immaginare anche
sui loro territori
come rafforzare il governo dei sistemi alimentari.L’Università di Torino
in questo progetto ha un ruolo centrale: è
responsabile del Risultato
1 del progetto
(“Rafforzare le competenze sulle
pratiche di governance
riferite alle PLC dei
comuni coinvolti”) e
per farlo combina
ricerca-azione
partecipativa, formazione e
azione territoriale. In partenariato con
un partner di
ricerca senegalese -
ancora da identificare
formalmente - l’università
porterà avanti un’azione di analisi
dei sistemi alimentari locali nei comuni senegalesi coinvolti, e nel farlo
condividerà con l’istituzione di
ricerca partner la
metodologia sviluppata negli
anni dall’Atlante del Cibo di
Torino per costruire un simile gruppo di ricerca a Dakar e stimolare la
relazione fra università e amministrazioni
pubbliche attorno alle
PLC. Quest’analisi questo
paradigma si debba adattare diversamente ad ogni realtà specifica
e possa essere
declinato differentemente secondo
priorità, bisogni e necessità riconosciute. Considerazioni finaliLa pluralità
dei contesti territoriali entro cui si sviluppano le PLC sollecita una lettura
teorica che ne metta in discussione la natura come strumenti trasferibili in
modo standardizzato. In una prospettiva di policy mobility, le PLC possono essere
interpretate non come
modelli da replicare,
ma come dispositivi che si riformulano nel loro
processo di circolazione, adattandosi a priorità, assetti istituzionali e
rappresentazioni del sistema del cibo differenti. I contesti locali non si
limitano a ricevere le politiche, ma ne rinegoziano significati e funzioni,
producendo configurazioni eterogenee
che riflettono modi diversi
di concepire il
rapporto tra cibo,
territorio e governance.In
questo quadro, anche
la nozione di
“popolazioni in situazioni di
vulnerabilità” si rivela intrinsecamente situata e relazionale. L’analisi
comparata tra contesti potrà evidenziare come la vulnerabilità non costituisca
una categoria universale e stabilmente definibile, ma un costrutto che prende
forma in relazione a
specifiche condizioni socioeconomiche, politiche e
ambientali. Essa emerge
dall’interazione tra accesso alle
risorse, posizionamento nei sistemi alimentari, riconoscimento istituzionale
e capacità di agency degli attori coinvolti. Tale prospettiva
invita a superare approcci essenzializzanti
e a considerare
la vulnerabilità come
un processo dinamico, prodotto
e riprodotto all’interno
di relazioni di potere
territorialmente situate.L’approccio della cooperazione decentrata offre un
ulteriore livello di analisi,
consentendo di interrogare
le modalità attraverso cui le
relazioni tra amministrazioni pubbliche - e fra di esse e la società civile -
si strutturano nello spazio e nel tempo. Le geometrie della cooperazione non
sono date una volta per tutte, ma si configurano come esiti contingenti di
traiettorie istituzionali, pratiche di collaborazione e relazioni di fiducia
costruite nel lungo
periodo. In questo
senso, la governance del
cibo può essere
letta come un
campo relazionale
multilivello, nel quale
gli assetti istituzionali
si ridefiniscono attraverso l’interazione tra attori locali, nazionali
e reti
transnazionali e seguire
diversi progetti di durata
pluriennale permetterà anche
di vedere come
le relazioni si strutturano
attorno ad azioni specifiche, ma anche come l’implementazione dei progetti sia
influenzata da dinamiche relazionali costruite nel tempo.Infine, la riflessione
comparata su diversi contesti permette di
problematizzare l’uso delle
metodologie di ricerca
e di ricerca-azione partecipativa, mettendone
in luce la dimensione non neutra e contestuale.
L’applicazione di tali metodologie
in ambienti differenti
richiede un costante lavoro di adattamento e
riflessività, volto a costruire quadri metodologici capaci
di mantenere coerenza
analitica pur nella diversità dei
contesti. La ricerca-azione partecipativa si configura così come un processo
aperto e situato, nel quale la
produzione di conoscenza
emerge dall’interazione tra ricercatori e attori locali, e nel quale
i metodi stessi diventano oggetto di negoziazione e ridefinizione di paradigmi,
chiavi analitiche e prospettive