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mercoledì 7 gennaio 2026

Dieta o diaita?

                           NinoSutera

  Dieta Mediterranea: 15 Anni di Patrimonio Culturale dall’UNESCO

Il 16 novembre 2010, un evento significativo ha avuto luogo a Nairobi, in Kenya, dove la dieta mediterranea è stata ufficialmente riconosciuta come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO. Questo riconoscimento ha posto sotto i riflettori un modello alimentare che non solo rappresenta la gastronomia italiana, ma incarna un vero e proprio stile di vita che promuove la salute e il benessere.

 


 Un patrimonio da custodire

Nonostante la sua fama mondiale, la dieta mediterranea è minacciata da un fenomeno preoccupante: in Italia, dove è nata, c’è un crescente allontanamento dai suoi principi. L’espansione dei fast food e l’aumento dei costi dei prodotti freschi hanno portato a scelte alimentari poco salutari, come dimostrano i tassi crescenti di obesità, malattie cardiovascolari e diabete. Queste problematiche rappresentano una vera e propria emergenza sociale e sanitaria, in particolare per le fasce più vulnerabili della popolazione.

Verso un futuro sostenibile

Il cammino verso una maggiore consapevolezza sulla dieta mediterranea è già avviato, come dimostra anche il riconoscimento della cucina italiana, previsto per il 10 dicembre. Questo ulteriore traguardo rafforzerà il legame tra la cucina e la dieta mediterranea, offrendo nuove opportunità per valorizzare i prodotti tipici e tutelare i produttori da imitazioni e contraffazioni.

    Il termine dieta viene comunemente associato ad un regime alimentare, di solito privativo e restrittivo, volto a perdere peso. Sarebbe importante invece riportare il termine dieta al suo significato semantico, ossia al termine greco "diaita" che tradotto vuol dire stile di vita, in questo modo forse si riuscirebbe a vedere la dieta non più come qualcosa di negativo ma come la giusta alimentazione, o meglio ancora il giusto stile di vita che si dovrebbe seguire per godere di una buona salute e di una buona forma fisica. Certo è innegabile che in alcuni casi particolari può essere necessario seguire per un certo periodo una dieta dimagrante, ma è certo che se tutti imparassimo a seguire una dieta sana con maggior consapevolezza e costanza non sarebbe necessario stressare continuamente l'organismo con periodi di abbuffate e periodi di restrizione perchè attraverso una dieta variata ed equilibrata e mantenendo il corpo sano e reattivo è molto più facile mantenere la linea senza troppi sacrifici

Lo“stile di vita mediterraneo”   ha radici antiche, nel modello storico della “civiltà classica” che si contrappone alla“civiltà barbarica”; stimolante perché si è evidenziato come questo modello abbia generato, nei secoli, uno stile di vita che ha arricchito la storia mondiale di conoscenze e di arte.  Cosa c’entra la “dieta mediterranea” con ciò? Noi siamo quello che mangiamo, la dieta mediterranea alimenta gli individui non solo di cibi semplici e sani ma anche di valori legati al territorio, alla convivialità,all’ambiente. È una “diaita”, una scelta, una disciplina di vita è la pratica di un’arte: il “savoir faire” basato sulle conoscenze e sulle tradizioni che spaziano dal paesaggio alla tavola attraverso saperi, sapori e odori che si ritrovano nei luoghi, negli uliveti come nei mercati, nelle piazze e nei luoghi di incontro gastronomici e personali, dove si sono sedimentate culture e tradizioni di tutto il bacino del Mediterraneo.Il Mediterraneo, questo mare che ha ispirato e cullato grandi poeti,artisti, filosofi, maestri di vita, a cui gli americani attribuiscono la responsabilità di “dividere” l’occidente dall’oriente, in realtà “unisce” in una vasta regione grandi paesi che condividono i frutti del modello del sano vivere, il cuore di una cultura che si è diffusa in tutto il mondo. Tutti concordi sul fatto che l’obesità sia una pandemia che riflette profondi cambiamenti culturali avvenuti nella nostra società, questi cambiamenti hanno creato un ambiente che promuove uno stile di vita sedentario e il consumo di alimenti ad alta densità energetica e ricchi di grassi, spesso idrogenati. Le nostre regioni del sud sono state la culla della “dieta mediterranea”,oggi sono le regioni in cui l’obesità infantile è più diffusa: 36% contro il 16%di Lombardia, veneto e Piemonte. Si sono allontanate dal modello mediterraneo per aderire ad un modello americano. Gli ultimi 40/50 anni sono trascorsi all’insegna della promozione di uno stile di vita improntato al modello americano, mentre gli americani erano impegnati a copiarci il nostro stile di vita: nel 1958 Ancel Keys cominciò a studiare lo stile di vita culturale e alimentare che consentiva alle nostre popolazioni di vivere meglio, più a lungo. Fece conoscere la “dieta mediterranea” e la diffuse come lo strumento più idoneo per vivere sani. Il TIME dedicò una copertina a lui e alla sua scoperta, la dieta mediterranea, la NOSTRA “diaita”, il nostro stile di vita: i nostri magazine pubblicano altro sulle loro copertine … Eppure se la merita, la copertina, la nostra dieta mediterranea: produce un miglioramento del 10% nelle malattie cardiovascolari, un miglioramento del 6%nelle malattie oncologiche, un miglioramento del 13% nelle malattie neurovegetative, riduce dell’8% la mortalità, nel 2010 è stata proclamata patrimonio culturale dell’umanità. Se pensiamo che ogni anno le cure mediche per obesità e patologie conseguenti, costano al nostro paese 28miliardi dieuro!!!! (per ospedalizzazione il 64%, per diagnostica il 12%, per farmaci il7%, per visite  il 6%, per altro l’11%) eche 2/3 di tutti i decessi sono dovuti a patologie inerenti la nutrizione. Essendo uno stile di vita, una cultura, la dieta mediterranea non può essere praticata se non come fatto culturale legato al luogo, i nostri territori sono parte integrante della “diaita”, con la loro storia e la filosofia di vita che hanno ispirato.  Gli elementi fondamentali sono rappresentati da una triade + 1: Olio Extra Vergine di Oliva,Vegetali, Cereali, + vino.  Premessa fondamentale: si parla di alimenti da produzioni artigianali, che rispettano i valori nutrizionali attraverso pratiche di coltivazione e lavorazione “gentili”; i nostri avi non utilizzavano mezzi meccanici, la coltivazione e la lavorazione delle materie prime è ingrediente culturale della“diaita”.  Caratteristica tipica è il rispetto della stagionalità e della conservazione naturale (sotto sale e sott’olio) dei prodotti: l’inverno ha le sue verdure che non sono pomodori e peperoni, come d’estate non sono i cavoli ei carciofi. Il rispetto della stagionalità garantisce l’apporto delle vitamine nelle forme più adatte al nostro fisico nel periodo determinato (es.: la vitamina C così come è presente nei pomodori fa bene d’estate, d’inverno la vitamina C è da assumere nella forma offerta dagli agrumi).

 

I pesticidi: vietati nei campi europei, esportati nel resto del mondo


La promessa mancata  

Dopo la prima inchiesta del 2018, la Commissione europea aveva promesso di intervenire, assicurando che le sostanze vietate non sarebbero più state prodotte per l’export. Un impegno rimasto lettera morta.

Nel frattempo è arrivato il Green Deal europeo,   oggi fortemente ridimensionato   dalle lobby  della chimica e dai tanti "utili....."

 La Commissione   deve rispettare le proprie promesse e introdurre un divieto a livello Ue. È scandaloso che i profitti dell’industria chimica continuino a prevalere sulla salute delle persone e sull’ambiente e del prossimo.


 


         Negli ultimi sette anni l’Unione Europea, nonostante gli impegni dichiarati, ha continuato a esportare pesticidi considerati pericolosi per la salute e l’ambiente e per questo banditi dalle coltivazioni interne. A rivelarlo è una nuova inchiesta condotta da Unearthed, l’unità investigativa di Greenpeace, insieme a Public Eye.

I dati parlano chiaro: nel 2024 Bruxelles ha autorizzato l’export di pesticidi contenenti 75 sostanze vietate, quasi il doppio delle 41 individuate nel 2018. Un aumento possibile grazie a un vuoto normativo che consente alle aziende chimiche di continuare a produrre e vendere all’estero molecole proibite nei confini comunitari, approfittando delle legislazioni più deboli dei Paesi importatori.

Non solo le sostanze: anche i volumi sono cresciuti. Nel 2024 l’Ue ha notificato l’intenzione di esportare 122mila tonnellate di pesticidi banditi, più del doppio rispetto al 2018. Tra questi si trovano composti associati a infertilità, danni cerebrali nei bambini, interferenze endocrine, oltre a insetticidi letali per le api e pericolosi per la fauna selvatica. Prodotti che, secondo la stessa Unione Europea, costituiscono una minaccia globale alla biodiversità e alla sicurezza alimentare.

Un boomerang pronto a tornare indietro: nulla garantisce che prodotti agricoli trattati con quelle stesse sostanze non rientrino sui mercati europei, Italia compresa.

Destinazioni e numeri dell’export

Nel 2024 pesticidi vietati nell’Ue sono stati spediti in 93 Paesi, di cui 71 a medio o basso reddito (pari al 58% del totale in peso). In testa c’è il Brasile, custode di alcune delle maggiori riserve di biodiversità del pianeta, seguito da Ucraina, Marocco, Malesia, Cina, Argentina, Messico, Filippine, Vietnam e Sudafrica. Tra i Paesi africani destinatari se ne contano 25. Gli Stati Uniti, invece, sono il primo importatore mondiale tra i Paesi ad alto reddito.

Sul fronte europeo, 13 Stati membri hanno preso parte a questo commercio tossico. La Germania guida la classifica con oltre 50mila tonnellate, seguita da Belgio (16.500), Spagna, Paesi Bassi, Bulgaria, Italia (quasi 7mila), Francia, Danimarca, Ungheria e Romania.

Alcuni governi stanno cercando di correre ai ripari: in Belgio è entrata in vigore una legge che vieta l’esportazione di diversi pesticidi proibiti, mentre in Francia è stato approvato un emendamento per chiudere una delle principali scappatoie ancora esistenti.

Il pesticida più esportato resta il 1,3-dicloropropene, un fumigante del suolo vietato dal 2007 per la contaminazione delle falde e i rischi per la fauna selvatica. A seguire, il diserbante glufosinate prodotto dalla Basf e il fungicida mancozeb, bandito nel 2020 perché tossico per la riproduzione e classificato come interferente endocrino.

Le aziende coinvolte

Sono oltre 40 le imprese esportatrici individuate. Tra queste Basf, Teleos Ag Solutions, Agria, Corteva, Syngenta, Bayer e AlzChem. In Italia risultano coinvolte sei aziende – tra cui Finchimica, Tris International, Corteva e Sipcam Oxon – che nel complesso hanno notificato l’esportazione di circa 7mila tonnellate di pesticidi vietati, contenenti 11 sostanze proibite.

Tra queste l’erbicida trifluralin, bandito in Ue da quasi 20 anni perché tossico per pesci e fauna acquatica, oltre che sospetto cancerogeno, e il suo derivato ethalfluralin.

“È vergognoso e ipocrita – commenta Simona Savini, campagna Agricoltura di Greenpeace Italia – che l’esportazione europea di pesticidi vietati continui a crescere, mettendo a rischio la salute dei lavoratori agricoli, delle comunità locali e della natura”.


 

lunedì 17 novembre 2025

Born in Sicily, da un'iniziativa a un metodo

 

La legge n.194/2015 ha molto della legge regionale elaborata dall'ex Assessore all' Agricoltura, Dario Cartabellotta, e varata dal parlamento siciliano nel 2013. Un provvedimento ispirato al concetto del “nato in Sicilia” e da qui Born in Sicily. 
"Personalmente, mi piacerebbe vedere una regione con un’unica Comunità del cibo Born in Sicily," ma si sa, in Sicilia, spesso anche nel recente passato, da una legge nazionale o da un regolamento dell’U.E, si materializzano come per magia una miriade di idee, come ci ricorda l’immortale Tomasi di Lampedusa:

Prendete un problema di qualunque natura (politico, sociale, culturale, tecnico o altro) e datelo da risolvere a due italiani: uno milanese e l’altro siciliano. Dopo un giorno, il siciliano avrà dieci idee per risolvere questo problema, il milanese nemmeno una. Dopo due giorni, il siciliano avrà cento idee per risolvere questo problema, il milanese nessuna. Dopo tre giorni, il siciliano avrà mille idee per risolvere questo problema, e il milanese lo avrà già risolto”.

Tornando al provvedimento, (legge n.194/2015), esso ha come obiettivo la tutela della biodiversità di interesse agricolo e la valorizzazione del ruolo degli agricoltori custodi della biodiversità, definiti come coloro che si impegnano nella conservazione delle risorse genetiche di interesse alimentare ed agrario locali soggette a rischio di estinzione o di erosione genetica. In conformità con il Piano Nazionale sulla Biodiversità di interesse Agricolo, la legge n.194/2015 istituisce un sistema nazionale di tutela e di valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare che è costituito da 4 elementi principali: l’anagrafe nazionale della biodiversità, la rete nazionale della biodiversità, il portale nazionale della biodiversità e il comitato permanente per la biodiversità.

 


Legge regionale sul “Born in Sicily” varata dal parlamento siciliano nel 2013

Nello specifico, il sistema nazionale di tutela e di valorizzazione della biodiversità prevede l’istituzione di un’anagrafe nazionale della biodiversità agraria e alimentare, attualmente in fase di implementazione, in cui siano raccolte tutte le risorse genetiche locali di origine vegetale, animale o microbica a rischio di estinzione. Viene, inoltre, istituita la rete nazionale della biodiversità di interesse agricolo, che è costituita dalle strutture locali, regionali e nazionali per la conservazione del germoplasma ex situ e dagli agricoltori e allevatori custodi. La rete, coordinata dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo, svolge ogni attività diretta a preservare le risorse genetiche locali dal rischio di estinzione o di erosione genetica, attraverso la conservazione in situ o ex situ, nonché a incentivarne la reintroduzione in coltivazione o promuoverne altre forme di valorizzazione. 

Con la legge n.194/2015 è prevista anche l’istituzione delle comunità del cibo e della biodiversità agraria e alimentare, con l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione, di sostenere le produzioni agrarie e alimentari di qualità e di favorire comportamenti atti a tutelare la biodiversità di interesse agricolo e alimentare. Si tratta di ambiti locali derivanti da accordi tra i diversi portatori di interesse legati alla tutela e alla valorizzazione della biodiversità agraria e alimentare che possono avere come oggetto lo studio, recupero e la trasmissione di conoscenze e saperi tradizionali sulle risorse genetiche di interesse alimentare, la realizzazione di forme di filiera corta e vendita diretta, l’agricoltura biologica e altri sistemi colturali a basso impatto ambientale, la realizzazione di orti didattici, sociali, urbani e collettivi, ecc. Le comunità del cibo e della biodiversità rappresentano uno strumento innovativo per promuovere percorsi territoriali integrati di sviluppo locale legati all’agricoltura sostenibile, al cibo e alla biodiversità.

È importante riuscire a coniugare la conservazione della biodiversità agricola con lo sviluppo locale del territorio, creando sinergie tra agrobiodiversità, ambiente, territorio, aree protette, paesaggio, cultura e identità locali sulla base del modello proposto dalle comunità del cibo e della biodiversità agraria e alimentare. In tal senso, la Rete Rurale Nazionale attraverso il Progetto Biodiversità, Natura 2000 e Aree Protette può favorire lo sviluppo di sinergie, lo scambio di esperienze, di competenze e di buone pratiche. 

giovedì 25 settembre 2025

PAC, il nuovo pacchetto Omnibus: agricoltori tra speranze e timori

 


📌 COSA CAMBIA PER I PICCOLI AGRICOLTORI

  • Pagamento annuo: fino a 5.000 euro (invece dei 2.500 proposti dalla Commissione).

  • Contributo una tantum: fino a 75.000 euro per lo sviluppo aziendale.

  • Maggiore centralità: i piccoli agricoltori vengono riconosciuti come presidio del territorio, non solo come operatori economici.


🌱 NOVITÀ AMBIENTALI IN PILLOLE

  • BCAA: conformità automatica non solo per aziende totalmente biologiche, ma anche per quelle parzialmente bio e in aree protette.

  • Prati permanenti: allungato il periodo minimo prima di poterli convertire; nuova definizione che include terreni non arati/coltivati da almeno 7 anni.

  • Obiettivo: conciliare tutela della biodiversità e flessibilità per le aziende agricole.


⚠️ GESTIONE DELLE CRISI

  • Aiuti: niente nuovo pagamento diretto, ma sostegni dai fondi per lo sviluppo rurale.

  • Eventi coperti: calamità naturali ed epidemie animali.

  • Soglia di accesso: abbassata dal 20% al 15% di perdita annua (produzione o reddito).


⏱️ TEMPI PIÙ RAPIDI PER I PIANI STRATEGICI

  • Bruxelles dovrà rispondere entro 2 mesi (non più 3) alle richieste degli Stati membri di modifica ai Piani strategici nazionali.


  





Ridurre la burocrazia, dare più respiro ai piccoli agricoltori e garantire regole ambientali più eque. Sono questi i pilastri della posizione adottata il 24 settembre dalla Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Parlamento europeo sul cosiddetto “Omnibus III”, il pacchetto di semplificazioni proposto a maggio dalla Commissione UE.

Per gli addetti ai lavori si tratta di un passaggio molto atteso. Troppo spesso, negli ultimi anni, il settore agricolo ha avuto la sensazione di dover combattere due battaglie: quella con il clima, con le calamità naturali che hanno compromesso raccolti e redditi, e quella con la burocrazia, sempre più fitta e complicata.

La relazione presentata da André Rodrigues (S&D, Portogallo), approvata con 38 voti favorevoli, 8 contrari e 2 astensioni, nasce proprio dall’urgenza di “liberare gli agricoltori dalle carte” e restituire loro il tempo e le energie per coltivare, allevare e produrre. «Vogliamo permettere agli agricoltori di tornare a fare ciò che sanno fare meglio: produrre cibo sicuro, di qualità, accessibile» ha spiegato Rodrigues.


Ambiente e produzione: un equilibrio da trovare

Uno dei fronti più delicati riguarda i requisiti ambientali. Da un lato, l’Europa ribadisce l’impegno a tutelare suoli e biodiversità; dall’altro, cerca di non ingabbiare chi lavora nei campi con norme percepite come rigide e poco aderenti alla realtà quotidiana.

Il compromesso proposto dalla Commissione AGRI è quello di introdurre maggiore flessibilità: non solo le aziende biologiche “pure”, ma anche quelle parzialmente biologiche e quelle situate in zone di conservazione speciale, dovrebbero essere considerate conformi ad alcuni standard della PAC.

Un’altra misura riguarda i prati permanenti: si vuole allungare il periodo minimo che un terreno deve restare a prato prima di cambiare destinazione, per scoraggiare l’aratura “strategica” fatta solo per rientrare nei parametri. Una mossa che, nelle intenzioni, dovrebbe premiare chi preserva prati e pascoli come veri serbatoi di biodiversità.


Crisi climatiche ed emergenze: come cambiano i sostegni

Non c’è agricoltore che non abbia fatto i conti, negli ultimi anni, con grandinate improvvise, siccità prolungate o piogge torrenziali. A questi eventi si aggiungono le emergenze sanitarie, come le epidemie animali. Per questo la Commissione AGRI propone un nuovo quadro di sostegni, con aiuti erogati non attraverso i pagamenti diretti, ma tramite i fondi per lo sviluppo rurale, ritenuti più adatti a gestire le crisi.

Un segnale concreto è l’abbassamento della soglia di perdita necessaria per accedere agli indennizzi: dal 20% al 15%. Una riduzione che, per molte piccole aziende agricole, può fare la differenza tra il sopravvivere e il chiudere i cancelli.


Piccoli agricoltori: più centralità, più fiducia

Il cuore della riforma, però, riguarda i piccoli agricoltori, da sempre il tessuto vitale delle campagne europee. Per loro, il pacchetto Omnibus prevede un sostegno annuo fino a 5.000 euro, raddoppiando la proposta iniziale della Commissione. Non solo: viene introdotto anche un contributo una tantum fino a 75.000 euro per sostenere lo sviluppo aziendale.

È un segnale politico forte: la piccola agricoltura non deve essere trattata come un “residuo” del passato, ma come un presidio di territorio, cultura e qualità.


Verso il voto in plenaria

La relazione sarà discussa in plenaria dal 6 al 9 ottobre. Subito dopo si aprirà la fase negoziale con gli Stati membri, con l’obiettivo di arrivare a un accordo definitivo già a novembre.

Sul tavolo rimangono due visioni: quella di chi chiede più libertà, meno burocrazia e più sostegni immediati, e quella di chi teme che le deroghe possano allentare troppo gli impegni ambientali.

La sfida sarà tenere insieme entrambe le esigenze: perché senza agricoltori non ci sono prodotti, ma senza terreni fertili e biodiversità non c’è futuro per l’agricoltura stessa.


  

venerdì 19 settembre 2025

Domenica 21 la presentazione dell'inno Vai Italia

                                                       NinoSutera

           La cucina italiana è candidata all’Unesco come patrimonio immateriale, domenica 21 la presentazione dell'inno Vai Italia 

   


 





Quando il cibo si radica in maniera identitaria ad un territorio, smette di essere soltanto un momento culinario e diventa esperienza totale. Coinvolge i cinque sensi: lo sguardo che si posa sui colori, l’olfatto che riconosce i profumi, il tatto che avverte le consistenze, il gusto che abbraccia i sapori e perfino l’udito, perché quel cibo racconta storie, tradizioni, paesaggi e comunità. È il genius loci, lo spirito del luogo, che entra nel piatto e lo rende unico.

Il termine latino genius loci rimanda infatti all’anima profonda di un territorio, alla sua eredità culturale, sociale, ambientale e produttiva. Ogni borgo, ogni città, ogni campagna porta con sé un sapere antico che si rinnova nel presente. La cucina italiana è la sintesi di questo mosaico: un patrimonio che vive nell’armonia tra natura e cultura, tra ingredienti e gesti, tra memoria e innovazione.


La cucina come rito identitario

La cucina italiana non è soltanto l’insieme delle sue infinite ricette, ma è soprattutto un rito collettivo, occasione di condivisione e confronto. È la tavola come luogo della comunità, il pranzo della domenica che rinsalda legami familiari, la saggezza contadina che insegna il valore della stagionalità e del recupero degli avanzi trasformati in piatti della memoria.

In questa dimensione, cucinare e mangiare diventano gesti che tramandano identità, rafforzano appartenenze e creano comunità. È il genius loci che prende forma nei gesti quotidiani, trasformando il cibo in linguaggio universale di convivialità.
Il sostegno della rete dei Borghi De.Co.

La candidatura della cucina italiana a Patrimonio Immateriale dell’Umanità trova sostegno non solo nelle istituzioni, ma anche nella società civile e nelle comunità locali. La Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci De.Co., insieme a IDIMED e numerosi enti e associazioni, è impegnata a valorizzare i patrimoni identitari legati alle produzioni agroalimentari, alla biodiversità e ai saperi tradizionali.

Questa rete considera la cucina italiana come sintesi vivente delle culture locali: ogni borgo custodisce un piatto, un prodotto, una storia che contribuisce a comporre il grande affresco della tradizione gastronomica nazionale. Tutelare e promuovere questi patrimoni significa preservare il genius loci e, con esso, la memoria collettiva di un popolo.
Un inno per la candidatura

La candidatura ha trovato anche la sua voce ufficiale con l’inno “Vai Italia”, scritto da Mogol, musicato da Oscar Prudente e interpretato da Al Bano insieme ai cori dei bambini di Caivano e dell’Antoniano. La presentazione ufficiale è prevista il 21 settembre a Domenica In con Mara Venier, in contemporanea con i pranzi collettivi organizzati in molte piazze italiane, ispirati al tradizionale pranzo domenicale.

Un modo per ribadire che la cucina italiana non è solo cibo, ma narrazione e identità, linguaggio universale che unisce generazioni e territori, in Italia e nel mondo.
Un patrimonio globale

Oggi questo patrimonio riguarda circa 60 milioni di italiani in patria e oltre 80 milioni di connazionali e discendenti all’estero, a cui si aggiungono milioni di stranieri che hanno fatto proprio lo stile alimentare italiano. La cucina italiana è diventata simbolo di convivialità, benessere e sostenibilità, ed è questo genius loci, capace di viaggiare senza perdere le proprie radici, a renderla candidata ideale all’Unesco.

 


mercoledì 10 settembre 2025

L’Economia della Conoscenza per lo sviluppo agricolo e rurale


In Italia si scontrano due teorie, quella dell'EC e quella che punta principalmente sugli investimenti materiali (motozappe, trattrici,   motopompe,ect,ect) 
Della seconda teoria chiaramente non c'è ne occupiamo...


" In Sicily in Italy, a series of webinars targeting advisors was carried out aiming to promote digital applications, such as business management at farm level, water management, and irrigation. In 2024, another Italian region, Emilia-Romagna, hosted a conference that emphasized the important role of EIP-AGRI OGs in fostering sustainability and provided visibility to outstanding projects, encouraging others to promote European cooperation to modernize agriculture."
Bene, i webinar a cui fanno riferimento sono quelli organizzati dall' Osservatorio Neorurale 2021-2024 https://chat.whatsapp.com/EA7A3w7IxDDAd0C7SXmjrG

L’Economia della Conoscenza (EC) è un modello di sviluppo che considera la conoscenza come principale fattore produttivo. Nell’agricoltura e nelle aree rurali, questo significa mettere al centro informazioni, competenze, innovazioni e relazioni come risorse decisive per generare crescita sostenibile, competitività e coesione sociale.

La transizione verde e digitale dell’UE richiede che anche il settore agricolo si inserisca pienamente nella logica della EC, con sistemi capaci di produrre, diffondere e applicare conoscenza a beneficio degli agricoltori, delle comunità e dei territori.


2. Economia della Conoscenza e agricoltura

2.1 Principi fondamentali

Applicare la EC all’agricoltura significa:

  • valorizzare la conoscenza tacita degli agricoltori e metterla in dialogo con la ricerca scientifica;

  • costruire reti di apprendimento che superino la frammentazione;

  • favorire l’innovazione aperta e diffusa, accessibile a tutti;

  • rendere l’informazione un bene comune, condiviso e co-prodotto.

2.2 Impatto nelle aree rurali

Per le aree rurali, la EC significa non solo crescita economica, ma anche:

  • coesione sociale, grazie alla partecipazione delle comunità;

  • resilienza territoriale, perché le conoscenze aiutano ad affrontare crisi ambientali ed economiche;

  • rigenerazione culturale, con nuove forme di imprenditorialità neorurale.


3. Il quadro europeo:   innovazione diffusa

La Commissione Europea promuove il modello basati sull'EC fin da Agenda 2000,  proprio come strumento per trasformare la conoscenza in motore di sviluppo.
Attraverso programmi come:

  • EIP-AGRI, che finanzia Gruppi Operativi per progetti innovativi;

  • LEADER/CLLD, che anima i territori;

  • Horizon Europe, che sostiene ricerca e sperimentazione,
    si costruisce un ecosistema in cui l’innovazione è condivisa e applicabile alle sfide concrete delle aziende agricole.


4. L’Italia e la rete delle conoscenze

In Italia, la Rete Rurale Nazionale e i Programmi di Sviluppo Rurale hanno sviluppato strumenti di animazione, formazione e divulgazione.
L’adozione del modello EC significa:

  • passare da interventi frammentati a reti integrate di conoscenza;

  • valorizzare le esperienze locali come parte di un patrimonio nazionale;

  • diffondere innovazioni in modo aperto, inclusivo e replicabile.


5. La Sicilia come laboratorio di Economia della Conoscenza

5.1 L’Osservatorio Neorurale

La Sicilia ha istituito nel 2021 l’Osservatorio Neorurale, che rappresenta un esempio concreto di applicazione della EC:

  • osserva e raccoglie nuove sfide;

  • favorisce scambi di esperienze e buone pratiche;

  • diffonde conoscenza attraverso eventi, laboratori e pubblicazioni, webinar, partecipazione a eventi divulgativi;

  • connette persone e istituzioni, trasformando il sapere individuale in capitale collettivo.

La Rete Regionale del Sistema della Conoscenza e dell’Innovazione in Agricoltura (2021) coordinata dall'Osservatorio Neorurale  è la struttura che permette di mettere a sistema 

All’interno di questa rete, l’Osservatorio Neorurale diventa un nodo di innovazione sociale, capace di tradurre i principi della EC in pratiche concrete, accessibili e vicine al territorio.


6. Conclusioni

L’Economia della Conoscenza applicata all’agricoltura e allo sviluppo rurale non è solo un concetto teorico: è una strada concreta che consente  di affrontare le sfide del futuro. Il riconoscimento dell'attività  come buona pratica ne è un esempio evidente, capace di trasformare informazioni e saperi in sviluppo, partecipazione e sostenibilità.


 SINTESI DELLE ATTIVITA'

































venerdì 4 luglio 2025

Agroindustria contro l'agricoltura mediterranea

  


L'agricoltura o le agricolture? 

La diatriba di questi giorni, può essere tranquillamente ridotta a un conflitto, tra agroindustria super intensiva (nord e europa) con interessi inconfessabili, e l'agricoltura mediterranea,  rappresentata  da piccole e medie aziende a conduzione familiare, che non ha niente da dividere con la prima.


Dedichiamo questo scritto a una prima riflessione sull’agricoltura contadina, non prima di ribadire dei concetti base:

 -      L'80% delle risorse europee va a una piccola lobby (20%)di aziende capitaliste. 

  -   L’81% dei Azionisti di     maggioranza,(cittadini, contribuenti, consumatori) si dicono preoccupati per l’impatto ambientale dei pesticidi e per il 75% hanno timori rispetto all’impatto dei pesticidi sulla salute umana, come riporta un recente sondaggio della società di analisi di mercato Ipsos. 

  -   Le strategie del Green Deal, come la Strategia Farm to Fork e la Strategia Biodiversità 2030, sono politiche lungimiranti 

Seppure oggetto di dibattito internazionale da quasi un secolo, è stata generalmente considerata marginale, ritenendo erroneamente che fosse destinata a scomparire sotto i colpi del processo di modernizzazione. Tuttavia, alcuni elementi qualificanti di questa agricoltura – assunta come inefficiente, improduttiva ed arretrata – costituiscono quella che emerge essere la forma più diffusa, in Italia e nel mondo, di coltivazione: l’agricoltura familiare, ritornata al centro di un intenso dibattito  

Molteplici sono stati gli studi specificatamente incentrati sulla persistenza e trasformazione del modo di produrre contadino (Cavazzani 2009; Corrado 2013a, 2013b; Giunta 2014; Pérez-Vittoria 2007; Pieroni, 2008; Van der Ploeg 2006, 2009; Vitale 2013; Sivini 2013a; 2013b). Alla luce di questi studi, ma soprattutto delle dinamiche di mobilitazione e rivendicazione tradotte in proposte politiche, con questa raccolta di contributi si è focalizzata l’attenzione sulle proposte di legge in discussione per comprendere quale sia lo spazio per l’agricoltura contadina in Italia.

L’intervento di Antonio Onorati fa il punto sulle condizioni e le prospettive delle “agricolture” italiane. Da una parte vi è l’industria agroalimentare orientata all’esportazione, sempre meno italiana nonostante l’intenso intervento pubblico, considerata strategica nel rispondere attivamente alla crisi dell’agricoltura ed alla caduta dei consumi, rilanciando il Made in Italy.
Onorati dimostra come all’esiguità del numero di imprese di grandi dimensione capaci di proiettarsi sui mercati globali, superando gli alti costi d’ingresso, corrisponde un dominio sul comparto tanto forte da determinare le politiche pubbliche e esercitare una competizione, a tratti sleale, nei confronti dell’intera agricoltura italiana. Ciò avviene soprattutto a scapito di quelle piccole e medie aziende dell’agroalimentare che, grazie ad un carattere fortemente territoriale, dovrebbero essere, scrive Onorati, “il riferimento assoluto del ‘Made in Italy’”perché capaci di realizzare prodotti alimentari “eccellenti” ed “inimitabili”. É proprio su queste piccole e medie aziende che si esercita la pressione verso l’abbassamento dei prezzi pagati alla produzione agricola. Dall’altra parte vi è l’agricoltura contadina, articolata su una miriade di piccole e piccolissime imprese agroalimentari. Fondata su una razionalità economica centrata sull’acquisizione di reddito (esclusivo o aggiuntivo) attraverso il lavoro, fortemente radicata nei territori e prevalentemente orientata al mercato locale, ha sviluppato una gestione dell’attività produttiva finalizzata all’autonomia, almeno relativa, dal mercato. Essa rimane, dice Onorati, la struttura su cui continua a poggiare il sistema agroalimentare italiano, nonostante la competizione iniqua con il modello agricolo industriale dominante.

Questo modo di produrre, dunque, lungi dall’essere un problema, rappresenta non solo una risorsa per la sostenibilità dello sviluppo economico italiano ma, più in generale, per la salvaguardia e la valorizzazione delle dimensioni sociali ed ecologiche del sistema agro-alimentare. Queste, ci sembrano, le considerazioni più importanti che hanno portato alle proposte di legge che il parlamento non è stato capace di approvare, per interessi ostili.

 L’articolo di Isabella Giunta ne sintetizza i tratti salienti, mostrando come tali proposte, inserendosi nelle pieghe della “svolta verde” della Comunità Europea e dell’attenzione verso l’agricoltura familiare della Fao, siano innanzitutto il risultato di un intenso ed effervescente dibattito sociale, stimolato a livello internazionale dai movimenti contadini, e nei territori da diverse iniziative innovatrici   Un dato che ci sembra emergere da questo dibattito, in parte riflesso nelle proposte di legge, riguarda una serie di elementi che specificano l’agricoltura contadina rispetto alla categoria di agricoltura familiare, la quale, come è noto, nella formulazione della Fao si riferisce al controllo ed alla gestione familiare dei più importanti fattori produttivi (terra e lavoro), con esplicito riferimento alle funzioni economiche, ambientali, sociali e culturali (Fao 2014). Ci sembra che l’innovazione apportata dalla riflessione sull’agricoltura contadina sia la qualificazione di queste dimensioni e delle interconnessioni interne che permettono di prospettare un sistema locale di produzione. Così, nella difesa della “dignità del lavoro” e nella richiesta di rendere ad esempio accessibili le terre demaniali, terra e lavoro cessano di essere concepiti come meri fattori produttivi, acquisendo una natura sociale legata, rispettivamente, all’attività lavorativa come spazio di esistenza e fonte di reddito ed alla terra come bene comune o comunque collettivo; da qui, si comprende come l’elemento soggettivo della produzione (il lavoro) possa avere con la terra non esclusivamente un rapporto di proprietà (privata), ma una miriade di relazioni “altre”, che le analisi sulle società non capitalistiche hanno spesso classificato sotto le nozioni di uso e possesso. Nella medesima logica, il rimando all’agroecologia, alla biodiversità e all’economia solidale prospettano la necessità di tener in conto gli effetti sociali ed ecologici sull’ambiente circostante.

Quest’ultimo nesso, e le sfide aperte dal riconoscimento istituzionale del modo di produrre contadino, viene affrontato nell’articolo di Adanella Rossi e Davide Biolghini, con riferimento all’economia solidale quale “particolare cornice di senso” entro cui l’agricoltura contadina multifunzionale interagisce con i contesti socio-ambientali in cui opera. L’enfasi qui è sulla “gestione etica dell’attività” e delle risorse locali, tema intorno al quale si sono sviluppate una molteplicità di pratiche sociali innovative quali, per esempio, i civic food networks.

Evidentemente, una delle sfide cruciali insite nel riconoscimento istituzionale riguarda l’insieme delle condizioni capaci di garantire la riproduzione, secondo la sua specifica razionalità, del modo di produrre contadino. L’articolo di Yvonne Piersante affronta una delle condizioni interne essenziali del processo di riproduzione, ossia il controllo sulle sementi quale diritto collettivo, percorso già intrapreso, anche se molto timidamente, dalla Fao, ma centrale nella proposta Zaccagnini. L’autrice mostra come da questo diritto dipenda il recupero, la conservazione e l’ulteriore sviluppo della biodiversità e, più in generale, della cura del territorio.



L’intervento di Giuseppe Gaudio e Palmerino Trunzo, infine, affronta una questione fondamentale non solo per l’agricoltura contadina, ma in generale per l’agricoltura italiana: il ricambio generazionale, che è trasmissione di conoscenza e saperi produttivi. Non si tratta soltanto di favorire l’accesso alla terra in un momento in cui il “ritorno in agricoltura”, emerso come nuovo fenomeno sociale, è sempre più caratterizzato dall’attenzione all’ambiente, al paesaggio, all’inclusione sociale, alla qualità della vita: “una sfida etica e culturale prima che tecnica”, scrivono i due autori. Si tratta anche di predisporre politiche pubbliche capaci di accompagnare questo processo, prospettando un approccio globale ed integrato. Dal momento che sono proprio le ‘generazioni future’ ad essere continuamente chiamate in causa nei documenti istituzionali sulla sostenibilità, in realtà, esse non possono essere pensate solo come destinatarie: i giovani devono infatti essere parte costitutiva del processo che li riguarda.

L’approvazione di una legge per l’agricoltura contadina, a tutela della sua specificità e che ne valorizzi l’eterogeneità, può essere un importante strumento per costruire spazi di manovra e di agibilità politica, necessari non solo alla resistenza e alla riproduzione delle piccole e medie aziende contadine, ma anche per costruire percorsi di innovazione economica e sociale, per la gestione dei beni comuni, per rispondere ai bisogni sociali, per creare reddito e impiego, per dare riconoscimento e fare emergere pratiche e circuiti economici, oggi in parte informali, finalizzati all’autoconsumo o ai consumi locali. Tale strumento potrebbe essere particolarmente importante per le aree interne o montane (di cui si occupa anche questo numero), in cui l’agricoltura e l’allevamento soffrono spesso ulteriori vincoli, fisico-spaziali, ambientali, socio-demografici ed infrastrutturali. Ma, in generale, si produrrebbe un utile quadro, adatto all’eterogeneità dei soggetti produttivi presenti nelle campagne italiane, entro cui imprimere una nuova dinamicità ai processi di sviluppo rurale, per sperimentare nuove politiche e pratiche per la sovranità alimentare e l’economia solidale, a livello locale e regionale. Certamente, l’approvazione di questa legge sarebbe un importante passo nel cammino verso l’istituzionalizzazione della proposta della sovranità alimentare, promossa dai movimenti sociali a livello internazionale, a cui altri paesi membri e le istituzioni europee potrebbero guardare con interesse, come già sta facendo la Fao. Ciò comporta ripensare la questione agraria come “questione del cibo”, ponendo particolare enfasi sulla necessità di promuovere la riterritorializzazione dei sistemi alimentari, in modo da favorire forme di produzione e consumo ecologicamente e culturalmente appropriate. In questo senso, riconoscere giuridicamente l’esistenza del soggetto produttivo contadino, con le proprie specificità e il connesso diritto a vederle rispettate grazie a misure e strumenti appropriati, significa anche promuoverne il ruolo cruciale svolto nella garanzia dell’accesso al cibo per tutti. Vale la pena, infatti, sottolineare che, secondo stime della Fao (2014), queste agricolture assicurano alla popolazione mondiale attuale, sempre più concentrata nelle aree urbane o metropolitane, più dell’80% degli alimenti consumati su scala globale. Il ricco dibattito a livello internazionale, ospitato in particolare dalla rivista Journal of Peasant Studies, evidenzia alcune criticità: i processi di proletarizzazione, la crescita della popolazione urbanizzata e il conseguente aumento della domanda di cibo nelle città, le differenti possibilità di accesso ad un “cibo di qualità” in funzione dell’appartenenza di classe, le condizioni del lavoro all’interno del sistema agroalimentare, l’organizzazione dei mercati e dei circuiti di distribuzione (si veda in particolare il dibattito tra Henry Bernstein e Philip McMichael). Evidentemente, si tratta di questioni aperte, su cui i movimenti sociali e contadini, insieme alla ricerca, devono continuare ad interrogarsi, sollecitando soluzioni politiche

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