giovedì 27 febbraio 2025

Cerinonia di consegna dei Guinness World Record

 

      Una location incantevole, un luogo meraviglioso, con tutti gli ingredienti per una favola di successo.

La recente premiazione con il riconoscimento del Guinness World Record, è un occasione  destinata a sedimentarsi nella memoria di chi ha partecipato all'evento

Al  Teatro Regina Margherita  di Caltanissetta lo scorso 25 febbraio, si è tenuta la cerimonia di consegna di ben due record mondiali.  Il primo record, avvenuto nella vicina città di Mazzarino, con il torrone più lungo del mondo realizzato il 18 settembre 2019 con 1004 metri di lunghezza.
Il secondo, avvenuto invece a Caltanissetta, con il cannolo più lungo del mondo realizzato l’11 settembre del 2022 con 21 metri e 43 centimetri.
La cerimonia di consegna è stata moderata dal past president Ristoworld Marcello Proietto di Silvestro.

I saluti istituzionali sono stati affidati al sindaco di Caltanissetta Walter Tesauro, al sindaco di Mazzarino Domenico Faraci, alla presidente CdA Sac Società Aeroporto Catania nonché vicesindaco con delega alla cultura del Comune di Caltanissetta Giovanna Candura, all’assessore attività produttive del Comune di Caltanissetta Guido Delpopolo.

Tra gli intervenuti alla cerimonia, il detentore del record del cannolo di Caltanissetta Lillo Defraia, il detentore del Record di Mazzarino Maurizio Bongiovanni, (Bongiovanni Srl), la scrittrice e Prefetto per la Sicilia dell’Accademia Italiana Gastronomia e Gastrosofia, madrina della manifestazione dell’11 settembre 2022 Anna Martano, il fondatore di Ristoworld    Andrea Finocchiaro.

Durante la manifestazione Nino Sutera,  ha tenuto una lectio magistralis su “I dolci identitari  dal guinness alla De.Co. denominazione comunale”. “Coroniamo – hanno commentato Lillo Defraia Marcello Proietto di Silvestro – il sogno della Città di Caltanissetta che detiene l’unico Guinness Word Records ufficialmente riconosciuto e per il quale abbiamo lavorato instancabilmente assieme a tutte le giacche bianche e ai tecnici che ringraziamo”.
“Siamo onorati di poter essere la città che detiene il Guinness World Record per il cannolo più lungo del mondo – ha dichiarato il sindaco di Caltanissetta Walter Tesauro -.   


  “Il cannolo non è un prodotto tipico, ma    un prodotto identitario, per leggenda,  storia  e cultura locale” ha affermato Nino Sutera, "Quando il cibo viene ancorato in maniera identitaria ad un territorio, smette di essere un momento culinario e diventa esperienza totale.   La Denominazione Comunale (De.Co.) è un atto politico, nelle prerogative del Sindaco, che afferma il suo primato nel territorio, che presuppone una conoscenza del passato, un’analisi del presente ed una progettualità riferita al futuro. La De.Co. è un prodotto del territorio (un piatto, un dolce, un sapere, un evento, un lavoro artigianale, ecc.), con il quale una comunità si identifica, per elementi di unicità e caratteristiche identitarie. Deve essere considerata come una vera e propria attrazione turistica, capace di muovere un target di viaggiatori, che la letteratura internazionale definisce “foodies”, viaggiatori sensibili al patrimonio culinario locale e non solo.  Il percorso percorso per la  De.Co. si configura,   come un’irrinunciabile opportunità per recuperare e valorizzare le specificità locali, espressione dei luoghi di provenienza e la Rete Nazionale dei Borghi Genius Loci De.Co. ne ottimizza i risultati.

 

 Il record nisseno rappresenta uno straordinario veicolo di promozione della pasticceria storica siciliana nel mondo. L'iniziativa è stata promossa da Ristoworld ma ha visto il coinvolgimento e il fattivo contributo di tutti i sodalizi cultural-gastronomici siciliani. Il risultato conseguito è stato frutto di un lavoro corale e condiviso a riprova del fatto che le sinergie sono sempre utili e proficue. Quannu spunta u suli, spunta ppì tutti... A Caltanissetta il sole ha avuto la forma di un gigantesco cannolo e, personalmente, sono onorata di esserne stata madrina , ha affermato  Anna Martano.  

«Il doppio record di Mazzarino e Caltanissetta che abbiamo celebrato   in questa occasione – commenta Marcello Proietto di Silvestro,    conferma quanto sia importante il percorso di rivalutazione e difesa della migliore produzione identitaria, in un contesto di intelligente rilancio del territorio, anche in chiave turistica. Il cammino che abbiamo iniziato a suo tempo con Nino Sutera, che ringrazio sempre per l’instancabile attività, dimostra come una iniziativa di respiro internazionale come il Guinness World Records del cannolo più lungo del mondo a Caltanissetta può trasformarsi in un volano esclusivo anche per il comparto turistico del territorio».

 


                  








 








foto di 

                                                            Diego Avanzato 


mercoledì 26 febbraio 2025

Canna da zucchero, non solo un ipotesi


RETE REGIONALE SISTEMA DELLA CONOSCENZA

La canna da zucchero in Sicilia merita di essere riscoperta e valorizzata, non solo per il suo valore storico e culturale, ma anche per le sue potenzialità economiche e ambientali. E la produzione del primo rum made in Sicily, interamente prodotto in terra siciliana, è un segno di come sia possibile essere protagonisti nel mercato dei distillati, offrendo un prodotto di qualità e di origine controllata. Ma andiamo con ordine.

 La Sicilia è una terra di antiche e nobili tradizioni agricole, che ha saputo conservare e valorizzare i suoi prodotti tipici e le sue eccellenze enogastronomiche. Tra le colture che hanno segnato la storia e la cultura dell’Isola, una delle più affascinanti e dimenticate è quella della canna da zucchero, una pianta tropicale che ha trovato in Sicilia un clima ideale per la sua crescita e trasformazione.

E a proposito di trasformazione, oltre all'”oro bianco” (come veniva definito lo zucchero), risale al 1600, ed esattamente ad Avola (Siracusa) la prima produzione di rum ottenuto dalla fermentazione e distillazione del succo o della melassa di canna da zucchero. La tradizione del rum ad Avola si perse nel tempo, tuttavias, fino a quando, nel 2020, un imprenditore locale, Corrado Bellia, decise di riprendere la coltivazione della canna da zucchero e di realizzare il primo rum 100% siciliano, con il marchio “Avola Rum”. A questo, nei giorni scorsi è stato affiancato anche il primo Rum interamente distillato in Sicilia, a Modica, grazie al sapiente lavoro della distilleria Alma, che lavora al progetto dal 2021. Il rum è prodotto con il metodo “agricolo”, che utilizza solo il succo fresco di canna da zucchero coltivata in Sicilia, senza aggiunta di altri ingredienti. Il succo viene fermentato con lieviti selezionati e distillato in alambicchi discontinui a vapore. Il rum viene poi lasciato maturare in botti di rovere per almeno 12 mesi.



La storia delle origini del rum ha ancora dei lati da far emergere. Di certo, la canna da zucchero in Sicilia fa riecheggiare i segni di un fiorente passato, ancora poco visibile ma tangibile. Un’impronta storica è data dall’inserimento iconografico di quattro culmi di canna da zucchero nel Gonfalone di Acquedolci, un piccolo centro in provincia di Messina, autonomo dal 1969 e che negli anni ’80 ha inserito come simbolo identitario la pianta della canna da zucchero, a memoria della coltivazione e trasformazione in zucchero. Proprio ad Acquedolci esisteva uno dei maggiori Trappeti dell’isola secondo solo a quello di Avola. La testimonianza storica della canna da zucchero in Sicilia è concreta anche a Trappeto 

RETE

 

venerdì 21 febbraio 2025

Avviato l'iter per Pasta Siciliana DOP

 Pasta di grano duro: la Sicilia potrebbe avere un altro prodotto a marchio Dop. È stato avviato ufficialmente l’iter affinché la pasta possa ottenere il riconoscimento grazie a un documentato lavoro preparatorio effettuato dal Consorzio Ballatore (che è un ente di ricerca della Regione siciliana) insieme a un gruppo nutrito di produttori e di rappresentanti delle organizzazioni professionali.


 Adesso la parola passa in prima battuta all’assessorato regionale all’Agricoltura il cui esito appare scontato poiché c’è già un grande sostegno all’iniziativa. Poi tocca al ministero delle Politiche Agricole e infine il “sì” definitivo tocca a Bruxelles. Un percorso lungo, stimato all’incirca in due anni, se non ci saranno intoppi od opposizioni. Si vedrà. Ma intanto l’avvio dell’iter è un tassello fondamentale per una filiera in cerca di riscatto che da un lato vuole dare maggiore valore economico al comparto e dall’altro riappropriarsi di un primato storico che merita nuova attenzione.

Oggi la Sicilia resta una regione ad alta vocazione cerealicola e stima un potenziale produttivo di grano sparso su circa 250 mila ettari, molto di più ad esempio rispetto all’uva da vino o alle arance, altre coltivazioni molto diffuse. Tuttavia con lo scorso raccolto, secondo un dato ufficioso, è stato prodotto grano duro da circa 150 mila ettari. Un calo significativo dovuto anche alla scarsa remunerazione per le imprese agricole. Un chilo di grano duro viaggia tra i 30/35 centesimi di euro. Troppo poco. Ora la mossa di tracciare la filiera e produrre pasta siciliana col marchio Dop potrebbe rappresentare una svolta. La denominazione di origine protetta sarebbe certamente un valore aggiunto per tutta la filiera e, come ricorda Dario Cartabellotta, dirigente generale dell’assessorato che ha sostenuto fin dall’inizio l’iniziativa del consorzio Ballatore e dei produttori, per il comparto del grano duro potrebbe ripetersi lo scenario che è toccato al vino e all’olio.

Qualificare il prodotto con la tracciabilità e dargli una connotazione ben precisa sull’identità geografica rappresentano – e lo sostiene ampiamente anche l’assessore all’Agricoltura Salvo Barbagallo, dei plus importanti che possono diventare un vantaggio economico per tutti ma soprattutto per le imprese agricole. Da segnalare inoltre che l’intero comparto della produzione di pasta in Sicilia vale qualcosa come 120 milioni. Non tantissimo se consideriamo che parte di questo valore è determinato dalla produzione di pasta con grano importato da altre parti del mondo. Ma neanche da sottovalutare soprattutto se consideriamo che si tratta di numeri che potrebbero crescere.

Tra l’altro in Italia a proposito di grano duro e derivati qualcosa di simile esiste in Campania poiché la Pasta di Gragnano ha già il marchio Igp, ovvero l’Indicazione Geografica Protetta. E la certificazione ha favorito sia l’aspetto economico che la commercializzazione soprattutto nei mercati esteri. Ma l’Igp tutela solo una fase della produzione, ovvero la trasformazione del grano duro in pasta. Non obbliga le aziende, per esempio, ad utilizzare grano italiano. In Sicilia con il marchio Dop invece la Pasta Siciliana dovrebbe essere ottenuta da solo grano duro siciliano trasformato nell’Isola. Insomma, il marchio di Denominazione di Origine Protetta ben esposto sulle confezioni di pasta, sarebbero una carta di identità per il consumatore. Ricordiamo che a monte della filiera c’è proprio la produzione di grano duro che in annate normali si attesta sugli otto milioni di tonnellate, escluso il raccolto 2024 che a causa della siccità si è praticamente dimezzato, un anno da dimenticare.

Il documento che avvia l’iter porta la firma di due ricercatori del consorzio Ballatore Giuseppe Russo e Bernardo Messina. Russo tra l’altro è anche presidente del distretto produttivo cereali in Sicilia. Tra i produttori del comitato promotore della Dop ben 44 nomi tra cui tanti imprenditori di grandi e di piccole aziende. Tra queste ultime segnaliamo Alberto Agosta di Feudo Mondello, Giorgio Minardo dell’omonima impresa, Carlo Ferrara di Molino Ferrara, Filippo Drago di Molini del Ponte, Filippo Trubia di Pasta Bia, Emilia Di Sclafani di Pasta Vescera. E non manca anche Poiatti, forse il più grande pastificio esistente in Sicilia. Grandi e piccoli insieme per un unico obiettivo

IL CIBO COME MEDICINA


Ecco le registrazioni dei webinar del 2024, realizzati con Salvia.




Abbiamo esplorato tanti temi interessanti, con un'eccezionale partecipazione da parte vostra.
I questi link la possibilità di riascoltare tutte le "puntate precedenti", in attesa di nuove date e nuovi temi per il calendario 2025!
1) Colesterolo. Di cosa si tratta e come rivedere la propria alimentazione
2) Resistenza insulinica e diabete di tipo 2. E' possibile una remissione?
3) Steatosi epatica non alcolica o fegato grasso. La causa non è l'alcol
4) Disintossicarsi dallo zucchero ed essere liberi di scegliere
7) Alimentazione e nutrizione per la salute. Partiamo dalle basi
8 ) Piatto sano: come abbinare i cibi per una dieta sana.
9) Patologie autoimmuni e permeabilità intestinale. Un aiuto dal microbiota

Linguaggio e vite: una storia millenaria.


Giuliana Cattarossi, Giovanni Colugnati

Colugnati&Cattarossi, Partner Progetto PER.RI.CON.E.


Nella glottocronologia (una branca della linguistica che studia i rapporti cronologici fra le varie lingue) la parte settentrionale della Mezzaluna fertile è anche considerata la terra d’origine di tutte le lingue indoeuropee. Utilizzando dei metodi computazionali all’avanguardia già sperimentati nella biologia evolutiva, Gray e Atkinson (2003) hanno ricostruito l’albero genealogico ipotetico delle lingue, trovando indizi convincenti che dimostrerebbero come tutte le lingue indoeuropee si siano sviluppate circa 8700 anni or sono partendo dalla lingua (oggi estinta) degli Ittiti, un antico popolo dell’Anatolia sudorientale. Più precisamente, circa 9500-8000 anni fa, da quella regione dell’Anatolia cominciarono a diffondersi le varie lingue indoeuropee, seguendo di pari passo la diffusione dell’agricoltura, il che dimostrerebbe come la Mezzaluna fertile si possa considerare anche la culla della civiltà moderna.


Pare, infatti, che in quel periodo nell’Anatolia sudorientale sussistessero tutte le condizioni favorevoli per dar vita alla domesticazione della vite e alla produzione del vino. Inoltre, analizzando la parola “vino” e i suoi corrispondenti nelle maggiori lingue indoeuropee tradizionalmente legate alla viticoltura, si nota che tutte le accezioni derivano da una radice comune proto-indoeuropea - la lingua che si ritiene fosse parlata dalle prime popolazioni transcaucasiche e dell’Anatolia orientale – ossia *woi-no, *win-o o *wie-no. Ma anche le lingue non indoeuropee, come quelle kartveliane (Georgiano e Mingrelico), quelle semitiche (Accadico, Ugaritico ed Ebraico antico), e camito-semitiche (Egizio antico), lasciano intravedere una radice comune ancora più remota e al momento sconosciuta, benché fra queste lingue non ci sia alcun collegamento semantico. Ciò nondimeno, alcuni autori georgiani affermano che la radice più antica della parola “vino” sarebbe il Kartveliano ɣvino/ღვინო, un termine tuttora utilizzato nel Georgiano moderno, e questa sarebbe una prova inconfutabile che la Georgia sia la culla della viti-vinicoltura (Gamkrelidze e Ivanonv, 1990).

Probabilmente non lo sapremo mai con esattezza, ma le analisi dei reperti archeologici di uva e delle antiche anfore potrebbero fornire qualche indizio. I reperti di vite o uva rinvenuti negli scavi archeologici sono di solito dei semi carbonizzati e frammenti di legno bruciacchiati, che raramente consentono di distinguere fra sottospecie selvatiche (silvestris) e coltivate (vinifera). I semi della vite selvatica di solito appaiono rotondi e con un becco corto, mentre quelli della sottospecie coltivata sono più a forma di pera, con un becco ben sviluppato (Stummer 1911; Terral et al. 2010), ma purtroppo il processo di carbonizzazione e l’enorme variabilità all’interno delle due sottospecie fanno sì che la mera morfologia dei semi non si possa considerare una caratteristica distintiva sicura Jacquat e Martinoli 1999; Zohary e Hopf, 2000). Di semi carbonizzati di vite ne sono stati rinvenuti in molti scavi archeologici sia in Europa (Grecia, ex Jugoslavia, Italia, Svizzera, Germania, Francia e Spagna) (Rivera Nunez e Walker, 1989), sia nell’Asia minore (Zohary e Hopf, 2000), ma è assai probabile che questi reperti antichi provengano da acini di uva selvatica che si raccoglievano molto prima della domesticazione della pianta. Secondo l’ampelografo georgiano Revaz Ramishvili, sei semi di 8000 anni rinvenuti nel sito neolitico di Shulaveris-Gora sulle colline a Sud di Tiblisi – uno degli insediamenti permanenti più antichi conosciuti in Georgia - hanno la forma caratteristica della sottospecie coltivata, e potrebbero costituire una prova dei primi semi addomesticati di Vitis vinifera subsp. Vinifera (McGovern 2003), ma la possibilità di identificare in modo affidabile questi reperti carbonizzati è ancora controversa. Per gli archeobotanici Daniel Zohary e Maria Hopf (2000), i semi di uva rinvenuti nel sito dell’Età del bronzo (ca. 5700-5200 anni fa) di Tellesh-Shuna (Giordania settentrionale) costituirebbero la più antica prova convincente della coltivazione della vite, poiché la sottospecie Vitis vinifera silvestris non è presente nella Giordania di oggi. Tuttavia, benché sia piuttosto improbabile che queste regioni oggi così aride, cinque o seimila anni orsono fossero un habitat idoneo alla vite, si potrebbe obiettare che potrebbe essere scomparsa dal territorio solo in tempi recenti.

Molto meno opinabili, invece, sono i reperti rinvenuti in diversi siti archeologici risalenti alla prima Età del bronzo (circa 5400-5200 anni fa) a Gerico (Palestina), Lachish (Israele), Numeira (Mar Morto, forse l’antica Gomorra), Arad (Israele) e Kurban Höyük (nei pressi di Urfa, nella Turchia meridionale), dove sono stati riportati alla luce non solo semi carbonizzati, ma anche frammenti di tronco di vite bruciacchiati e interi acini essiccati, da cui emergono prove affidabili della coltivazione di queste piante (Zohary e Hopf, 2000). Tuttavia, i primi tentativi di coltivazione della vite devono essere molto più antichi rispetto a questi reperti, visto che le prime prove chimiche della presenza di vino risalgono al sesto millennio avanti Cristo. Utilizzando la spettrometria a raggi infrarossi per rintracciare la presenza di acido tartarico nei depositi delle anfore (una sostanza che dimostra la presenza di uva), l’enoarcheologo Patrick McGovern e altri autori (1966) hanno scoperto che il vino veniva già prodotto intorno a 7400-7000 anni fa a Hajji Firuz Tepe (Iran settentrionale, monti Zagros), una zona collocata nella fascia più periferica dell’area di distribuzione attuale della vite selvatica. Le anfore in questione provengono da una residenza del Neolitico, dove giacevano sul lato, interrate nel pavimento della “cucina”, ed erano provviste di tappi di terracotta, il che dimostra che contenevano vino, e non mero succo d’uva. A questo vino – probabilmente simile alla Retsina greca – si aggiungeva della resina come conservante. Altre tracce di vinificazione sono emerse da analisi chimiche eseguite su alcuni campioni prelevati nel sito di Shulaveris-Gora in Georgia. In tempi molto recenti, gli scavi condotti in un sotterraneo di Areni, nell’Armenia sudorientale, hanno rivelato la presenza del più antico impianto di vinificazione mai scoperto sul Pianeta, un reperto confermato da analisi di cromatografia liquida e spettrometria di massa, risalente alla prima Età del rame, ossia a circa 6000 anni fa (Barnard et al. 2011).


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