giovedì 2 aprile 2026

il volto dell'agricoltura che cambia

 In un settore primario europeo che si trova di fronte a un bivio demografico, il report offre una fotografia a 360 gradi della nuova imprenditoria agricola, incrociando per la prima volta i dati del 7° Censimento Generale ISTAT, del Registro delle Imprese (InfoCamere) e della Rete di Informazione Contabile Agricola (RICA).



I dati confermano che i giovani agricoltori non sono semplici destinatari di politiche di settore, ma veri e propri acceleratori della transizione verde, digitale ed economica.

I tratti distintivi della nuova agricoltura giovanile:

 
 
  • INNOVATORI E FORMATI: c'è una vera e propria rivoluzione culturale in campo. Il 49,7% dei giovani possiede un diploma e oltre il 19% è laureato. Sono anche i più propensi all'innovazione: l'uso del digitale è più del doppio rispetto agli over 40 (34% contro 14%).
  • A TRAZIONE FEMMINILE E RESILIENTI: le giovani donne guidano oltre un quarto delle imprese di settore (22.567 aziende), distinguendosi per una gestione economica prudente ma altamente redditizia. Più in generale, le imprese giovanili hanno dimostrato una capacità di tenuta superiore alla crisi pandemica rispetto a quelle degli over 40.
  • UNA CONVIVENZA CHE PREMIA: il ricambio generazionale non cancella la tradizione, ma la riorganizza. I nuovi titolari (con un'età media di circa 33 anni) sono spesso supportati da coadiuvanti familiari over 45, garantendo un passaggio di consegne graduale che unisce la spinta innovativa all'esperienza.
 

Per sostenere questa transizione, la nuova PAC 2023-2027 mette in campo quasi 696 milioni di euro (fondi CSR) per l'insediamento di circa 15.000 nuovi giovani imprenditori in Italia.



PUBBLICAZIONE



 

L’epicentro del modello degli allevamenti intensivi. Il caso Lombardia

 Fermare l’espansione degli allevamenti intensivi e avviare una transizione agroecologica non è una battaglia di nicchia: è una condizione essenziale per tutelare ambiente, salute e il futuro stesso dell’agricoltura.

Il nuovo report di Està, in collaborazione con Terra!, Legambiente Lombardia e Essere Animali, focalizza l’attenzione sulla Lombardia, prima regione italiana per numero di capi allevati, con densità zootecniche tra le più alte d’Europa. Nella Bassa Lombarda (Cremona, Brescia, Mantova), si raggiungono picchi estremi: a Soresina (Cremona) si superano i 40 giorni annui di sforamento dei limiti PM2.5; a Gonzaga (Mantova) si contano quasi 60.000 bovini e suini in un comune di 8.500 abitanti – oltre 7 animali per residente e 1.198 capi per km².



La Lombardia, appunto, è la regione che in Italia vanta il maggior numero di capi bovini (1.515.679) e suini (3.730.683), che rappresentano rispettivamente il 28,44% e il 47,23% di tutti i capi di queste due specie allevati nel nostro Paese. Un totale di 5.246.362 animali, praticamente uno ogni due abitanti. Le aziende che li allevano sono dislocate soprattutto nelle province di Mantova, Cremona e Brescia. Ma questa concentrazione - che per i bovini corrisponde a quattro volte la media nazionale, mentre lo è sei volte per i suini - portano ad un superamento del carico di azoto nel terreno, che si ritrova saturo e non è più in grado di assorbire i reflui come fertilizzante naturale. Lo spargimento di letame, che un tempo rappresentava una buona pratica di concimazione, nelle attuali quantità rischia di compromettere la salute del suolo e dell'aria, e sta già esponendo l'Italia a sanzioni europee per la violazione della Direttiva Nitrati.

Questi numeri eccedono la capacità di carico del territorio: liquami e deiezioni zootecniche saturano suoli e acque con nitrati e fosfati, mentre l’ammoniaca contribuisce a percentuali elevate delle polveri sottili (PM2,5). Il report evidenzia come l’assenza di norme sui limiti di densità animale permetta espansioni incontrollate, con rischi sanitari crescenti e paesaggi ridotti a monoculture di mais.

La Lombardia è anche una delle regioni più critiche per l’inquinamento atmosferico: la combinazione di traffico, attività industriali e zootecnia intensiva crea un “cocktail” di emissioni che rende più difficile rientrare nei limiti europei sulla qualità dell’aria. In questo contesto, ridurre il carico zootecnico e superare il modello degli allevamenti intensivi non è solo una questione ambientale, ma una misura necessaria di prevenzione sanitaria, soprattutto in pianure chiuse come la Val Padana, dove gli inquinanti si accumulano facilmente.


Un modello che divora terra, clima e salute

Oggi circa il 70% della superficie agricola europea è destinata a produrre mangimi e foraggi per gli animali, non cibo diretto per le persone. Questo significa che enormi aree vengono occupate da mais, soia, cereali foraggeri e pascoli al servizio di un sistema zootecnico sempre più concentrato e intensivo, con un impatto enorme su consumo di suolo, acqua e biodiversità.

Gli allevamenti intensivi sono anche uno dei principali motori della crisi climatica e dell’inquinamento atmosferico: in Italia sono responsabili di circa due terzi delle emissioni di ammoniaca, contribuendo alla formazione di polveri sottili (PM2.5), molto dannose per la salute umana, contribuendo alle circa 50.000 morti premature che ogni anno sono imputabili alle polveri sottili. Ridurre la dipendenza da questo modello è quindi una misura di politica climatica, ma anche di sanità pubblica, necessaria per rispettare gli obiettivi europei sulle emissioni di ammoniaca e PM2,5. Ma non solo…

Concentrazione e scomparsa delle aziende più piccole

L’attuale sistema di sussidi e regole incentiva la crescita di aziende sempre più grandi e intensive, mentre le realtà più piccole e diversificate fanno fatica a sopravvivere. Una parte importante dei fondi della Politica agricola comune (PAC), legata alla dimensione aziendale e al numero di capi allevati, finisce a un ristretto gruppo di grandi operatori, lasciando “le briciole” alle aziende agricole di dimensioni più piccole, che rappresentano però la maggioranza, l’80% del totale nazionale.

Questa concentrazione significa meno aziende agricole, meno occupazione nelle aree rurali, meno varietà di razze e colture, paesaggi più omogenei e più vulnerabili agli shock climatici e di mercato. Il paradosso è che proprio i sistemi più resilienti – aziende miste, con rotazioni, pascolo, integrazione colture–allevamento – sono quelli meno premiati dall’attuale modello economico e normativo.

Concentrazione, chiusura delle piccole aziende e perdita di biodiversità

Anche in Lombardia il modello intensivo sta cambiando la geografia agricola: il numero complessivo di aziende diminuisce, mentre aumenta la dimensione media delle stalle rimaste. Le aziende piccole e medie, spesso con allevamenti misti, pascoli, rotazioni e una maggiore attenzione alla diversificazione colturale, faticano a competere con strutture di grande scala che possono intercettare buona parte dei sussidi.

Questa dinamica porta alla scomparsa di aziende familiari che presidiano il territorio e mantengono paesaggi più vari, con prati stabili, siepi, filari e piccole colture che offrono habitat per insetti impollinatori, avifauna e fauna selvatica. La sostituzione di questi sistemi con grandi piattaforme di mais e stalle chiuse aumenta la vulnerabilità della regione sia agli shock climatici (siccità, ondate di calore) sia a quelli di mercato (come il recente crollo dei prezzi del latte).

Gonzaga, nel mantovano, abbiamo un esempio emblematico  Il Comune lo scorso novembre ha approvato un regolamento per salvaguardare l’allevamento locale più tradizionale e il territorio, limitando nuove autorizzazioni per allevamenti intensivi, ma Regione Lombardia ha fatto ricorso al regolamento – e lo stesso hanno fatto Coldiretti e Confagricoltura – difendendo così, nei fatti, il modello industriale intensivo che va a scapito di iniziative locali più virtuose. Il nuovo report denuncia questa “prova di forza istituzionale”, sottolineando che la Lombardia ospita un numero eccessivo di animali, in gran parte confinati in capannoni, con un modello che devasta ambiente, clima e salute pubblica, specialmente nel triangolo Brescia-Cremona-Mantova, e fa chiudere le piccole stalle.

In questo quadro, una transizione agroecologica del settore avrebbe un valore strategico: significherebbe accompagnare le aziende fuori dal modello “senza terra”, in cui gli animali dipendono da mangimi importati e da input esterni, verso sistemi che legano il numero di capi alla superficie disponibile, valorizzano il pascolo e riducono l’uso di pesticidi e fertilizzanti chimici. Significherebbe anche riequilibrare la distribuzione delle risorse pubbliche, premiando chi mantiene o ripristina elementi di biodiversità agricola e paesaggistica.

Perché serve abbandonare il modello degli allevamenti intensivi

Per invertire la rotta, lo diciamo da tempo, va fermata l’espansione di nuovi allevamenti intensivi e l’ulteriore aumento dei capi in quelli esistenti, accompagnata da un piano di riconversione agroecologica della zootecnia. L’idea è semplice: smettere di aggiungere pressione a un sistema già insostenibile e iniziare a usare risorse pubbliche per cambiarlo, non per alimentarlo nelle sue inefficienze.

Un cambio di rotta è anche uno strumento di giustizia economica: impedisce nuove espansioni industriali che schiaccerebbero ulteriormente i piccoli allevatori e le aree rurali, e apre spazio politico e finanziario per sostenere chi vuole ridurre le densità di animali, legare il numero di capi alla terra disponibile e produrre meno carne ma di migliore qualità.


Cosa significa transizione agroecologica nella zootecnia

Una transizione in chiave agroecologica non significa “fare un po’ meglio” l’allevamento intensivo, ma ripensare il ruolo degli animali nei sistemi agricoli

In pratica vuol dire:

  • ridurre il numero complessivo di capi allevati, per abbassare emissioni, fabbisogno di mangimi, antibiotici, pesticidi;
  • riportare gli animali sulla terra invece di tenerli relegati in capannoni di cemento, integrando pascoli, rotazioni colturali e uso di sottoprodotti, invece di basarsi su mangimi importati (spesso causa di deforestazione);
  • diversificare le produzioni, valorizzando razze rustiche, filiere corte e prodotti di qualità legati ai territori.

Questo approccio consente di diminuire la pressione sulla terra (meno mais e soia per mangimi, più colture alimentari e prati permanenti ricchi di biodiversità), ridurre l’uso di pesticidi e fertilizzanti chimici e migliorare la salute degli animali, riducendo anche il rischio di uso massiccio di antibiotici e di nuove crisi sanitarie.

Ripensare politiche e consumi

Perché questa transizione avvenga, servono politiche coerenti: spostare i sussidi dalla quantità di capi e dalla dimensione aziendale verso criteri ambientali e sociali, finanziare la riconversione degli allevamenti intensivi, e garantire un giusto prezzo ai prodotti provenienti da aziende più piccole e agroecologiche.

Ma serve anche un cambiamento nei consumi: ridurre complessivamente la produzione e il consumo di carne e latticini (ne consumiamo troppa, con conseguenze dirette anche sulla salute), privilegiando qualità, origine e modalità di allevamento è parte integrante della soluzione. Un modo per liberare terra, acqua e risorse per produrre più cibo, tutelare i territori rurali e sostenere gli allevatori che scelgono un approccio migliore verso ambiente e comunità.


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