venerdì 21 febbraio 2025

IL CIBO COME MEDICINA


Ecco le registrazioni dei webinar del 2024, realizzati con Salvia.




Abbiamo esplorato tanti temi interessanti, con un'eccezionale partecipazione da parte vostra.
I questi link la possibilità di riascoltare tutte le "puntate precedenti", in attesa di nuove date e nuovi temi per il calendario 2025!
1) Colesterolo. Di cosa si tratta e come rivedere la propria alimentazione
2) Resistenza insulinica e diabete di tipo 2. E' possibile una remissione?
3) Steatosi epatica non alcolica o fegato grasso. La causa non è l'alcol
4) Disintossicarsi dallo zucchero ed essere liberi di scegliere
7) Alimentazione e nutrizione per la salute. Partiamo dalle basi
8 ) Piatto sano: come abbinare i cibi per una dieta sana.
9) Patologie autoimmuni e permeabilità intestinale. Un aiuto dal microbiota

Linguaggio e vite: una storia millenaria.


Giuliana Cattarossi, Giovanni Colugnati

Colugnati&Cattarossi, Partner Progetto PER.RI.CON.E.


Nella glottocronologia (una branca della linguistica che studia i rapporti cronologici fra le varie lingue) la parte settentrionale della Mezzaluna fertile è anche considerata la terra d’origine di tutte le lingue indoeuropee. Utilizzando dei metodi computazionali all’avanguardia già sperimentati nella biologia evolutiva, Gray e Atkinson (2003) hanno ricostruito l’albero genealogico ipotetico delle lingue, trovando indizi convincenti che dimostrerebbero come tutte le lingue indoeuropee si siano sviluppate circa 8700 anni or sono partendo dalla lingua (oggi estinta) degli Ittiti, un antico popolo dell’Anatolia sudorientale. Più precisamente, circa 9500-8000 anni fa, da quella regione dell’Anatolia cominciarono a diffondersi le varie lingue indoeuropee, seguendo di pari passo la diffusione dell’agricoltura, il che dimostrerebbe come la Mezzaluna fertile si possa considerare anche la culla della civiltà moderna.


Pare, infatti, che in quel periodo nell’Anatolia sudorientale sussistessero tutte le condizioni favorevoli per dar vita alla domesticazione della vite e alla produzione del vino. Inoltre, analizzando la parola “vino” e i suoi corrispondenti nelle maggiori lingue indoeuropee tradizionalmente legate alla viticoltura, si nota che tutte le accezioni derivano da una radice comune proto-indoeuropea - la lingua che si ritiene fosse parlata dalle prime popolazioni transcaucasiche e dell’Anatolia orientale – ossia *woi-no, *win-o o *wie-no. Ma anche le lingue non indoeuropee, come quelle kartveliane (Georgiano e Mingrelico), quelle semitiche (Accadico, Ugaritico ed Ebraico antico), e camito-semitiche (Egizio antico), lasciano intravedere una radice comune ancora più remota e al momento sconosciuta, benché fra queste lingue non ci sia alcun collegamento semantico. Ciò nondimeno, alcuni autori georgiani affermano che la radice più antica della parola “vino” sarebbe il Kartveliano ɣvino/ღვინო, un termine tuttora utilizzato nel Georgiano moderno, e questa sarebbe una prova inconfutabile che la Georgia sia la culla della viti-vinicoltura (Gamkrelidze e Ivanonv, 1990).

Probabilmente non lo sapremo mai con esattezza, ma le analisi dei reperti archeologici di uva e delle antiche anfore potrebbero fornire qualche indizio. I reperti di vite o uva rinvenuti negli scavi archeologici sono di solito dei semi carbonizzati e frammenti di legno bruciacchiati, che raramente consentono di distinguere fra sottospecie selvatiche (silvestris) e coltivate (vinifera). I semi della vite selvatica di solito appaiono rotondi e con un becco corto, mentre quelli della sottospecie coltivata sono più a forma di pera, con un becco ben sviluppato (Stummer 1911; Terral et al. 2010), ma purtroppo il processo di carbonizzazione e l’enorme variabilità all’interno delle due sottospecie fanno sì che la mera morfologia dei semi non si possa considerare una caratteristica distintiva sicura Jacquat e Martinoli 1999; Zohary e Hopf, 2000). Di semi carbonizzati di vite ne sono stati rinvenuti in molti scavi archeologici sia in Europa (Grecia, ex Jugoslavia, Italia, Svizzera, Germania, Francia e Spagna) (Rivera Nunez e Walker, 1989), sia nell’Asia minore (Zohary e Hopf, 2000), ma è assai probabile che questi reperti antichi provengano da acini di uva selvatica che si raccoglievano molto prima della domesticazione della pianta. Secondo l’ampelografo georgiano Revaz Ramishvili, sei semi di 8000 anni rinvenuti nel sito neolitico di Shulaveris-Gora sulle colline a Sud di Tiblisi – uno degli insediamenti permanenti più antichi conosciuti in Georgia - hanno la forma caratteristica della sottospecie coltivata, e potrebbero costituire una prova dei primi semi addomesticati di Vitis vinifera subsp. Vinifera (McGovern 2003), ma la possibilità di identificare in modo affidabile questi reperti carbonizzati è ancora controversa. Per gli archeobotanici Daniel Zohary e Maria Hopf (2000), i semi di uva rinvenuti nel sito dell’Età del bronzo (ca. 5700-5200 anni fa) di Tellesh-Shuna (Giordania settentrionale) costituirebbero la più antica prova convincente della coltivazione della vite, poiché la sottospecie Vitis vinifera silvestris non è presente nella Giordania di oggi. Tuttavia, benché sia piuttosto improbabile che queste regioni oggi così aride, cinque o seimila anni orsono fossero un habitat idoneo alla vite, si potrebbe obiettare che potrebbe essere scomparsa dal territorio solo in tempi recenti.

Molto meno opinabili, invece, sono i reperti rinvenuti in diversi siti archeologici risalenti alla prima Età del bronzo (circa 5400-5200 anni fa) a Gerico (Palestina), Lachish (Israele), Numeira (Mar Morto, forse l’antica Gomorra), Arad (Israele) e Kurban Höyük (nei pressi di Urfa, nella Turchia meridionale), dove sono stati riportati alla luce non solo semi carbonizzati, ma anche frammenti di tronco di vite bruciacchiati e interi acini essiccati, da cui emergono prove affidabili della coltivazione di queste piante (Zohary e Hopf, 2000). Tuttavia, i primi tentativi di coltivazione della vite devono essere molto più antichi rispetto a questi reperti, visto che le prime prove chimiche della presenza di vino risalgono al sesto millennio avanti Cristo. Utilizzando la spettrometria a raggi infrarossi per rintracciare la presenza di acido tartarico nei depositi delle anfore (una sostanza che dimostra la presenza di uva), l’enoarcheologo Patrick McGovern e altri autori (1966) hanno scoperto che il vino veniva già prodotto intorno a 7400-7000 anni fa a Hajji Firuz Tepe (Iran settentrionale, monti Zagros), una zona collocata nella fascia più periferica dell’area di distribuzione attuale della vite selvatica. Le anfore in questione provengono da una residenza del Neolitico, dove giacevano sul lato, interrate nel pavimento della “cucina”, ed erano provviste di tappi di terracotta, il che dimostra che contenevano vino, e non mero succo d’uva. A questo vino – probabilmente simile alla Retsina greca – si aggiungeva della resina come conservante. Altre tracce di vinificazione sono emerse da analisi chimiche eseguite su alcuni campioni prelevati nel sito di Shulaveris-Gora in Georgia. In tempi molto recenti, gli scavi condotti in un sotterraneo di Areni, nell’Armenia sudorientale, hanno rivelato la presenza del più antico impianto di vinificazione mai scoperto sul Pianeta, un reperto confermato da analisi di cromatografia liquida e spettrometria di massa, risalente alla prima Età del rame, ossia a circa 6000 anni fa (Barnard et al. 2011).


giovedì 20 febbraio 2025

« Quando l’olio E.V.O. si tinge di rosa »

Vania Sarullo d'Amico

Nella sala Fazello del Museo Archeologico “P.Griffo” di Agrigento si è svolta la premiazione degli Istituti Scolastici che hanno partecipato all’Edizione 2024 del Premio “Storie di alternanza e competenze”, un’iniziativa promossa dalla Camera di Commercio di Agrigento con l’obiettivo di valorizzare i racconti di alternanza realizzati nell’ambito di percorsi di formazione ITS.


Il primo premio è andato alla Fondazione ITS Academy Sicani di Bivona (AG) che ha partecipato con il progetto "L'oro verde dei Sicani" raccontato in un video di Alessia Filippazzo studentessa del Corso di “Tecnico responsabile delle produzioni e delle trasformazioni agrarie, agroalimentari e agro-industriali-Filiera olivicola”.🌿📍
Sono stata invitata dalla Camera di Commercio di Agrigento a partecipare alla manifestazione per raccontare la storia dell’azienda olearia della mia famiglia, un’impresa fin dalle sue origini anche al femminile www.oliosarullo.com e per illustrare la realtà associazionistica delle donne dell’olio di cui faccio parte, in primis di Pandolea che rappresento come referente per la Sicilia.
Due sono stati i fili conduttori del mio intervento, che ho provato ad intrecciare per “tessere” il racconto della mia esperienza personale: un filo verde che rappresenta la storia della mia famiglia di origine, costituita da olivicoltori e frantoiani che da quattro generazioni a Calamonaci (AG) si dedica all’olivicoltura e alla produzione di olio E.V.O. e dalla quale ho ereditato la mia passione per la cultura dell’olio e un filo rosa che rappresenta le associazioni, anche internazionali, di donne dell’olio di cui faccio parte.
Quando l’olio si tinge di rosa?🪡🪡
Si tinge di rosa quando una donna si impegna nella diffusione della coltura e della cultura dell’ulivo e del suo olio.


L’oro verde dei Sicani si è tinto di rosa attraverso la testimonianza di Alessia che nel video ha dimostrato il suo interesse per l’olivo e il suo olio, acquisito attraverso lo studio e le esperienze maturate durante il suo percorso formativo, guidato da validi docenti che sono riusciti ad appassionarla, insieme ai suoi colleghi, alla bellezza e al valore di un lavoro che permetterà loro di entrare nel settore olivicolo-oleario con professionalità.
Il video dimostra inoltre che ancora oggi è possibile appassionare i/le giovani a questo settore, proponendo loro un buon motivo per scegliere la “restanza” nel nostro territorio, circoscrivendo la “partenza” verso il nord Italia o all’estero limitata ad un periodo di studio e di formazione interculturale, da utilizzare una volta rientrati in Sicilia.
Alessia e i suoi colleghi hanno ben compreso il valore che l’olio rappresenta per il nostro territorio, tanto da definirlo “ORO”.
Tuttavia sappiamo che questo prodotto ha bisogno di essere maggiormente comunicato soprattutto tra i piú giovani, facendo conoscere loro, oltre alle importanti proprietà salutistiche e nutraceutiche che lo caratterizzano, anche le potenzialità e le soddisfazioni che il settore olivicolo-oleario può offrire. Sfatando lo stereotipo che vuole l’olivicoltura un lavoro manuale e arcaico, informandoli che l’uso di nuove tecnologie moderne puö rendere l’olivicoltura piu interessante e meno faticosa non solo facilitando la produzione ma rendendo l’intero processo piú sostenibile e redditizio. Occorre infine portarli a conoscenza degli incentivi per l’imprenditoria giovanile, delle start-up agricole e delle opportunità legate al turismo esperienziale dell’olio (oleoturismo).
L’Olio EVO si è tinto di rosa il 23 novembre 2023 a Madrid nella sede del C.O.I. (https://www.internationaloliveoil.org/?lang=i )
dove le reti internazionali di donne dell’olio si sono riunite per celebrare la Giornata mondiale dell’ulivo istuita dall’UNESCO per salvaguardare l’olivo e promuovere i valori pace, saggezza e armonia di cui è simbolo.
In quell’occasione è stato redatto e firmato un manifesto per riconoscere, dare piú visibilità e valorizzare maggiormente l’impegno di tutte quelle donne che nel mondo, grazie alla loro conoscenza ed esperienza, rivestono un ruolo fondamentale nello sviluppo di questo settore e nella diffusione della cultura olivicola-olearia nelle generazioni attuali e future.
Tra le associazioni presenti WIOO ((Women in Olive Oil) https://womeninoliveoil.org/, un'organizzazione internazionale che mira a unire le donne con la passione per l'olio d'oliva.
Unendo queste voci in tutto il mondo, WIOO mira a realizzare progetti locali strategici che siano connessi a livello globale e volti alla promozione di un cambiamento reale.
Attraverso una piattaforma online le socie possono scambiare conoscenze, competenze ed esperienze e possono ottenere gli strumenti e il supporto di cui hanno bisogno per promuovere obiettivi comuni nelle loro comunità locali ma con una portata internazionale.

Un’altra associazione culturale no profit è PANDOLEA, http://www.pandolea.it/index.php?lang=it costituita da donne legate al mondo dell’olio, non solo produttrici ma anche agronome, giornaliste, ristoratrici, biologhe e nutrizioniste che hanno in comune un grande obiettivo: diffondere e promuovere la cultura dell’olio extravergine di oliva e della sana alimentazione soprattutto tra le giovani generazioni che saranno i consumatori attivi di domani, attraverso iniziative rivolte alle Scuole di ogni ordine e grado.

Oltre a tali iniziative, portate avanti e condivise anche dalla rete delle donne dell’olio di vari paesi del Mediterraneo, in occasione del ventennale della fondazione (2023) si è aggiunta un’altra MISSION: la prevenzione delle malattie tipicamente femminili (tumore al seno) attraverso la promozione e la cultura di uno stile di vita corretto, legato alla sana alimentazione e alla Dieta Mediterranea in cui l’olio gioca un ruolo fondamentale.
Un’altra iniziativa, dedicata al legame tra il mondo dell’olio e la cultura, è il Premio letterario Raniero Filo della Torre: un concorso letterario (poesie, brani di prosa e haiku) e scientifico (tesi di laurea) dedicato all’olivicoltura e all’olio EVO alla memoria di una personalità di spicco del mondo olivicolo scomparso nel 2011 e appassionato non solo di olio ma anche di arte, cultura e musica.


Nel 2021 Pandolea, ha anche dedicato una conferenza internazionale all’imprenditoria femminile in occasione della 13ª Giornata Internazionale delle donne rurali.
In tale occasione ha considerato il rilancio della imprenditorialità femminile fondamentale per un piano di ripresa economica e sociale.
“In un momento storico in cui il cambiamento climatico e la sostenibilità delle produzioni sono argomenti di grande attualità e di rilevanza internazionale, l’esperienza delle donne del Mediterraneo di Pandolea dimostra come un prodotto agroalimentare come l’olio extravergine di oliva e la sua cultura possano essere messaggeri di un nuovo stile di vita, forieri di emancipazione femminile e portatori di pace”.

Ristorazione scolastica, esperienze a confronto

 Per dare continuità all'incontro che si è tenuto a Torino sul tema che lega la ristorazione scolastica al suo territorio partendo dall'intervento del dott. Alberto Ritucci , responsabile della ristorazione scolastica di Torino,  che mettiamo a disposizione insieme alla presentazione.  


La video call è programmata per il 21 febbraio alle ore 18:00, con queste coordinate: 
Zooom Link:

Meeting-ID: 654 1968 9729
Password: 331415

Qui sotto i contributi della tavola che si è tenuta il 31 gennaio a Torino:

Video intervento: 

Presentazione:

Condividiamo con voi anche la riflessione di Alberto Ritucci sull'etimologia del servizio:

'Mensa' è un termine che identifica il servizio in termini storici. Ristorazione tende a essere oggi più utilizzato per rendere meglio i contenuti che hanno caratterizzato l'evoluzione del servizio. 
Mensa deriva da "tavolo" ed evoca il mettersi seduti per saziarsi. 

Ristorazione evoca invece il "ristoro", la generazione o la rigenerazione di energie, e sembra più capace di descrivere l'attenzione a nutrirsi e anche alla gradibilità e all'appetibilità delle preparazioni, caratteristiche queste ultime tipiche del ristorante. Per questo noi ormai abbiamo adottato il termine "ristorazione". 
Oppure "refezione", con etimologia simile a "ristorazione" e che viene sovente adottato dai giudici quando scrivono sentenze in materia. 

Osservatorio Insicurezza e Povertà Alimentare di Roma

 Il CURSA, nell'ambito delle sue attività di ricerca e advocacy, ed in particolare per le attività dell'Osservatorio Insicurezza e Povertà Alimentare di Roma, sta aprendo una posizione per un* giovane ricercator*.


Le caratteristiche richieste sono:
- PhD in economia agraria/agroalimentare o, in seconda battuta, in materie economiche affini quali geografia economica, sociologia economica; altri profili affini saranno valutati;
- tesi di dottorato e/o attività di ricerca post-dottorato inerente i temi delle politiche agroalimentari;
- padronanza di metodi di indagine quantitativa e qualitativa.

La sede di lavoro è Roma, in modalità ibrida (presenza e remoto).

Se qualcuno fosse interessato si prega di inviare il proprio CV ed una brevissima lettera motivazionale alla mail dell'Osservatorio Insicurezza e Povertà Alimentare Roma osserva.povertaalimentare.roma@gmail.com
In ogni caso verrà creata una lista dalla quale poter selezionare personale per progetti attuali e futuri.

 

Osservatorio Insicurezza e Povertà Alimentare (OIPA)
Progetto realizzato da CURSA,
Consulta il sito web del progetto e la nostra ultima pubblicazione.

mercoledì 19 febbraio 2025

BANDO PROMOZIONE

 

 

 Due milioni di euro per sostenere la promozione per il rafforzamento della competitività del settore agricolo siciliano. È stato pubblicato il bando a valere della sottomisura 3.2 del Psr Sicilia 2014/2022 rivolto ad associazioni di consumatori e consorzi. 

L’obiettivo è incentivare le attività di informazione e promozione rivolte ai consumatori e migliorare ulteriormente le prestazioni economiche delle aziende agricole siciliane, promuovendo le produzioni regionali di qualità.

 




I fondi per l’agricoltura e i progetti

“Con questa misura – dice l’assessore regionale all’Agricoltura, Salvatore Barbagallo – stimoliamo la promozione delle nostre aziende nel mercato interno ed europeo. È un modo per dare slancio alla produzione di qualità che potrà fare da volano per la crescita delle nostre imprese”.

I progetti dovranno riguardare campagne di partecipazione a fiere in Paesi Ue, iniziative di informazione e promozione rivolte ai consumatori esclusivamente sul mercato nazionale, regionale e dell’Unione (punti vendita, workshop, incontri B2b, seminari, eventi promozionali), campagne di partecipazione a fiere in regioni Italiane.

La spesa massima ammissibile a finanziamento non potrà superare la somma di 750mila euro. Le istanze vanno presentate entro il 10 marzo.

  BANDO E ALLEGATI

AGRIGENTO, GIORNATA CONCLUSIVA DEL PROGETTO PREVANIA SULLA MORINGA

 

                            Alan David Scifo

 Allo Stelai di Agrigento, l’incontro finale della sperimentazione in Sicilia della Moringa oleifera Lam. e della Salvia officinalis L.

 

 

 

               Giornata conclusiva per ii progetto Prevania, dedicato alle sperimentazioni in Sicilia della Moringa oleifera Lam. e della Salvia officinalis L nel territorio siciliano. Il 19 febbraio, si terrà, allo Stelai di Agrigento, in via Alfredo Capitano 1, l’incontro conclusivo del progetto sulla sperimentazione dei prodotti ad elevato valore nutrizionale ed a impatto ambientale ridotto. La giornata formativa del progetto Prevania (Cup G66D20t00110009) è finanziata nell’ambito della sottomisura 16.1, “Sostegno per costituzione dei gruppi operativi del PEI in materia di produttività e sostenibilità dell’agricoltura” e vedrà la partecipazione del capofila del gruppo operativo, Salvatore Tirrito, di Michele Massimo Mammano, coordinatore scientifico del progetto, del professore Carlo Greco e di Giulia Salsi, del dipartimento Saaf Unipa. L’incontro, moderato dal giornalista Alan David Scifo, vedrà la partecipazione di Giuliana Garofalo e Luca Settanni, che relazioneranno sugli aspetti microbiologici e funzionali di Pecorino arricchito con foglie di moringa oleifera in polvere, di Giancarlo Fascella, del Crea di Palermo, di Francesca Tibaldo, della Fippo Produce e di Andrea Primavera, presidente della Fippo. Le conclusioni, prima del rinfresco finale, sono affidate al dirigente dell’area 3 dell’Assessorato regionale dell’Agricoltura, dello sviluppo rurale e della Pesca Mediterranea, Antonino Drago. Organizzato dal Comitato Scientifico Organizzatore composto da Michele Massimo Mammano, Carlo Greco e Salvatore Ciulla, l’evento è patrocinato dall’Ordine dei dottori agronomi e dei forestali della provincia di Agrigento.

 


martedì 18 febbraio 2025

Patto verde a piccoli passi

     

Il pacchetto fa parte del più ampio piano denominato Green Deal, che mira   a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050,  


 


 L’agricoltura europea sta vivendo una trasformazione epocale. Dopo anni in cui gli agricoltori sono stati spesso considerati responsabili di danni ambientali, l’Unione Europea sta ridefinendo il loro ruolo, promuovendoli a protagonisti della transizione ecologica. Il cambio di prospettiva emerge con forza dalle nuove strategie adottate dalla Commissione Europea, che mirano a rendere il settore agricolo più sostenibile e resiliente.

L'Unione Europea cambia rotta: gli agricoltori diventano custodi del verde

L’uso intensivo di fertilizzanti chimici e pesticidi, per lungo tempo al centro del dibattito sulla sostenibilità agricola, ha alimentato critiche nei confronti di un modello di produzione ritenuto dannoso per la biodiversità e il clima. Oggi, tuttavia, Bruxelles punta a un’agricoltura che sia parte della soluzione, anziché del problema. La Politica Agricola Comune 2023-2027 prevede un sostegno diretto a quegli agricoltori che adottano pratiche più rispettose dell’ambiente, attraverso il finanziamento di progetti legati all’agricoltura biologica, alla tutela del suolo e alla riduzione dell’impatto ambientale delle coltivazioni.

L’Unione Europea ha fissato obiettivi ambiziosi per il settore agricolo, puntando alla riduzione dell’uso dei pesticidi e dei fertilizzanti chimici e all’incremento delle superfici destinate all’agricoltura biologica. I programmi di finanziamento previsti nei prossimi anni incoraggeranno le imprese agricole a investire in tecnologie innovative e metodi di coltivazione a basso impatto ambientale. Non si tratta solo di un cambiamento di approccio, ma di una vera e propria rivoluzione culturale che coinvolgerà milioni di agricoltori in tutto il continente.

Parallelamente all’adozione di nuove tecniche di produzione, la Banca Europea per gli Investimenti ha stanziato risorse significative per sostenere questa transizione. I finanziamenti saranno destinati in particolare ai giovani agricoltori e alle piccole e medie imprese, per favorire l’adozione di soluzioni più sostenibili e garantire al contempo la competitività del settore. La trasformazione non riguarda solo l’ambiente, ma anche il mercato del lavoro e il futuro dell’intero comparto agroalimentare.

L’agricoltura rigenerativa sta emergendo come una delle risposte più promettenti alle sfide ambientali. Questo approccio, basato sulla conservazione del suolo e sulla riduzione delle emissioni di carbonio, permette di migliorare la produttività agricola senza compromettere l’equilibrio degli ecosistemi. Attraverso tecniche come la rotazione delle colture, la riduzione dell’aratura e l’integrazione di coltivazioni e allevamenti, gli agricoltori possono contribuire in modo concreto alla lotta contro il cambiamento climatico, migliorando al contempo la qualità dei prodotti e la fertilità del terreno.

Nonostante le ambizioni europee, il percorso verso una nuova agricoltura incontra ancora resistenze. La recente decisione della Commissione Europea di ritirare la proposta di riduzione dei pesticidi chimici, a seguito delle divergenze tra gli Stati membri, dimostra quanto sia difficile bilanciare le esigenze di produttività con la necessità di proteggere l’ambiente. Le pressioni delle lobby agricole e le preoccupazioni legate alla sicurezza alimentare pesano sulle scelte politiche, rendendo il cammino verso la sostenibilità più complesso del previsto.

La crescente consapevolezza dell’opinione pubblica sull’importanza di un’agricoltura più responsabile potrebbe però rivelarsi determinante nel plasmare le decisioni future. I consumatori sono sempre più attenti alla qualità dei prodotti che acquistano e all’impatto ambientale delle loro scelte alimentari. Questa domanda di maggiore trasparenza e sostenibilità sta già influenzando le strategie di molte aziende agricole, che si stanno adattando a un mercato in evoluzione.

L’Unione Europea sta ridefinendo il futuro dell’agricoltura con un progetto che punta a rendere gli agricoltori veri e propri custodi del territorio. Il passaggio da un modello intensivo a uno più rispettoso dell’ambiente non è privo di ostacoli, ma rappresenta una delle sfide più cruciali per garantire un equilibrio tra produzione alimentare e tutela degli ecosistemi. La transizione è in corso e sarà la capacità di coniugare innovazione, investimenti e consapevolezza a determinarne il successo.

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