mercoledì 7 gennaio 2026

Il futuro delle politiche del cibo è nei sistemi alimentari locali resiliente e sostenibile

 


Il sistema alimentare industriale globale, che si basa sull'agricoltura industriale, sulle catene di approvvigionamento/valore globali e sulla supermercatizzazione della vendita al dettaglio, non riesce a garantire il diritto al cibo per tutti nel mondo. 
Contribuisce inoltre a sfide significative come l'accelerazione del cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, la scarsità d'acqua, il degrado del suolo, la deforestazione, l'esaurimento delle risorse e il deterioramento della salute pubblica. Inoltre, questo sistema aggrava le disuguaglianze economiche e non garantisce l'accesso al mercato e mezzi di sussistenza equi ai piccoli agricoltori familiari. 
La crisi alimentare globale evidenzia la necessità di trasformare i sistemi alimentari come risposta strategica per rafforzare la resilienza, migliorare la nutrizione e raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile.
  Il Summit delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari per avviare una trasformazione nel modo in cui il mondo produce, consuma e pensa al cibo, inteso come un passo cruciale verso un futuro ecosostenibile    Il ruolo che i sistemi alimentari e le catene di approvvigionamento rilocalizzati possono svolgere in questa trasformazione, passando da un “cibo dal nulla” a un “cibo "da qualche parte", sta ricevendo crescente attenzione nei dibattiti politici internazionali, soprattutto alla luce delle recenti crisi innescate dalla pandemia di COVID-19 e dal conflitto tra Russia e Ucraina. 
La rilocalizzazione dei sistemi alimentari si pone come una risposta critica al modello alimentare industriale globale dominante, caratterizzato da processi di massificazione, integrazione verticale, standardizzazione, distanziamento e deterritorializzazione. 
Al contrario, il movimento verso la rilocalizzazione richiede un cambiamento fondamentale di prospettiva, dando priorità ai piccoli agricoltori e ai produttori alimentari locali, custodi della biodiversità agricola e delle conoscenze locali. Questo approccio si concentra sul miglioramento della qualità del cibo e sulla promozione della sostenibilità ambientale, incoraggiando l'uso di colture locali diversificate e metodi di coltivazione sostenibili. Mira a ridurre al minimo la distanza fisica accorciando le catene di approvvigionamento, nonché a ridurre la distanza sociale ed economica promuovendo relazioni dirette e trasparenti tra produttori e consumatori. Queste relazioni dirette non solo aiutano i produttori a ottenere un giusto compenso, promuovendo l'equità economica, ma migliorano anche la giustizia sociale rendendo il cibo fresco e nutriente più accessibile e trasparente per le comunità locali. In definitiva, la rilocalizzazione promuove un'alimentazione più resiliente, etica ed ecologicamente corretta. sistema radicato nel luogo e nella comunità.

 

I “3 Re” del  la rilocalizzazione dei sistemi alimentari sono:

 

 

Ri-spaziatura

si riferisce ai processi di   trasformazione del settore agroalimentare guidati dalla crescente domanda di prodotti di provenienza locale, l

a cui maggiore   qualità è attribuita al loro legame con il  territorio e sostenuta da   politiche che hanno istituzionalizzato questo valore

(ad esempio, certificazioni DOP e IGP, alimenti tradizionali, prodotti identitari    ecc.).

 

Riconnessione

comporta la riorganizzazione locale delle varie componenti del sistema alimentare, spesso incentrata su

catene di approvvigionamento in cui  la distanza fisica/geografica è locale e il rapporto tra produttore e

consumatore è diretto (ad esempio  SPG (gruppi di acquisto solidale, agricoltura sostenuta

 

dalla comunità, cooperative diacquisto, mercati agricoli, vendita diretta, negozi collettivi, ecc.).

 

Ridimensionamento

si concentra sulla  governance alimentare territoriale e sui processi di

 

decentramento nelle politiche e nella governance alimentare (ad esempio, decentramento delle politiche agricole,

 politiche di  sviluppo rurale e LEADER, distretti rurali, cibo/ distretti agroalimentari biologici,

comunità alimentari, politiche alimentari   urbane e locali, consiglio per le politiche alimentari, Projets Alimentaires Territoriaux, ecc.).

 

 

 

 

Dieta o diaita?

                           NinoSutera

  Dieta Mediterranea: 15 Anni di Patrimonio Culturale dall’UNESCO

Il 16 novembre 2010, un evento significativo ha avuto luogo a Nairobi, in Kenya, dove la dieta mediterranea è stata ufficialmente riconosciuta come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO. Questo riconoscimento ha posto sotto i riflettori un modello alimentare che non solo rappresenta la gastronomia italiana, ma incarna un vero e proprio stile di vita che promuove la salute e il benessere.

 


 Un patrimonio da custodire

Nonostante la sua fama mondiale, la dieta mediterranea è minacciata da un fenomeno preoccupante: in Italia, dove è nata, c’è un crescente allontanamento dai suoi principi. L’espansione dei fast food e l’aumento dei costi dei prodotti freschi hanno portato a scelte alimentari poco salutari, come dimostrano i tassi crescenti di obesità, malattie cardiovascolari e diabete. Queste problematiche rappresentano una vera e propria emergenza sociale e sanitaria, in particolare per le fasce più vulnerabili della popolazione.

Verso un futuro sostenibile

Il cammino verso una maggiore consapevolezza sulla dieta mediterranea è già avviato, come dimostra anche il riconoscimento della cucina italiana, previsto per il 10 dicembre. Questo ulteriore traguardo rafforzerà il legame tra la cucina e la dieta mediterranea, offrendo nuove opportunità per valorizzare i prodotti tipici e tutelare i produttori da imitazioni e contraffazioni.

    Il termine dieta viene comunemente associato ad un regime alimentare, di solito privativo e restrittivo, volto a perdere peso. Sarebbe importante invece riportare il termine dieta al suo significato semantico, ossia al termine greco "diaita" che tradotto vuol dire stile di vita, in questo modo forse si riuscirebbe a vedere la dieta non più come qualcosa di negativo ma come la giusta alimentazione, o meglio ancora il giusto stile di vita che si dovrebbe seguire per godere di una buona salute e di una buona forma fisica. Certo è innegabile che in alcuni casi particolari può essere necessario seguire per un certo periodo una dieta dimagrante, ma è certo che se tutti imparassimo a seguire una dieta sana con maggior consapevolezza e costanza non sarebbe necessario stressare continuamente l'organismo con periodi di abbuffate e periodi di restrizione perchè attraverso una dieta variata ed equilibrata e mantenendo il corpo sano e reattivo è molto più facile mantenere la linea senza troppi sacrifici

Lo“stile di vita mediterraneo”   ha radici antiche, nel modello storico della “civiltà classica” che si contrappone alla“civiltà barbarica”; stimolante perché si è evidenziato come questo modello abbia generato, nei secoli, uno stile di vita che ha arricchito la storia mondiale di conoscenze e di arte.  Cosa c’entra la “dieta mediterranea” con ciò? Noi siamo quello che mangiamo, la dieta mediterranea alimenta gli individui non solo di cibi semplici e sani ma anche di valori legati al territorio, alla convivialità,all’ambiente. È una “diaita”, una scelta, una disciplina di vita è la pratica di un’arte: il “savoir faire” basato sulle conoscenze e sulle tradizioni che spaziano dal paesaggio alla tavola attraverso saperi, sapori e odori che si ritrovano nei luoghi, negli uliveti come nei mercati, nelle piazze e nei luoghi di incontro gastronomici e personali, dove si sono sedimentate culture e tradizioni di tutto il bacino del Mediterraneo.Il Mediterraneo, questo mare che ha ispirato e cullato grandi poeti,artisti, filosofi, maestri di vita, a cui gli americani attribuiscono la responsabilità di “dividere” l’occidente dall’oriente, in realtà “unisce” in una vasta regione grandi paesi che condividono i frutti del modello del sano vivere, il cuore di una cultura che si è diffusa in tutto il mondo. Tutti concordi sul fatto che l’obesità sia una pandemia che riflette profondi cambiamenti culturali avvenuti nella nostra società, questi cambiamenti hanno creato un ambiente che promuove uno stile di vita sedentario e il consumo di alimenti ad alta densità energetica e ricchi di grassi, spesso idrogenati. Le nostre regioni del sud sono state la culla della “dieta mediterranea”,oggi sono le regioni in cui l’obesità infantile è più diffusa: 36% contro il 16%di Lombardia, veneto e Piemonte. Si sono allontanate dal modello mediterraneo per aderire ad un modello americano. Gli ultimi 40/50 anni sono trascorsi all’insegna della promozione di uno stile di vita improntato al modello americano, mentre gli americani erano impegnati a copiarci il nostro stile di vita: nel 1958 Ancel Keys cominciò a studiare lo stile di vita culturale e alimentare che consentiva alle nostre popolazioni di vivere meglio, più a lungo. Fece conoscere la “dieta mediterranea” e la diffuse come lo strumento più idoneo per vivere sani. Il TIME dedicò una copertina a lui e alla sua scoperta, la dieta mediterranea, la NOSTRA “diaita”, il nostro stile di vita: i nostri magazine pubblicano altro sulle loro copertine … Eppure se la merita, la copertina, la nostra dieta mediterranea: produce un miglioramento del 10% nelle malattie cardiovascolari, un miglioramento del 6%nelle malattie oncologiche, un miglioramento del 13% nelle malattie neurovegetative, riduce dell’8% la mortalità, nel 2010 è stata proclamata patrimonio culturale dell’umanità. Se pensiamo che ogni anno le cure mediche per obesità e patologie conseguenti, costano al nostro paese 28miliardi dieuro!!!! (per ospedalizzazione il 64%, per diagnostica il 12%, per farmaci il7%, per visite  il 6%, per altro l’11%) eche 2/3 di tutti i decessi sono dovuti a patologie inerenti la nutrizione. Essendo uno stile di vita, una cultura, la dieta mediterranea non può essere praticata se non come fatto culturale legato al luogo, i nostri territori sono parte integrante della “diaita”, con la loro storia e la filosofia di vita che hanno ispirato.  Gli elementi fondamentali sono rappresentati da una triade + 1: Olio Extra Vergine di Oliva,Vegetali, Cereali, + vino.  Premessa fondamentale: si parla di alimenti da produzioni artigianali, che rispettano i valori nutrizionali attraverso pratiche di coltivazione e lavorazione “gentili”; i nostri avi non utilizzavano mezzi meccanici, la coltivazione e la lavorazione delle materie prime è ingrediente culturale della“diaita”.  Caratteristica tipica è il rispetto della stagionalità e della conservazione naturale (sotto sale e sott’olio) dei prodotti: l’inverno ha le sue verdure che non sono pomodori e peperoni, come d’estate non sono i cavoli ei carciofi. Il rispetto della stagionalità garantisce l’apporto delle vitamine nelle forme più adatte al nostro fisico nel periodo determinato (es.: la vitamina C così come è presente nei pomodori fa bene d’estate, d’inverno la vitamina C è da assumere nella forma offerta dagli agrumi).

 

I pesticidi: vietati nei campi europei, esportati nel resto del mondo


La promessa mancata  

Dopo la prima inchiesta del 2018, la Commissione europea aveva promesso di intervenire, assicurando che le sostanze vietate non sarebbero più state prodotte per l’export. Un impegno rimasto lettera morta.

Nel frattempo è arrivato il Green Deal europeo,   oggi fortemente ridimensionato   dalle lobby  della chimica e dai tanti "utili....."

 La Commissione   deve rispettare le proprie promesse e introdurre un divieto a livello Ue. È scandaloso che i profitti dell’industria chimica continuino a prevalere sulla salute delle persone e sull’ambiente e del prossimo.


 


         Negli ultimi sette anni l’Unione Europea, nonostante gli impegni dichiarati, ha continuato a esportare pesticidi considerati pericolosi per la salute e l’ambiente e per questo banditi dalle coltivazioni interne. A rivelarlo è una nuova inchiesta condotta da Unearthed, l’unità investigativa di Greenpeace, insieme a Public Eye.

I dati parlano chiaro: nel 2024 Bruxelles ha autorizzato l’export di pesticidi contenenti 75 sostanze vietate, quasi il doppio delle 41 individuate nel 2018. Un aumento possibile grazie a un vuoto normativo che consente alle aziende chimiche di continuare a produrre e vendere all’estero molecole proibite nei confini comunitari, approfittando delle legislazioni più deboli dei Paesi importatori.

Non solo le sostanze: anche i volumi sono cresciuti. Nel 2024 l’Ue ha notificato l’intenzione di esportare 122mila tonnellate di pesticidi banditi, più del doppio rispetto al 2018. Tra questi si trovano composti associati a infertilità, danni cerebrali nei bambini, interferenze endocrine, oltre a insetticidi letali per le api e pericolosi per la fauna selvatica. Prodotti che, secondo la stessa Unione Europea, costituiscono una minaccia globale alla biodiversità e alla sicurezza alimentare.

Un boomerang pronto a tornare indietro: nulla garantisce che prodotti agricoli trattati con quelle stesse sostanze non rientrino sui mercati europei, Italia compresa.

Destinazioni e numeri dell’export

Nel 2024 pesticidi vietati nell’Ue sono stati spediti in 93 Paesi, di cui 71 a medio o basso reddito (pari al 58% del totale in peso). In testa c’è il Brasile, custode di alcune delle maggiori riserve di biodiversità del pianeta, seguito da Ucraina, Marocco, Malesia, Cina, Argentina, Messico, Filippine, Vietnam e Sudafrica. Tra i Paesi africani destinatari se ne contano 25. Gli Stati Uniti, invece, sono il primo importatore mondiale tra i Paesi ad alto reddito.

Sul fronte europeo, 13 Stati membri hanno preso parte a questo commercio tossico. La Germania guida la classifica con oltre 50mila tonnellate, seguita da Belgio (16.500), Spagna, Paesi Bassi, Bulgaria, Italia (quasi 7mila), Francia, Danimarca, Ungheria e Romania.

Alcuni governi stanno cercando di correre ai ripari: in Belgio è entrata in vigore una legge che vieta l’esportazione di diversi pesticidi proibiti, mentre in Francia è stato approvato un emendamento per chiudere una delle principali scappatoie ancora esistenti.

Il pesticida più esportato resta il 1,3-dicloropropene, un fumigante del suolo vietato dal 2007 per la contaminazione delle falde e i rischi per la fauna selvatica. A seguire, il diserbante glufosinate prodotto dalla Basf e il fungicida mancozeb, bandito nel 2020 perché tossico per la riproduzione e classificato come interferente endocrino.

Le aziende coinvolte

Sono oltre 40 le imprese esportatrici individuate. Tra queste Basf, Teleos Ag Solutions, Agria, Corteva, Syngenta, Bayer e AlzChem. In Italia risultano coinvolte sei aziende – tra cui Finchimica, Tris International, Corteva e Sipcam Oxon – che nel complesso hanno notificato l’esportazione di circa 7mila tonnellate di pesticidi vietati, contenenti 11 sostanze proibite.

Tra queste l’erbicida trifluralin, bandito in Ue da quasi 20 anni perché tossico per pesci e fauna acquatica, oltre che sospetto cancerogeno, e il suo derivato ethalfluralin.

“È vergognoso e ipocrita – commenta Simona Savini, campagna Agricoltura di Greenpeace Italia – che l’esportazione europea di pesticidi vietati continui a crescere, mettendo a rischio la salute dei lavoratori agricoli, delle comunità locali e della natura”.


 

venerdì 2 gennaio 2026

Sovranità alimentare e nazionalismo agricolo

 NinoSutera

 l'equilibrio tra promozione del "Made in Italy" e dinamiche del mercato globale, fino al prezzo sorgente di Luigi Veronelli

"Il prezzo sorgente è l’assunzione di responsabilità individuale del produttore. È il racconto dei suoi costi: la terra, la fatica, le macchine. È il prezzo dell'onestà." — Luigi Veronelli

1. Introduzione: La visione politica della sovranità alimentare

Negli ultimi anni, l’indirizzo politico nazionale ha posto un forte accento sulla necessità di rimettere la produzione italiana al centro dell’agenda economica, promuovendo i concetti di "Made in Italy" e sovranità alimentare. Questa impostazione si fonda sull'idea di favorire i prodotti nazionali e ridurre la dipendenza dalle importazioni, non solo per ragioni economiche e occupazionali, ma anche per una questione di sicurezza alimentare e tutela dell’identità produttiva.

Tuttavia, a fronte di questo orientamento, emerge un paradosso visibile nel settore della grande distribuzione organizzata (GDO): la massiccia presenza di prodotti ortofrutticoli esteri sui banchi dei supermercati, mentre il settore primario nazionale segnala criticità strutturali. Il presente documento analizza l'efficacia delle misure adottate, i dati economici reali e le contraddizioni intrinseche tra gli obiettivi di indipendenza alimentare e le logiche di mercato.

2. Le strategie istituzionali per il settore primario

L’attuale linea d’azione dell’esecutivo ha rivendicato un impegno strategico per il rafforzamento delle filiere nazionali. Attraverso strumenti normativi e stanziamenti significativi — come il fondo "ColtivaItalia" da oltre 11 miliardi di euro — l'obiettivo dichiarato è stato quello di consolidare la produzione interna, incentivare l’imprenditoria giovanile e promuovere l’innovazione tecnologica.

Tale approccio si inserisce nel quadro della sovranità alimentare: un concetto che, a livello accademico e politico, definisce il diritto dei popoli a definire le proprie politiche agricole e alimentari, privilegiando i sistemi locali di produzione e consumo rispetto alle fluttuazioni incontrollate dei mercati globali.



3. Il paradosso della distribuzione: tra messaggi politici e scaffali

Nonostante la spinta verso l’autonomia produttiva, l’esperienza del consumatore evidenzia una realtà differente:

·         Importazioni strutturali: Una quota rilevante di prodotti freschi proviene dall'estero, specialmente nei periodi di bassa stagione per le colture nazionali.

·         Logiche di mercato: La GDO opera in un contesto globalizzato dove la continuità dell’offerta e la competitività dei prezzi sono requisiti imprescindibili.

·         Deficit di copertura: Molte produzioni italiane, pur d'eccellenza, non riescono a coprire l’intera domanda interna per l’intero anno solare, rendendo l’importazione un passaggio necessario per garantire la varietà dell'offerta.

Questa frattura tra l'auspicio politico di un consumo esclusivamente nazionale e la realtà commerciale mette in luce le difficoltà di tradurre il "nazionalismo agricolo" in un’autosufficienza reale.

4. Analisi dei dati economici del settore agricolo italiano

Per una valutazione oggettiva, è necessario osservare gli indicatori macroeconomici:

·         Valore Aggiunto: L’agroalimentare italiano rimane un pilastro dell’economia europea. Nel 2024, l’Italia si è confermata ai vertici dell’UE per valore aggiunto agricolo, superando i 42 miliardi di euro.

·         Investimenti: Le risorse dedicate alle filiere strategiche mirano a migliorare l’accesso al credito e a modernizzare le infrastrutture, con l'obiettivo di ridurre nel lungo periodo la necessità di approvvigionamento estero.

·         Vocazione all’export: L’Italia è un leader mondiale nell'esportazione di prodotti di alta qualità. Tuttavia, questa proiezione internazionale non implica necessariamente una copertura totale del mercato interno per i beni di largo consumo, creando uno sbilanciamento tra prodotti d’eccellenza esportati e prodotti base importati.

5. I fattori determinanti delle importazioni

Le importazioni non sono il risultato di un fallimento politico isolato, ma di fattori sistemici:

·         Stagionalità: La domanda dei consumatori è ormai slegata dai cicli biologici naturali; le importazioni colmano i vuoti produttivi stagionali.

·         Differenziale dei costi: In Italia, i costi di produzione (energia, manodopera, conformità normativa) sono spesso superiori rispetto a quelli dei competitor esteri, rendendo i prodotti d'importazione più appetibili per le fasce di mercato sensibili al prezzo.

·         Integrazione Globale: In un’economia aperta, l’interscambio commerciale è un elemento essenziale che permette alle aziende italiane di accedere a materie prime non prodotte localmente in quantità sufficiente.

6. Analisi critica della retorica della sovranità

La narrativa che identifica nel nazionalismo economico la soluzione immediata alle criticità agricole appare semplificata. Le principali riserve riguardano:

·         Tempi di attuazione: Gli investimenti strutturali richiedono anni per modificare l'assetto produttivo e riflettersi sulle abitudini di acquisto.

·         Riforme necessarie: La sovranità alimentare non può prescindere da interventi profondi sulla logistica, sulla riduzione della burocrazia e sull'abbattimento dei costi energetici, andando oltre la dimensione puramente comunicativa.

·         Potere d’acquisto: Il dibattito pubblico ha evidenziato come i rincari alimentari abbiano eroso il potere d'acquisto, rendendo spesso difficile per il consumatore medio scegliere il prodotto nazionale, qualora questo presenti un prezzo significativamente più elevato.

7. Conclusioni: Prospettive per il futuro del sistema agricolo

Il rafforzamento della sovranità alimentare rimane un obiettivo strategico condivisibile, ma richiede un approccio pragmatico:

·         Gli investimenti correnti sono un passo necessario per consolidare il settore e ridurre le dipendenze esterne più critiche.

·         Il richiamo all'identità nazionale, tuttavia, deve essere sostenuto da politiche industriali che rendano la produzione italiana competitiva non solo per qualità, ma anche per sostenibilità economica e distribuzione.

·         È indispensabile investire in tecnologie di precisione e infrastrutture logistiche per accorciare le filiere e rispondere efficacemente alle sfide del mercato globale.

Solo attraverso una strategia strutturale a lungo termine sarà possibile armonizzare le ambizioni di tutela del "Made in Italy" con le complesse dinamiche del commercio internazionale.

 


Per giungere a una sovranità alimentare che non sia solo uno slogan politico, ma un pilastro sostenibile e duraturo del sistema-Paese, è necessario affrontare una serie di criticità strutturali. Queste sfide vanno ben oltre la semplice promozione del marchio e toccano nodi economici, ambientali e geopolitici profondi.

Ecco le principali criticità individuate da un'analisi esperta:


1. Il cambiamento climatico e la vulnerabilità delle risorse

La sovranità alimentare dipende innanzitutto dalla capacità di produrre. Tuttavia, l'Italia è uno dei Paesi più esposti alla crisi climatica nel Mediterraneo.

·         Scarsità idrica: La gestione delle risorse idriche è spesso obsoleta. Senza infrastrutture moderne per lo stoccaggio e la distribuzione dell'acqua (invasi, reti irrigue digitalizzate), la produzione nazionale è destinata a contrarsi.

·         Eventi estremi: Siccità prolungate e alluvioni improvvise decimano i raccolti, rendendo la "sovranità" un concetto fragile se non supportato da politiche di adattamento climatico e assicurazioni agevolate per gli agricoltori.

2. Il nodo del ricambio generazionale

Un sistema alimentare è sovrano solo se ha una forza lavoro stabile.

·         Invecchiamento dei conduttori: L'agricoltura italiana ha una delle medie età più alte d'Europa. Senza un ricambio generazionale efficace, molte aziende agricole chiuderanno, lasciando spazio all'abbandono delle terre o all'acquisizione da parte di grandi fondi d'investimento esteri.

·         Accesso alla terra e al credito: L'alto costo dei terreni e la difficoltà per i giovani di accedere a finanziamenti rappresentano barriere d'ingresso quasi insormontabili.

3. La dipendenza energetica e dai fattori di produzione

È paradossale parlare di sovranità alimentare se il settore dipende totalmente dall'estero per l'energia e gli input tecnici.

·         Costi energetici: La produzione e la trasformazione agroalimentare sono energivore. Senza una transizione verso l'autonomia energetica (agrisolare, biomasse), il settore resta ostaggio delle fluttuazioni dei prezzi del gas e del petrolio.

·         Fertilizzanti e sementi: Una quota enorme di fertilizzanti e sementi ibride proviene da pochi player globali. La vera sovranità richiederebbe una ricerca pubblica forte sulle sementi e una riduzione della dipendenza dalla chimica d'importazione.

4. Squilibri di potere lungo la filiera (GDO vs Produttori)

La sostenibilità economica è il presupposto di quella alimentare.

·         Redditività agricola: Spesso il valore aggiunto si concentra nella Grande Distribuzione Organizzata (GDO) e nell'industria di trasformazione, mentre ai produttori primari restano margini minimi, talvolta inferiori ai costi di produzione.

·         Pratiche sleali: Nonostante le normative, la pressione sui prezzi all'origine costringe molte aziende a uscire dal mercato, favorendo l'importazione di materie prime a basso costo da Paesi con standard sociali e ambientali inferiori.

5. Logistica e infrastrutture carenti

L'Italia sconta un "deficit logistico" che penalizza il prodotto interno rispetto a quello importato.

·         Costi di trasporto: Spesso costa meno far arrivare la frutta via nave dal Nord Africa o dal Sud America che trasportarla via gomma dalla Sicilia al Nord Italia.

·         Digitalizzazione: La mancanza di una rete digitale capillare nelle zone rurali impedisce l'adozione dell'agricoltura 4.0, essenziale per ottimizzare le risorse e ridurre gli sprechi.

6. Vincoli internazionali e normativa europea

La sovranità alimentare nazionale deve scontrarsi con la realtà dei trattati internazionali.

·         Mercato Unico e WTO: Le regole della concorrenza europea e gli accordi del World Trade Organization impediscono politiche protezionistiche dirette. La sfida è dunque proteggere il prodotto nazionale attraverso la qualità e la tracciabilità, senza incorrere in sanzioni o guerre commerciali.

·         Standard divergenti: Gli agricoltori italiani devono rispettare standard ambientali e sanitari molto rigorosi (giustamente), ma spesso si trovano a competere nei supermercati con prodotti extra-UE che non seguono le stesse regole, subendo una concorrenza sleale di fatto.


Sintesi delle Criticità

Area Critica

Impatto sulla Sovranità

Soluzione Necessaria

Ambiente

Perdita di raccolti e fertilità

Piano invasi e agricoltura di precisione

Economia

Abbandono delle campagne

Equa distribuzione del valore nella filiera

Demografia

Fine della tradizione produttiva

Incentivi reali per l'imprenditoria giovanile

Energia

Vulnerabilità ai prezzi esteri

Comunità energetiche agricole


 

Il concetto di prezzo sorgente, ideato da Luigi Veronelli (filosofo, giornalista e "anarchico della terra"), rappresenta una delle proposte più radicali e profetiche per il settore agroalimentare. In un’ottica di sovranità alimentare, non si tratta solo di una questione economica, ma di un vero e proprio atto politico di trasparenza.

Ecco una chiave di lettura strutturata per comprendere la portata di questa visione:


1. Cos'è il Prezzo Sorgente?

L'idea di Veronelli è semplice nella sua formulazione ma rivoluzionaria nell'applicazione: ogni produttore dovrebbe indicare in etichetta il prezzo alla sorgente, ovvero il valore al quale vende il prodotto (vino, olio, pasta, ect) al primo acquirente della filiera o direttamente in cantina/azienda.

Questo dato, affiancato al prezzo finale sullo scaffale, permette al consumatore di calcolare istantaneamente il ricarico (markup) applicato dai vari intermediari (distribuzione, logistica, marketing).

"Il prezzo sorgente è l’assunzione di responsabilità individuale del produttore. È il racconto dei suoi costi: la terra, la fatica, le macchine. È il prezzo dell'onestà." — Luigi Veronelli


2. La Trasparenza come Pilastro della Sovranità

Nella prospettiva della sovranità alimentare, il prezzo sorgente agisce come uno strumento di disintermediazione etica. La chiave di lettura si articola su tre livelli:

·         Dignità del Produttore: Spesso i piccoli agricoltori sono l'anello debole della catena, costretti ad accettare prezzi imposti dalla Grande Distribuzione (GDO). Il prezzo sorgente rivendica il valore del lavoro agricolo.

·         Consapevolezza del Consumatore: Trasforma l'acquirente da soggetto passivo a "consum-attore", capace di distinguere tra un prezzo alto dovuto alla qualità e un prezzo alto dovuto esclusivamente alla speculazione commerciale.

·         Difesa del Territorio: Rendendo evidente quanto del prezzo finale resti effettivamente sul territorio (al contadino) e quanto invece finisca in circuiti finanziari esterni, si promuove un'economia locale più solida.


3. Confronto: Modello Standard vs. Modello Veronelliano

Caratteristica

Modello di Mercato Standard

Modello "Prezzo Sorgente"

Etichetta

Indica solo il prezzo finale

Indica Prezzo Sorgente + Prezzo Finale

Margini

Opachi, a favore della distribuzione

Trasparenti, a tutela del produttore

Relazione

Transazionale e impersonale

Basata sulla fiducia e sull'etica

Obiettivo

Massimizzazione del profitto di filiera

Giusta remunerazione della "fatica"


4. Criticità e Ostacoli all'Attuazione

Nonostante la forza etica della proposta, l'implementazione del prezzo sorgente incontra resistenze significative:

1.      Resistenza della GDO: I grandi distributori sono restii a mostrare i propri margini, poiché ciò esporrebbe le inefficienze o le speculazioni sui prodotti di massa.

2.      Variabilità dei Costi: Per alcuni prodotti, il prezzo sorgente può variare stagionalmente, rendendo complessa la stampa di etichette fisse (problema parzialmente risolvibile con il digitale/QR Code).

3.      Quadro Normativo: Le attuali regole europee sulla concorrenza e sull'etichettatura non prevedono l'obbligo di trasparenza sui margini di filiera, rendendo l'adozione una scelta puramente volontaria e coraggiosa del singolo produttore.


5. Conclusione: Il Prezzo Sorgente oggi

Oggi, nell'era dei rincari alimentari e della crisi dei redditi agricoli, il pensiero di Veronelli è più attuale che mai. Il prezzo sorgente non è un attacco al commercio, ma una difesa della "humanitas" contadina: garantisce che la sovranità alimentare non sia un concetto astratto, ma un sistema dove chi coltiva la terra riceve il giusto riconoscimento e chi mangia conosce la verità dietro ogni centesimo speso.

 

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