venerdì 6 marzo 2026

Le Origini della Pasticceria Siciliana


“Facciamo tutto a mano, partendo dalle sostanze naturali, dal latte, dalle zucche, dalle mandorle, dai pistacchi. I costi delle materie prime oggi sono proibitivi ed esigui sono i margini di guadagno. Svolgiamo quest’ attività per tenere aperta una finestra, sia pure protetta da grate, sul mondo che non ci è ostile e che dobbiamo pure amare.” (…da un’intervista ad una suora benedettina Palermo, Il Giornale di Sicilia, 5 ottobre 1981

- riportata nel libro “Mandorle amare”)

 

 


Esiste una tradizione della pasticceria conventuale in Sicilia che purtroppo va sparendo e che si esaurisce con la fine stessa delle suore ed è una tradizione che va conservata, va studiata poiché è una importante parte del patrimonio della cultura gastronomica siciliana.

Tutta la tradizione pasticcera in Sicilia sia conventuale, sia commerciale, sia casalinga si divide in due rami: il primo ramo è quello dei dolci più rustici, quelli più antichi in cui veniva utilizzato come dolcificante il miele o il vino cotto, cioè i dolcificanti conosciuti nel mondo classico, quello greco e quello romano.

Lo zucchero di canna, perché quello derivato dalla barbabietola da zucchero è di recente scoperta, è originario dell’India e fin tutto il periodo dell’impero romano, anche per le difficoltà che presentava il trasporto, venivano importate piccole quantità di zucchero di canna, utilizzato come sostanza medicamentosa e non per la preparazione di piatti dolci in cucina.

Spesso i nomi dei dolci rustici hanno radici che risalgono all’antichità, come per esempio i mustazzoli, che vengono preparati con il mosto cotto. Fra i dolci rustici, una specialità sono quelli ripieni come i nucatoli, i cuddureddi nome derivante dalla parola greca kollura, cioè focaccia, mentre altri biscotti venivano preparati e portati per le strade durante alcune festività. Tali ricette risalgono ad un periodo estremamente antico, a circa duemila anni fa e alcune di esse spesso continuano a sopravvivere nelle tradizioni e nelle festività di alcune località della Sicilia.

Dell’altro ramo della pasticceria siciliana fanno parte i dolci prodotti con lo zucchero di canna, portato in Sicilia dagli Arabi per poi proseguire il suo cammino dalla Sicilia in tutta Europa.

Lo zucchero ha delle caratteristiche diverse dal miele e dal vino cotto, poiché presenta un gusto dolce, ma non dà carattere e non dà sapore. 

Tuttavia lo zucchero possiede la proprietà fisica di cristallizzazione che permette di creare quelle ricette che, con il miele o il vino cotto, non sarebbe stato possibile realizzare, come per esempio: le cotognate, i confetti, i dolci con la glassa e la pasta di mandorle o marzapane.

Fino all’inizio dell’Ottocento in Sicilia non esistevano bar, pasticcerie e i dolci o venivano lavorati a casa o, se la famiglia ne aveva le possibilità economiche, venivano acquistati presso i numerosi conventi della città.

Testimonianze e memorie scritte da aristocratici raccontano che ogni casato nobile aveva un collegamento con un monastero a cui era particolarmente legato e anche quando arrivarono i pasticceri svizzeri come i Caflish a Palermo o i Caviezel a Catania, che aprirono le pasticcerie commerciali, gli aristocratici continuarono, per lungo tempo, a preferire i dolci, forse un po’ più semplici, un po’ meno professionali, prodotti nei conventi, anzi per loro diveniva una questione di onore familiare quella di fornirsi dalle monache.

C’è una leggenda che narra che le prime suore pasticcere furono le odalische, le schiave arabe dell’harem di Re Ruggero, convertite al cristianesimo ed entrate in monastero portando le ricette con loro. Ammesso che le arabe siano entrate in convento, ciò può essere avvenuto solo in qualità di serve, poiché la maggior parte dei monasteri, furono fondati da nobili per nobili. E’ possibile che questa leggenda sia connessa con quella della frutta martorana. La Martorana era un convento, che non esiste più, che sorgeva accanto alla omonima chiesa, fondata nel 1194 da Eloisa Martorana, nobildonna della corte normanna. In tale convento si suppone siano stati creati i primi dolci con la pasta di mandorle. Si racconta che la madre superiora, in attesa della visita del Vescovo per le festività pasquali, propose di lavorare la pasta di mandorle modellandola a forma di frutta da appendere negli alberi del chiostro del convento. Il fatto destò grande sorpresa e meraviglia, ma ancora di più quando venne gustata. Pare che non ci sia documentazione che attesta che in epoca normanna si facevano dolci nei monasteri. La prima notizia reperita per la Sicilia è del XVI secolo. Si tratta di un editto del Sinodo di Mazara del Vallo che proibiva la produzione delle cassate durante la Settimana Santa, perché tale lavoro distraeva le monache dai loro doveri religiosi. Mezzo secolo dopo, una lettera vescovile diceva che il monopolio della produzione della pasta di mandorle era delle monache di casa, cioè quelle religiose che pur prendendo i voti, non vivevano in convento, ma nelle loro case e il lavoro di pasticcere assicurava il loro “onesto vivere” cioè un reddito che consentiva loro di stare a casa senza intaccare il patrimonio di famiglia, anche se la maggior parte dei monasteri erano fondati per dare rifugio alle figlie che non si dovevano sposare.

Tra il Cinquecento e il Seicento venne aumentata moltissimo la dote richiesta per potersi sposare, evitando in tal modo di spezzettare il patrimonio delle grandi famiglie. Così la fortunata che andava in matrimonio era solo una di loro, mentre tutte le altre entravano in convento, portando una dote minore rispetto a quella che necessitava per sposarsi.

Quindi la vocazione religiosa c’entrava poco, ma a volte quella imposizione veniva accettata perché spesso le ragazze incontravano sorelle, zie, anche se non potersi scegliere un marito e non vivere una vita di società portava inevitabili rimpianti. Così un modo piacevole per farsi ricordare era quello di inviare regali di dolci, che divenivano merce di scambio e un modo per colmare favori di famiglia.

Il fare dolci divenne spesso, per le monache, uno stimolo alla creatività, però spesso diveniva motivo di rivalità tra esse, che si amplificava con la coabitazione, come venne descritto in numerose testimonianze ed in particolare come venne raccontato da Michele Palmeri di Miccichè, scrittore aristocratico siciliano, in esilio a Parigi, nei suoi libri di memorie del 1830 “Pensée set souvenirs historiques et contemporains”, seguito dopo pochi anni da “Moeurs de la Cour e des Peuples des deux Sicilies. Si tratta di due libri ricchi di ritratti ed aneddoti, di considerazioni sulle condizioni sociali della Sicilia e sui costumi della corte borbonica. Ma non è il solo, poiché ci sono tanti libri, diari e memorie, che costituiscono pezzi di storia della tradizione dei monasteri.

Giovanni Meli, abate vissuto alla fine del Settecento, poeta palermitano dialettale, scrisse una poesia dal titolo “Li cosi duci di li Batii”, nella quale elenca ventuno conventi nella sola Palermo, ognuno con la sua specialità di pasticceria.

Rimane da studiare, consultando gli archivi dei conventi, il ruolo svolto, nell’economia dei monasteri, dalla produzione dolciaria. Nell’immaginario popolare palermitano si ritiene che sia stato un momento di declassamento per i monasteri, quando cominciarono a vendere. Probabilmente nel Settecento i grandi monasteri commerciavano, come anche in tutta Italia i monasteri vendevano dolci di loro produzione, facilitati anche da esenzioni daziali sui loro prodotti. Divenne così una buona risorsa di reddito, sia per i monasteri piccoli, ma anche per quelli grandi, specie quando nel 1860 subentrarono le confische dei beni.

Un esempio di tutto ciò lo riscontriamo nell’Istituto San Carlo ad Erice, dove visse Maria Grammatico, un Istituto fondato nel 1617, laico gestito da suore che seguivano la regola del Terzo Ordine francescano, detta dei Penitenti, secondo la quale esse non appartenevano ad un ordine monastico, ma praticavano la vita claustrale e fu questa peculiarità che mise in salvo il convento dalla confisca dei beni e dalla soppressione da parte dello Stato nel 1866. Nel secolo scorso, svalutatesi le rendite, la comunità, composta da suore ed orfanelle ericine, si mantenne con la produzione e la vendita di dolci e biscotti. Nel libro Mandorle amare. Una storia siciliana tra ricordi e ricette” scritto in collaborazione con la signora Maria Grammatico, sono elencate ricette che hanno ventisei ingredienti basilari. Solo due, lo zucchero e la vaniglia si acquistavano, gli altri provenivano dalle terre dei monasteri. Per quando la storia della pasticceria monacale possa sembrare stravagante, in realtà non lo era. Le semplici suore spesso avevano molta fantasia. Con pochi ingredienti e molta creatività sono riuscite a produrre una grande varietà di dolci. Purtroppo molte di queste ricette stanno sparendo e io spero che l’interesse mostrato in questo convegno stasera, faccia che alcune di queste ricette siano salvate per la memoria presente e futura dei siciliani.


 


 


Tipico, tradizionale e identitario

 

 DanielaTorcia

 

Nel linguaggio comune, termini come “tipico”, “tradizionale” e “identitario” vengono spesso usati come sinonimi. Ma, chiarisce Nino Sutera,  sul piano storico-culturale e istituzionale ciascuno indica categorie profondamente diverse. La distinzione, sottolinea Sutera, si fonda su tre criteri essenziali: temporalità, territorialità e funzione simbolica. Capirli non è un esercizio teorico, ma serve a evitare sovrapposizioni improprie e a costruire politiche di tutela e valorizzazione coerenti.

Un prodotto è tradizionale quando mostra continuità nel tempo. La tradizionalità riguarda la permanenza di pratiche produttive o gastronomiche trasmesse di generazione in generazione. “Tuttavia, un prodotto tradizionale – precisa Sutera – non è necessariamente esclusivo di un territorio, né rappresenta automaticamente un simbolo identitario. Può essere diffuso in più aree e conservare valore culturale senza assumere centralità simbolica”.

Diversa è la nozione di prodotto tipico, che entra in gioco con la territorialità in senso giuridico ed economico. Un prodotto tipico è legato a un’area delimitata e regolamentato da disciplinari che ne codificano modalità produttive, materie prime e standard qualitativi. La tipicità consente l’accesso a strumenti di tutela come DOP, IGP o SGT, e ha una funzione prevalentemente economica: proteggere il prodotto da imitazioni, rafforzare le filiere locali e posizionarlo sul mercato globale. Anche in questo caso, però, “anche la tipicità non coincide automaticamente con l’identità”, sottolinea Sutera.

La categoria più complessa è quella dei prodotti identitari. Qui, spiega Sutera, la dimensione centrale non è né il disciplinare né la semplice continuità storica, ma il riconoscimento della comunità. Un prodotto identitario incarna il genius loci, lo spirito del luogo: è parte della memoria collettiva, evoca appartenenza e si intreccia con riti, feste, narrazioni e leggende. Non basta che sia antico: deve essere percepito come simbolo distintivo della comunità, attraverso cui il territorio si racconta e si riconosce.

In questa prospettiva si inserisce la Denominazione Comunale (De.Co.), proposta negli anni Novanta da Luigi Veronelli. Come ricorda Sutera, la De.Co. non certifica qualità merceologica, ma riconosce un valore civico e culturale, di unicità e di appartenenza. “La De.Co. è uno strumento di patrimonializzazione, non un marchio commerciale: attribuisce al prodotto un significato identitario se tale significato è realmente radicato nella comunità”, precisa.

Definire identitario un prodotto richiede prudenza e rigore: “L’identità non nasce da una strategia di marketing né da una dichiarazione formale approssimata”, conclude Sutera, “è il risultato di una sedimentazione storica, di un riconoscimento collettivo diffuso e di una funzione simbolica stabile nel tempo”. I laboratori di pasticceria, aggiunge, sperimentano sempre prodotti nuovi per incuriosire la clientela, ma la novità non è sinonimo di identità.

 In sintesi, la distinzione tra tradizionale, tipico e identitario non stabilisce gerarchie, ma chiarisce funzioni diverse: Tradizionale: continuità nel tempo. Tipico: tutela territoriale e normativa. Identitario: appartenenza e simbolo. Sutera conclude sottolineando l’importanza dei Borghi Genius Loci DeCo come presidi di localismo consapevole: laboratori culturali capaci di proteggere la memoria storica, trasmettere saperi tradizionali e generare innovazione sociale sostenibile.

giovedì 5 marzo 2026

MASE: Forum Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile


Gruppo di Coordinamento

della Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile

Pace, Persone, Pianeta, Prosperità, Culture e Giovani per la sostenibilità



VIDEO

 PORTALE DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE

·      Fase 1: Finalizzazione dei sei  position paper tematici per sostenere una visione, influenzare politiche pubbliche o guidare discussioni. Analisi del problema, impatto delle politiche attuali, e raccomandazioni basate su evidenze (dati e best practice).

·      Fase 2: Definizione della versione preliminare del position paper unico del Forum SvS

·      Fase 3: Consultazione della versione preliminare del position paper unico presso gli iscritti al Forum SvS e presso il GdL1 del CNCS

·      Fase 4: Finalizzazione del position paper, traduzione in lingua inglese ed invio al MASE


Fase 1 - Finalizzazione dei 6 position paper tematici dei GdL

Descrizione

In questa fase, ciascun Gruppo di Lavoro del Forum SvS è chiamato a produrre il position paper tematico, a partire dal lavoro già svolto e dagli esiti della Conferenza SvS 2025. I Coordinatori e i membri dei GdL organizzano il confronto interno, raccolgono e consolidano i contributi e curano la stesura del documento.

S u sollecitazione di alcuni portatori di interessi, abbiamo creato questo nuovo spazio di confronto e di proposte finalizzato alle attività della strategia nazionale di sviluppo sostenibile  Questo è il link per accedere https://chat.whatsapp.com/KPxgyzeGDcD4YGuYouZtTE 

Tempi

Scadenze principali

In questo quadro, e nel complessivo quadro di attività illustrato ai punti precedenti, il percorso condiviso nel corso dell’incontro per giungere alla redazione del position paper unico del Forum SvS passa per le seguenti scadenze principali:

-          23 marzo– assemblea plenaria del Forum SvS (presentazione elementi e processo definizione Position paper e prima delineatura dei main messages del Forum per la VNR)

-          15 aprile- consegna dei 6 position paper del GdL

-          5 maggio- versione preliminare del position paper unico del Forum SvS (in italiano e/o inglese)

-          6-19 maggio- consultazione online del position paper presso i GdL per raccolta osservazioni e integrazioni

-          27 maggio-consegna del position paper in inglese al MASE

-          8 giugno- caricamento di VNR, VLRs, YVR a cura del MASE

Le date indicate costituiscono termini non superabili e si raccomanda di anticipare le consegne per evitare criticità operative.


·      Assemblea del Forum SvS del 23 marzo che costituisce un passaggio di confronto e restituzione durante il quale i GdL presenteranno lo stato dei rispettivi position paper, e raccoglieranno elementi utili a favorire l’allineamento e la successiva confluenza nel position paper unico del Forum;

 

mercoledì 4 marzo 2026

Da un'iniziativa a un metodo

   “Il valore di un’idea sta nel metterla in pratica”, ricordava Thomas Alva Edison.                     Noi ci siamo riusciti, e ne siamo orgogliosi. Non è qualcosa che capita a tutti, né tutti i giorni. Ricevere poi i complimenti di colleghi anche di altre regioni, fa sempre piacere, perché sono apprezzamenti genuini e spontanei, di addetti ai lavori.

Il riconoscimento europeo

La Direzione Generale dell’Agricoltura e dello Sviluppo Rurale della Commissione Europea (Unità B.2) ha   pubblicato il documento “HE 28 CAP Strategic Plans Underway – Summary of implementation in 2023-2024, facts and figures”, una sintesi dello stato di avanzamento dei Piani Strategici della PAC nei diversi Stati membri.



All’interno della relazione, l’Italia è rappresentata da due Regioni, tra cui la Sicilia, citata espressamente per le iniziative considerate esempi di buone pratiche.

La pubblicazione ha messo in evidenza il lavoro svolto dal Dipartimento Agricoltura della Regione Siciliana, e nello specifico dall’Unità di Staff – Osservatorio Neorurale e dalla Rete Regionale del Sistema della Conoscenza e dell’Innovazione in Agricoltura   

L’attività portata avanti negli anni 2021-2024 ha avuto come finalità la valorizzazione delle competenze, la diffusione di conoscenze e l’implementazione di processi innovativi a supporto delle imprese agricole e rurali.


 Osservatorio Neorurale

E' stato concepito come un laboratorio permanente di analisi e sperimentazione sui nuovi modelli di sviluppo rurale, coerentemente con DDG istitutivo

 Le sue attività   riguardano:

  • Monitoraggio e ricerca sulle dinamiche rurali siciliane e sul fenomeno dei “nuovi contadini”;
  • Laboratori territoriali per sperimentare modelli innovativi di gestione delle risorse;
  • Formazione e divulgazione con webinar, seminari, workshop e pubblicazioni;
  • Networking  per lo scambio di esperienze.

La Rete Regionale  Sicilia

Parallelamente, la Rete regionale del Sistema della Conoscenza e dell’Innovazione in Agricoltura ( Sicilia) istituito con DDG ha rappresentato il punto di incontro tra ricerca, formazione, consulenza e mondo produttivo.



Un percorso riconosciuto come buona pratica

Il riconoscimento europeo riguarda, in modo particolare, il ricco programma di iniziative realizzate. Tra queste, spiccano i webinar tematici, organizzati in collaborazione con gruppi di lavoro specializzati, che hanno favorito l’ampio coinvolgimento degli stakeholder regionali.

La partecipazione attiva di enti, associazioni, imprese agricole, ricercatori e portatori di interesse ha confermato la centralità della rete nel creare un dialogo costante tra mondo della produzione e della ricerca.

Azione primaria è  costituita dal blog dell'Osservatorio Neorurale  

https://unirurale.blogspot.com/  

Il blog ha trattato attraverso una rete di giornalisti professionisti tematiche  d interesse quali  : sviluppo locale, politiche  del  cibo, agrobiodiversità, dieta mediterranea, solo per citare qualche esempio

L’inserimento della Sicilia nel report europeo non rappresenta soltanto un riconoscimento formale, ma la conferma della bontà di un percorso avviato con determinazione coerentemente alle attività e gli obiettivi  istituzionali


Significato e prospettive

Il Dipartimento Agricoltura, attraverso l’Osservatorio Neorurale e la Rete , ha saputo interpretare le sfide del contesto attuale, traguardato a obiettivi futuri

Come ricordava Edison, “il valore di un’idea sta nel metterla in pratica”: l’esperienza siciliana dimostra che, attraverso l’impegno comune e la capacità di fare rete, le idee possono trasformarsi in pratiche concrete, riconosciute anche a livello internazionale.


Conclusione

        La menzione della Sicilia come “buona prassi” a livello europeo non è un fatto scontato. È un risultato che rafforza la convinzione che il percorso intrapreso 2021-2024 sia quello giusto, e che la strada della collaborazione e della valorizzazione delle risorse intellettuali e professionali debba continuare.

        Il riconoscimento rappresenta un incoraggiamento a proseguire su questa linea, consolidando il ruolo della Sicilia come laboratorio di innovazione rurale e come modello di riferimento per l’intero sistema agricolo nazionale ed europeo.

 

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