venerdì 6 marzo 2026

Tipico, tradizionale e identitario

 

 DanielaTorcia

 

Nel linguaggio comune, termini come “tipico”, “tradizionale” e “identitario” vengono spesso usati come sinonimi. Ma, chiarisce Nino Sutera,  sul piano storico-culturale e istituzionale ciascuno indica categorie profondamente diverse. La distinzione, sottolinea Sutera, si fonda su tre criteri essenziali: temporalità, territorialità e funzione simbolica. Capirli non è un esercizio teorico, ma serve a evitare sovrapposizioni improprie e a costruire politiche di tutela e valorizzazione coerenti.

Un prodotto è tradizionale quando mostra continuità nel tempo. La tradizionalità riguarda la permanenza di pratiche produttive o gastronomiche trasmesse di generazione in generazione. “Tuttavia, un prodotto tradizionale – precisa Sutera – non è necessariamente esclusivo di un territorio, né rappresenta automaticamente un simbolo identitario. Può essere diffuso in più aree e conservare valore culturale senza assumere centralità simbolica”.

Diversa è la nozione di prodotto tipico, che entra in gioco con la territorialità in senso giuridico ed economico. Un prodotto tipico è legato a un’area delimitata e regolamentato da disciplinari che ne codificano modalità produttive, materie prime e standard qualitativi. La tipicità consente l’accesso a strumenti di tutela come DOP, IGP o SGT, e ha una funzione prevalentemente economica: proteggere il prodotto da imitazioni, rafforzare le filiere locali e posizionarlo sul mercato globale. Anche in questo caso, però, “anche la tipicità non coincide automaticamente con l’identità”, sottolinea Sutera.

La categoria più complessa è quella dei prodotti identitari. Qui, spiega Sutera, la dimensione centrale non è né il disciplinare né la semplice continuità storica, ma il riconoscimento della comunità. Un prodotto identitario incarna il genius loci, lo spirito del luogo: è parte della memoria collettiva, evoca appartenenza e si intreccia con riti, feste, narrazioni e leggende. Non basta che sia antico: deve essere percepito come simbolo distintivo della comunità, attraverso cui il territorio si racconta e si riconosce.

In questa prospettiva si inserisce la Denominazione Comunale (De.Co.), proposta negli anni Novanta da Luigi Veronelli. Come ricorda Sutera, la De.Co. non certifica qualità merceologica, ma riconosce un valore civico e culturale, di unicità e di appartenenza. “La De.Co. è uno strumento di patrimonializzazione, non un marchio commerciale: attribuisce al prodotto un significato identitario se tale significato è realmente radicato nella comunità”, precisa.

Definire identitario un prodotto richiede prudenza e rigore: “L’identità non nasce da una strategia di marketing né da una dichiarazione formale approssimata”, conclude Sutera, “è il risultato di una sedimentazione storica, di un riconoscimento collettivo diffuso e di una funzione simbolica stabile nel tempo”. I laboratori di pasticceria, aggiunge, sperimentano sempre prodotti nuovi per incuriosire la clientela, ma la novità non è sinonimo di identità.

 In sintesi, la distinzione tra tradizionale, tipico e identitario non stabilisce gerarchie, ma chiarisce funzioni diverse: Tradizionale: continuità nel tempo. Tipico: tutela territoriale e normativa. Identitario: appartenenza e simbolo. Sutera conclude sottolineando l’importanza dei Borghi Genius Loci DeCo come presidi di localismo consapevole: laboratori culturali capaci di proteggere la memoria storica, trasmettere saperi tradizionali e generare innovazione sociale sostenibile.

giovedì 5 marzo 2026

MASE: Forum Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile


Gruppo di Coordinamento

della Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile

Pace, Persone, Pianeta, Prosperità, Culture e Giovani per la sostenibilità



VIDEO

 PORTALE DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE

·      Fase 1: Finalizzazione dei sei  position paper tematici per sostenere una visione, influenzare politiche pubbliche o guidare discussioni. Analisi del problema, impatto delle politiche attuali, e raccomandazioni basate su evidenze (dati e best practice).

·      Fase 2: Definizione della versione preliminare del position paper unico del Forum SvS

·      Fase 3: Consultazione della versione preliminare del position paper unico presso gli iscritti al Forum SvS e presso il GdL1 del CNCS

·      Fase 4: Finalizzazione del position paper, traduzione in lingua inglese ed invio al MASE


Fase 1 - Finalizzazione dei 6 position paper tematici dei GdL

Descrizione

In questa fase, ciascun Gruppo di Lavoro del Forum SvS è chiamato a produrre il position paper tematico, a partire dal lavoro già svolto e dagli esiti della Conferenza SvS 2025. I Coordinatori e i membri dei GdL organizzano il confronto interno, raccolgono e consolidano i contributi e curano la stesura del documento.

S u sollecitazione di alcuni portatori di interessi, abbiamo creato questo nuovo spazio di confronto e di proposte finalizzato alle attività della strategia nazionale di sviluppo sostenibile  Questo è il link per accedere https://chat.whatsapp.com/KPxgyzeGDcD4YGuYouZtTE 

Tempi

Scadenze principali

In questo quadro, e nel complessivo quadro di attività illustrato ai punti precedenti, il percorso condiviso nel corso dell’incontro per giungere alla redazione del position paper unico del Forum SvS passa per le seguenti scadenze principali:

-          23 marzo– assemblea plenaria del Forum SvS (presentazione elementi e processo definizione Position paper e prima delineatura dei main messages del Forum per la VNR)

-          15 aprile- consegna dei 6 position paper del GdL

-          5 maggio- versione preliminare del position paper unico del Forum SvS (in italiano e/o inglese)

-          6-19 maggio- consultazione online del position paper presso i GdL per raccolta osservazioni e integrazioni

-          27 maggio-consegna del position paper in inglese al MASE

-          8 giugno- caricamento di VNR, VLRs, YVR a cura del MASE

Le date indicate costituiscono termini non superabili e si raccomanda di anticipare le consegne per evitare criticità operative.


·      Assemblea del Forum SvS del 23 marzo che costituisce un passaggio di confronto e restituzione durante il quale i GdL presenteranno lo stato dei rispettivi position paper, e raccoglieranno elementi utili a favorire l’allineamento e la successiva confluenza nel position paper unico del Forum;

 

mercoledì 4 marzo 2026

Da un'iniziativa a un metodo

 

NinoSutera

 “Il valore di un’idea sta nel metterla in pratica”, ricordava Thomas Alva Edison.

Noi ci siamo riusciti, e ne siamo orgogliosi. Non è qualcosa che capita a tutti, né tutti i giorni. Ricevere poi i complimenti di colleghi anche di altre regioni, fa sempre piacere, perché sono apprezzamenti genuini e spontanei, di addetti ai lavori.

Il riconoscimento europeo

La Direzione Generale dell’Agricoltura e dello Sviluppo Rurale della Commissione Europea (Unità B.2) ha   pubblicato il documento “HE 28 CAP Strategic Plans Underway – Summary of implementation in 2023-2024, facts and figures”, una sintesi dello stato di avanzamento dei Piani Strategici della PAC nei diversi Stati membri.

All’interno della relazione, l’Italia è rappresentata da due Regioni, tra cui la Sicilia, citata espressamente per le iniziative considerate esempi di buone pratiche.

La pubblicazione ha messo in evidenza il lavoro svolto dal Dipartimento Agricoltura della Regione Siciliana, e nello specifico dall’Unità di Staff – Osservatorio Neorurale e dalla Rete Regionale del Sistema della Conoscenza e dell’Innovazione in Agricoltura   

L’attività portata avanti negli anni 2021-2024 ha avuto come finalità la valorizzazione delle competenze, la diffusione di conoscenze e l’implementazione di processi innovativi a supporto delle imprese agricole e rurali.


L’Osservatorio Neorurale

L’Osservatorio Neorurale è stato concepito come un laboratorio permanente di analisi e sperimentazione sui nuovi modelli di sviluppo rurale, coerentemente con DDG istitutivo

 Le sue attività   riguardano:

  • Monitoraggio e ricerca sulle dinamiche rurali siciliane e sul fenomeno dei “nuovi contadini”;
  • Laboratori territoriali per sperimentare modelli innovativi di gestione delle risorse;
  • Formazione e divulgazione con webinar, seminari, workshop e pubblicazioni;
  • Networking  per lo scambio di esperienze.

La Rete Regionale  Sicilia

Parallelamente, la Rete regionale del Sistema della Conoscenza e dell’Innovazione in Agricoltura ( Sicilia) istituito con DDG ha rappresentato il punto di incontro tra ricerca, formazione, consulenza e mondo produttivo.



Un percorso riconosciuto come buona pratica

Il riconoscimento europeo riguarda, in modo particolare, il ricco programma di iniziative realizzate. Tra queste, spiccano i webinar tematici, organizzati in collaborazione con gruppi di lavoro specializzati, che hanno favorito l’ampio coinvolgimento degli stakeholder regionali.

La partecipazione attiva di enti, associazioni, imprese agricole, ricercatori e portatori di interesse ha confermato la centralità della rete nel creare un dialogo costante tra mondo della produzione e della ricerca.

Azione primaria è  costituita dal blog dell'Osservatorio Neorurale https://unirurale.blogspot.com/  

Il blog ha trattato attraverso una rete di giornalisti professionisti tematiche  d interesse quali  : sviluppo locale, Politiche  del  cibo, agrobiodiversità, dieta mediterranea, solo per citare qualche esempio

L’inserimento della Sicilia nel report europeo non rappresenta soltanto un riconoscimento formale, ma la conferma della bontà di un percorso avviato con determinazione coerentemente alle attività e gli obiettivi  istituzionali


Significato e prospettive

Il Dipartimento Agricoltura, attraverso l’Osservatorio Neorurale e la Rete , ha saputo interpretare le sfide del contesto attuale, traguardato a obiettivi futuri

Come ricordava Edison, “il valore di un’idea sta nel metterla in pratica”: l’esperienza siciliana dimostra che, attraverso l’impegno comune e la capacità di fare rete, le idee possono trasformarsi in pratiche concrete, riconosciute anche a livello internazionale.


Conclusione

        La menzione della Sicilia come “buona prassi” a livello europeo non è un fatto scontato. È un risultato che rafforza la convinzione che il percorso intrapreso 2021-2024 sia quello giusto, e che la strada della collaborazione e della valorizzazione delle risorse intellettuali e professionali debba continuare.

        Il riconoscimento rappresenta un incoraggiamento a proseguire su questa linea, consolidando il ruolo della Sicilia come laboratorio di innovazione rurale e come modello di riferimento per l’intero sistema agricolo nazionale ed europeo.

 

venerdì 27 febbraio 2026

Canna da Zucchero (cannamele - sugarcane)

 

Nell'ambito delle attività di competenza della Rete regionale Sistema della conoscenza e dell'Innovazione in Agricoltura nasce il gruppo tematico Cannamele finalizzato alla costituzione della strada della canna da zucchero Born in Sicily con un format a zero burocrazia e molto semplice e snello. Gruppo di esperti, appassionati, tecnici agrari, imprenditori che raccolgono informazioni storico, culturali, botaniche, agro-industriali per una maggiore consapevolezza del valore aggiunto di coltivare la Canna da Zucchero ovvero la Cannamele nel bacino del Mediterraneo specialmente in regioni vocate come la Sicilia


La canna da zucchero si ritiene sia originaria dell'Asia orientale e delle isole del Pacifico meridionale; l'inizio della sua coltivazione è estremamente antico e si perde nelle leggende della mitologia indiana. I Cinesi la ricevettero dall'Ovest in epoca non molto remota. I soldati di Alessandro Magno furono i primi Europei che videro questa pianta; il mondo greco-romano aveva di essa una nozione approssimativa. Erodoto e Teofasto parlano di un miele di canna, di un miele fatto dalla mano dell'uomo, diverso da quello delle api; Dioscoride (II, 104) menziona una specie di miele solido, che chiama σάκχαρον, che nell'India e nell'Arabia si trova sulle canne (εὑριςκόμενον ἐπὶ τῶν καλάμων); Plinio (XII, ne parla negli stessi termini. Gli Arabi, nell'epoca in cui s'insediarono nel Mediterraneo, importarono qui la canna da zucchero, e la coltura di essa fu fiorente, e continuò a esserlo per molti secoli, in Egitto, nella Spagna, in Sicilia. I Portoghesi nel 1420 la portarono in Madera e susseguentemente nelle Azzorre, nelle Canarie, nelle Isole del Capo Verde e nell'Africa occidentale. Colombo nel suo secondo viaggio la trasportò a San Domingo; nella prima metà del sec. XVI fu introdotta nel Messico, nel Brasile, nel Perù e in altri paesi americani. L'introduzione della canna nel Nuovo Mondo segna la decadenza della coltura di essa nel Mediterraneo, dove tuttora sussiste in piccola quantità nella Spagna in provincia di Granata; in Sicilia era ancora di una certa importanza sino alla seconda metà del sec. XVIII.
Oggi la coltivazione della canna è di grande importanza nei seguenti paesi. In Asia: Indie inglesi, Giava, Filippine, Formosa, Cina meridionale ed isole meridionali dell'arcipelago del Giappone. In Africa: Madera, Egitto, Natal e Zululand, Africa Orientale Portoghese, Maurizio e Riunione. In America: Stati Uniti (Luisiana principalmente, e qualche contrada in Arizona, Texas e Georgia), Messico e repubbliche dell'America Centrale, Antille, Guiana inglese e olandese, Venezuela, Brasile, Perù, Argentina, Paraguay. In Australia: Nuova Galles del Sud e Queensland, isole Figi e Hawaii. (bibliografia https://www.treccani.it/.../canna-da-zucchero.../)

Una valutazione critica del PEI-Agriv

 NinoSutera


  Molte risorse, poca innovazione reale

Il bilancio tracciato dalla Corte dei Conti europea sull’impiego di quasi 1 miliardo di euro destinato all’innovazione agricola tra il 2014 e il 2022 è severo: i progetti finanziati hanno generato risultati modesti, spesso marginali rispetto alle reali esigenze degli agricoltori, e in diversi casi si sono allontanati dall’obiettivo originario, sconfinando in ambiti industriali o di marketing.

Un potenziale non sfruttato

Il Partenariato europeo per l’innovazione in agricoltura (PEI-Agri) nasceva con un intento ambizioso: favorire la collaborazione tra agricoltori, ricercatori, consulenti e imprese per sviluppare soluzioni innovative capaci di migliorare produttività e sostenibilità.
Nonostante oltre 4.000 progetti finanziati, la Corte rileva che:

  • l’innovazione raramente è stata un criterio decisivo nella selezione dei progetti;
  • il coinvolgimento degli agricoltori è stato scarso e spesso formale;
  • molte iniziative non hanno prodotto innovazioni adottabili su larga scala.

Il giudizio è sintetizzato con chiarezza dal responsabile dell’audit, João Leão: gli strumenti messi in campo non hanno utilizzato al meglio le risorse, né hanno intercettato i bisogni concreti delle aziende agricole.





Le criticità emerse: selezione debole, scarsa adozione, poca agricoltura

1. Progetti poco agricoli

Quasi un terzo dei progetti analizzati presentava un legame tenue con l’agricoltura.
Alcuni esempi citati:

  • in Polonia, un progetto sulla produzione industriale di burro con impatto minimo sui produttori locali;
  • in Spagna, un’iniziativa finalizzata a migliorare il brand di una catena di supermercati, senza ricadute agricole significative.

Questi casi mostrano una deriva verso attività di trasformazione industriale o marketing, lontane dal mandato originario del PEI-Agri.

2. Innovazioni poco utili o troppo di nicchia

Oltre la metà dei progetti non ha generato innovazioni realmente utili o trasferibili.
Molti interventi:

  • non hanno prodotto effetti concreti;
  • rispondevano a esigenze troppo specifiche;
  • hanno beneficiato singoli soggetti più che il settore nel suo complesso.

3. Scarsa diffusione dei risultati

La Corte sottolinea una mancata strategia di divulgazione: solo la metà dei progetti ha condiviso le conoscenze prodotte, e solo 6 su 18 tra quelli considerati “utili” hanno portato a innovazioni adottate su larga scala.

4. Nessuna sinergia con i fondi di ricerca

Un dato particolarmente critico: nessuno dei 70 progetti esaminati ha utilizzato risorse del programma Orizzonte 2020, nonostante fossero disponibili 1,5 miliardi di euro per ricerca agricola e forestale.
La mancanza di integrazione tra fondi agricoli e fondi di ricerca ha limitato la qualità scientifica e l’impatto delle innovazioni.


Dove l’innovazione funziona: il caso virtuoso del riso a secco in Spagna

Tra le poche esperienze positive, la Corte cita la sperimentazione delle tecniche di semina a secco del riso in Spagna.
Il successo del progetto è attribuito a un fattore chiave: il coinvolgimento diretto e continuo degli agricoltori, che ha permesso di:

  • adattare la sperimentazione alle condizioni reali;
  • validare rapidamente i risultati;
  • estendere la pratica all’intera area agricola.

Questo caso conferma che l’innovazione agricola funziona quando nasce dalle esigenze del campo e non da logiche top-down.


Una lettura critica complessiva

Il quadro delineato dalla Corte dei Conti UE evidenzia un problema strutturale: l’innovazione agricola non può essere progettata senza gli agricoltori.
Il PEI-Agri, pur dotato di risorse ingenti e di un impianto teorico avanzato, ha sofferto di:

  • eccessiva burocratizzazione;
  • scarsa capacità di valutare il reale potenziale innovativo;
  • deriva verso progetti non agricoli;
  • assenza di integrazione con la ricerca scientifica europea.

In sintesi, il programma ha finanziato molte iniziative, ma ha prodotto poche innovazioni trasformative.
Il rischio è che l’innovazione diventi un’etichetta formale, più che un processo reale di cambiamento.


 

martedì 24 febbraio 2026

“Agricoltore Allevatore Custode dell’Agrobiodiversità”

 

Il D.M. 9 novembre 2023 n. 622857 e il marchio collettivo

Il Decreto Ministeriale 9 novembre 2023 n. 622857 rappresenta una delle più significative innovazioni normative italiane nel campo della tutela della biodiversità agricola. Con questo provvedimento il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste ha introdotto il marchio collettivo figurativo “Agricoltore Allevatore Custode dell’Agrobiodiversità”, con l’obiettivo di riconoscere, valorizzare e rendere visibile il ruolo strategico svolto dagli agricoltori e dagli allevatori custodi nella conservazione delle risorse genetiche locali a rischio di estinzione o erosione genetica.  

Il decreto approva anche il regolamento d’uso del marchio, definendo condizioni, requisiti e modalità di utilizzo, inserendolo in un quadro normativo più ampio che pone al centro la salvaguardia del patrimonio agricolo e alimentare nazionale.  


1. Il quadro normativo: la Legge 194/2015 e la biodiversità agricola

Il marchio nasce come attuazione della Legge 1° dicembre 2015 n. 194, che ha istituito il sistema nazionale per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare. Questa legge ha creato strumenti fondamentali, tra cui:

  • l’Anagrafe Nazionale della Biodiversità;

  • il Comitato permanente per la biodiversità di interesse agricolo e alimentare;

  • la Rete Nazionale per la conservazione delle risorse genetiche;

  • il Portale nazionale dell’agrobiodiversità.

Tali strumenti consentono di individuare, registrare e monitorare varietà vegetali, razze animali e microrganismi locali minacciati, favorendo azioni coordinate di conservazione e valorizzazione.  

In questo contesto il marchio collettivo diventa uno strumento di riconoscimento pubblico e istituzionale del lavoro svolto dai custodi della biodiversità.


2. Significato e finalità del marchio

Il marchio “Agricoltore Allevatore Custode dell’Agrobiodiversità” è definito come marchio figurativo e non commerciale, destinato ai servizi agricoli e zootecnici legati alla conservazione delle risorse genetiche. 

Le finalità principali possono essere sintetizzate in quattro dimensioni:

a) Riconoscimento istituzionale

Il marchio certifica il ruolo degli agricoltori e allevatori custodi come soggetti attivi nella tutela della biodiversità.

b) Valorizzazione economica e culturale

Rafforza la visibilità delle aziende impegnate nella conservazione di varietà e razze locali, aumentando la percezione del valore del loro lavoro.

c) Conservazione delle risorse genetiche

Sostiene la salvaguardia “in situ” e “on farm” di specie e varietà a rischio, mantenendole vive nei sistemi agricoli.

d) Comunicazione e sensibilizzazione

Favorisce la diffusione della cultura dell’agrobiodiversità tra cittadini, istituzioni e filiere agroalimentari.

Il decreto segna quindi una tappa strategica nella transizione verso modelli agricoli sostenibili e resilienti. 


3. Chi sono gli agricoltori e allevatori custodi

Gli agricoltori e allevatori custodi sono imprenditori agricoli, singoli o associati, che si impegnano a conservare nelle proprie aziende le risorse genetiche locali di interesse agricolo e alimentare a rischio di estinzione o erosione genetica.  

Il loro ruolo comprende:

  • conservazione di varietà tradizionali vegetali;

  • tutela di razze animali autoctone;

  • riproduzione e mantenimento delle popolazioni locali;

  • trasmissione delle conoscenze tradizionali;

  • presidio territoriale e prevenzione dell’abbandono rurale.

In questo senso i custodi non sono solo produttori ma veri presìdi culturali e ambientali, contribuendo alla resilienza dei territori e alla continuità delle tradizioni.


4. Modalità di utilizzo del marchio

L’uso del marchio è subordinato a una procedura precisa stabilita dal regolamento allegato al decreto. I passaggi principali includono:

  • iscrizione alla Rete Nazionale della Biodiversità;

  • dimostrazione dell’attività di conservazione in situ o on farm;

  • verifica dei requisiti da parte del Ministero;

  • autorizzazione formale all’utilizzo.

Il marchio deve sempre essere accompagnato dall’indicazione della specie, varietà o razza custodita e non può essere utilizzato su prodotti, etichette o packaging né integrato in denominazioni sociali o altri marchi. 

Queste regole garantiscono l’autenticità del riconoscimento e ne evitano usi impropri o commercializzazioni distorte.


5. Entrata in vigore e prospettive

Il marchio è operativo dal 1° gennaio 2026, mentre ulteriori decreti definiranno le modalità di controllo e monitoraggio del suo utilizzo.  

L’introduzione del marchio si inserisce nelle politiche europee e nazionali del Piano Strategico PAC 2023-2027, che attribuisce crescente importanza alla biodiversità agricola come fattore di sostenibilità, resilienza climatica e sicurezza alimentare.


6. Implicazioni strategiche per il sistema agricolo e territoriale

L’istituzione del marchio produce effetti che vanno oltre il riconoscimento simbolico.

Impatto agricolo

  • rafforza i sistemi sementieri locali;

  • incentiva la diversificazione produttiva;

  • sostiene l’agricoltura di piccola scala.

Impatto territoriale

  • contrasta l’abbandono rurale;

  • valorizza paesaggi agrari storici;

  • rafforza identità e filiere locali.

Impatto culturale

  • riconosce il sapere contadino;

  • collega biodiversità e patrimonio immateriale;

  • favorisce narrazioni territoriali (borghi, comunità, tradizioni).

In prospettiva, il marchio può diventare uno strumento di politiche territoriali integrate, dialogando con strategie come i sistemi del cibo locale,   i biodistretti e le reti dei borghi.


7. Valore politico e simbolico del marchio

Il decreto introduce un cambio di paradigma: la biodiversità agricola non è più solo oggetto di tutela scientifica, ma diventa una responsabilità sociale diffusa.

Il marchio afferma che:

  • la conservazione può avvenire nelle aziende agricole;

  • i custodi sono soggetti di interesse pubblico;

  • la biodiversità è infrastruttura strategica del futuro.

In questa prospettiva il marchio rappresenta un ponte tra politiche agricole, ambiente, cultura e sviluppo locale.


Conclusione

Il D.M. 9 novembre 2023 n. 622857 istituisce uno strumento innovativo che riconosce formalmente il ruolo degli agricoltori e allevatori custodi come attori centrali nella salvaguardia dell’agrobiodiversità italiana.

Il marchio “Agricoltore Allevatore Custode dell’Agrobiodiversità” non è soltanto un segno distintivo, ma un dispositivo di politica pubblica che:

  • valorizza chi conserva risorse genetiche locali;

  • rafforza la rete nazionale della biodiversità;

  • promuove modelli agricoli sostenibili;

  • contribuisce alla tutela del patrimonio culturale e territoriale.

Dal 2026 questo marchio potrà diventare uno dei simboli più rilevanti dell’agricoltura italiana orientata alla sostenibilità, alla sovranità alimentare e alla tutela delle identità locali, riconoscendo finalmente il valore dei custodi come protagonisti del futuro agricolo e dei territori rurali.

lunedì 23 febbraio 2026

PAC 2028-2024

Il presente documento offre una prima analisi delle proposte legislative della Commissione europea
relative al Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034 (QFP), pubblicate il 16 luglio 2025,
evidenziandone le implicazioni per le politiche settoriali, con particolare attenzione alla PAC.



In questa fase iniziale, si propone una lettura ragionata dell'allocazione delle risorse finanziarie
destinate alla PAC e alle politiche ad essa correlate (Coesione e Pesca), alla luce dell'impianto
programmatorio delineato dalla Commissione europea, che prevede l'unificazione di tali politiche in
un unico fondo europeo e l'adozione di uno strumento di programmazione integrato.

Il documento presenta, inoltre, una serie di spunti preliminari da sottoporre all'attenzione dei decisori
politici, in vista delle prossime fasi negoziali sia in sede di Consiglio Europeo (per il regolamento QFP),
sia in sede di Consiglio dell'Unione europea (per i regolamenti settoriali).

È opportuno sottolineare che, a causa della complessità del quadro regolamentare e del fatto che
alcuni testi, pur essendo stati pubblicati, risultano ancora incompleti e soggetti a revisione, l'analisi
proposta non può ritenersi esaustiva.

Va inoltre precisato che, in attesa dell'esplicitazione dell'obiettivo negoziale nazionale, gli spunti
contenuti nel presente documento si fondano sull'ipotesi che la posizione negoziale del Masaf miri alla
massimizzazione delle risorse PAC destinate all'Italia per il periodo 2028-2034, nonché alla
massimizzazione delle risorse per interventi non PAC (ma comunque a beneficio dell'agricoltura e delle
aree rurali) da intercettare nell'ambito delle risorse complessivamente attribuite all'Italia (si veda il
paragrafo 2.2 per ulteriori dettagli).

Alla luce di queste premesse, il documento deve essere considerato un "documento vivente", soggetto
a possibili aggiornamenti e integrazioni che saranno prodotti nel corso del negoziato, in funzione 
dell'evoluzione del contesto di riferimento. 

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mercoledì 18 febbraio 2026

Politiche locali del cibo e cooperazione allo sviluppo. Il ruolo dei partenariati territoriali


Autori

  • Geri Ciccarella, Beatrice Ferlaino, Marta Mosca,      Tamara Taher, Egidio Dansero



 Il legame tra cooperazione decentrata e politiche alimentari urbane risiede nelle affinità strutturali comuni. Entrambi i settori sono caratterizzati da un approccio multidimensionale e da un forte coinvolgimento multi-attoriale, operando in diversi settori tematici, livelli di governance e scale territoriali.

                             La cooperazione decentrata si sviluppa attraverso reti territoriali tra autorità locali del Nord e del Sud globale e  all’interno  dei  singoli  contesti  territoriali,  coinvolgendo  istituzioni  pubbliche,  organizzazioni  della  società  civile  e attori  privati  (Bottiglieri,  2018).  Analogamente,  le  politiche alimentari urbane si fondano su collaborazioni tra istituzioni, ONG, gruppi comunitari e settore privato, il cui coinvolgimento permette di affrontare la complessità dei sistemi alimentari e di costruire forme di governance inclusive ed efficaci. In questo quadro, iniziative internazionali quali il Milan Urban Food Policy Pact (MUFPP), l’Agenda 2030, la New Urban Agenda e i programmi FAO hanno ampliato in modo significativo il novero  degli  attori  coinvolti  nella  governance alimentare globale,  rafforzando  il  ruolo  delle  città  e  delle  reti  urbane come spazi di interazione tra dimensione locale e globale. Sia le politiche alimentari urbane sia la cooperazione decentrata della Sovranità Alimentare (MASAF). Come dimostra il ruolo svolto dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale  (MAECI)  nella  partecipazione  ai  gruppi  di lavoro del Food Systems Summit e la collaborazione con la FAO,  l’impegno  risulta  maggiormente  evidente  nell’ambito  della cooperazione allo sviluppo, dove la sicurezza alimentare rappresenta  una  priorità  consolidata  della  cooperazione italiana.In  questo  contesto,  la  cooperazione  decentrata  emerge come uno dei principali canali attraverso cui le PLC trovano riconoscimento e sostegno a livello nazionale. Attualmente, l’unico bando pubblico in Italia che esplicitamente menziona le  politiche  alimentari  locali  e  urbane  come  linea  guida  per  le  proposte  è  quello  pubblicato  dall’Agenzia  Italiana per  la  Cooperazione  allo  Sviluppo  (AICS)   destinato  agli  enti locali  (ai sensi dell’art. 25 della legge 125/2014) e alle organizzazioni della società civile e altri enti senza fini di lucro, registrati ai sensi dell’art. 26, comma 3, della stessa legge. Nel bando 2023, l’AICS ha introdotto, per la prima volta, un nuovo  approfondimento  dedicato  alle  politiche  alimentari   devono  essere  intese  come  processi  di  trasformazione di  lungo  periodo,  al  cui  centro  si  collocano  i  partenariati  territoriali come strumenti strategici per affrontare le sfide globali attraverso azioni radicate nel contesto locale (Bini et al., 2017). Le città e i territori italiani sono sempre più coinvolti nello sviluppo delle politiche locali del cibo (d’ora in avanti PLC) e  un  numero  crescente  di  regioni  italiane  sta  aderendo  al  dialogo   in   corso   sull’approccio   delle   politiche   alimentari   locali, in particolare Piemonte, Puglia e Toscana. Tuttavia, le PLC restano prevalentemente strumenti volontari, privi di un quadro nazionale strutturato e di finanziamenti dedicati, se non in relazione a specifici ambiti di intervento (es. ristorazione scolastica,  orti  urbani,  educazione  alimentare,  circuiti  di prossimità territoriale). Un ruolo rilevante è svolto da bandi progettuali a livello europeo e da iniziative promosse da attori filantropici che contribuiscono a sostenere sperimentazioni locali,   come   il   recente   bando   della   Compagnia   di   San   Paolo  riservato  ai  territori  di  Liguria  e  Piemonte.  A  livello  nazionale,  il  tema  non  è  stato  ancora  affrontato  in  modo programmatico   dal   Ministero   delle   Politiche   Agricole   e  locali  all’interno  della  più  ampia  area  tematica  dedicata  allo “sviluppo urbano integrato e sostenibile”, riservata agli enti  locali  come  soggetti  capofila,  segnando  un’evoluzione rilevante nelle strategie italiane di cooperazione allo sviluppo, frutto del confronto e della collaborazione con il Comune di Milano e con il MUFPP. Tra i progetti selezionati dal bando, ne sono stati finanziati quattro che sono dedicati strettamente al  settore  delle  urban  food  policies. In qualità di partner di ricerca, l’Università di Torino partecipa come partner in tre2progetti di cooperazione promossi da enti locali del Piemonte:1. “Balo  Kendo”  di  cui  la  Città  di  Chieri  è  capofila,  in partnership con Conakry in Guinea;2. “Akli  Baladi”  di  cui  la  Città  di  Torino  è  capofila,  in partnership con diversi comuni in Cisgiordania;3.   “RACINeS”  di  cui  la  Città  di  Torino  è  capofila,  in partnership con diversi comuni in Senegal.Questi  progetti  rappresentano  un’occasione  per  riflettere tanto  sulle  PLC  quanto  sulla  cooperazione  decentrata  e  nei  prossimi  tre  anni  permetteranno  all’università  di accompagnare l’implementazione di PLC in contesti diversi, arricchendo  così  l’analisi  dei  sistemi  del  cibo  di  prospettive  diverse.Quadro sintetico dei progettiI  tre progetti  vedono l’università  coinvolta  secondo forme, modalità  e  geometrie  diverse  fra  loro,  pur  lavorando  tutti attorno a questioni connesse con le PLC.Il  progetto  di  Balo  Kendö3  -  Rafforzamento  delle  politiche locali  e  promozione  dell’agricoltura  sostenibile  per  la sicurezza alimentare in Guinea Forestale - si concentra sul rafforzamento  della  pianificazione  locale  riguardo  al  tema del  cibo  e  sul  sostegno  all’agricoltura  sostenibile  in  Guinea  Forestale. Con il Comune di Cuneo come capofila, il progetto coinvolge un articolato partenariato istituzionale, accademico e associativo, sia italiano sia guineano  Tra i partner figurano Comune e la Prefettura di Kissidougou, università e istituti di  ricerca  (UniTo-CISAO,  ISAV  di  Faranah),  organizzazioni della società civile e reti di enti locali nazionali. Il progetto opera  nei  13  comuni  della  prefettura  di  Kissidougou,  in Guinea Forestale, un’area caratterizzata da forte dipendenza dall’agricoltura e da vulnerabilità socio-ambientali accentuate. L’ambito tematico di riferimento riguarda lo sviluppo urbano e territoriale sostenibile, con particolare attenzione alle politiche alimentari  urbane  e  rurali.  L’obiettivo  generale  del  progetto  è migliorare la sicurezza alimentare e rafforzare la resilienza delle comunità agricole ai cambiamenti climatici in Guinea Forestale, mentre l’obiettivo specifico consiste nell’aumento e nella diversificazione della produzione agricola resiliente, attraverso  il  rafforzamento  dei  processi  di  pianificazione locale nei comuni coinvolti. Tale impostazione si articola in tre risultati principali: i) l’attivazione di meccanismi inclusivi e sostenibili di consultazione e co-costruzione a supporto della pianificazione  locale;  ii)  la  creazione  o  l’aggiornamento  dei piani di sviluppo locale, orientati a sistemi agricoli e alimentari sostenibili; iii) il miglioramento delle condizioni di produzione agricola, mediante azioni pilota realizzate in 13 cooperative agricole.L’Università  di  Torino  in  questo  progetto  ha  il  ruolo  di accompagnare  attraverso  un  percorso  di  ricerca-azione partecipativa  in  collaborazione  con  i  partner  locali  e  con l’Università di Faranah, l’aggiornamento dei piani di sviluppo locale  e  il  loro  adattamento  per  rafforzare  le  pratiche politiche  in  favore  della  sicurezza  alimentare.  Si  costruirà un database territoriale, necessario per l’aggiornamento dei piani di sviluppo locale; si organizzeranno formazioni volte a definire e condividere una metodologia di consultazione e co-progettazione volta a rafforzare il coinvolgimento degli attori  locali;  e  si  creeranno  -  o  re-visioneranno  -  i  piani  di  sviluppo locale nei comuni periurbani e rurali della prefettura di Kissidougou. Questo percorso metodologico consente di integrare conoscenze scientifiche e saperi locali, rafforzando la legittimità e l’efficacia delle politiche territoriali. Accanto a queste azioni, l’università accompagnerà il progetto in modo trasversale  nel  definire  la  baseline  del  progetto  stesso  e monitorare gli avanzamenti.L’Università  di  Torino  -  CISAO  svolge  un  ruolo  trasversale sulle tre annualità di progetto articolato nelle fasi seguenti:1ª  fase:    diagnosi  di  base.  Obiettivo:  delineare  lo  stato dell’arte  e  identificare  la  baseline  di  progetto  al  fine  di orientarne le strategie.2ª      fase:      accompagnamento.   Obiettivo:   verificare/dettagliare i dati (approfondimenti quantitativi e qualitativi); accompagnare  l’implementazione  delle  strategie  e  delle attività,  in  particolare  nei  momenti  chiave  del  progetto (workshop, attività di formazione, ecc.). 3ª  fase:  capitalizzazione. Obiettivo: sistematizzare i dati e identificare/valorizzare le buone pratiche.Il progetto di Akli Baladi5 - Politiche alimentari locali per le città palestinesi - vede l’università coinvolta in una veste differente. Con  capofila  la  Città  di  Torino,  il  progetto  lavora  con  le municipalità di Gerico, Betlemme e Beit Jala in Palestina e ha l’obiettivo di rafforzare il ruolo delle città nella governance del cibo. Il partenariato si fonda su una collaborazione multilivello tra  attori  istituzionali  e  non  istituzionali,  valorizzando  il dialogo  tra  competenze  accademiche,  amministrazioni pubbliche e comunità locali. Anche in questo caso l’obiettivo generale del progetto è contribuire alla costruzione di sistemi alimentari urbani sostenibili, inclusivi e resilienti, rafforzando il ruolo delle politiche locali del cibo, declinato nell’obiettivo specifico di rafforzare la governance istituzionale nel settore alimentare delle municipalità palestinesi coinvolte.Le attività dell’Università di Torino nel progetto Akli Baladi si  strutturano  principalmente  attorno  al  rafforzamento delle  competenze  relative  alle  PLC  delle  amministrazioni locali, e del monitoraggio del progetto. La linea di intervento principale  riguarda  la  realizzazione  di  cinque  webinar rivolti alle amministrazioni pubbliche palestinesi e al team dell’Università  di  Betlemme,  con  l’obiettivo  di  orientare  i processi  di  definizione  delle  food  policy.  I  webinar  sono progettati combinando momenti di formazione teorica, curati da  UniTo,  con  sessioni  partecipative,  nelle  quali  il  sistema locale  del  cibo  viene  esplorato  a  partire  dalle  conoscenze, dalle  esperienze  e  dalle  pratiche  degli  attori  coinvolti. Questo  approccio  consente  di  integrare  saperi  accademici e conoscenze locali, favorendo una comprensione condivisa delle  dinamiche  del  sistema  alimentare  e  dei  suoi  principali  nodi  critici.  Infine  UniTo  definirà,  insieme  all’Università  di Betlemme,  uno  studio  di  pre-fattibilità  per  costruire  un una  rete  di  amministrazioni  locali  articolata  e  presente da diversi anni attraverso relazioni che connettono territori italiani  e  senegalesi.  Con  capofila  il  Comune  di  Chieri,  il progetto  vede  il  coinvolgimento  di  altri  7  comuni  italiani  (Asti,  Carmagnola,  Nichelino,  Mappano,  Candiolo,  Poirino, Granozzo  con  Monticello)  e  7  senegalesi  (Città  di  Dakar, i  comuni  di  Loul  Sassène,  Walaldé,  Kafountine,  Ronkh, Tivaouane Peulh, e Coubalan) connessi fra loro attraverso 7 ONG che mantengono i territori in relazione da diversi anni (C.I.F.A. ETS, APDAM – A proposito di altri mondi, CPAS – Comité Pavie  Asti  Sénégal,  ENGIM  Piémont,  NutriAid  International  ETS,  Association  RENKEN,  RE.TE.  ONG).  L’Università  di Torino, attraverso il CISAO è un partner centrale di questa collaborazione,  insieme  al  Ciheam  Bari,  Està  e  Slow  Food Italia  APS.  Questa  rete  multilocale  consente  di  integrare competenze accademiche, capacità istituzionali e conoscenze locali, promuovendo una governance alimentare inclusiva e territorialmente  situata.  L’obiettivo  generale  di  RACINeS  è contribuire a uno sviluppo territoriale sostenibile, inclusivo e resiliente, attraverso il rafforzamento dei sistemi alimentari locali  e  il  miglioramento  delle  strutture  di  governance  del  cibo.  Per  farlo  si  concentra  sulla  governance  e,  come  recita  Food  Metrics  Report  palestinese,  ossia  un  documento  di  analisi  dettagliata  del  sistema  alimentare  locale  volto  ad  accompagnare  le  azioni  di  governance.  Accanto  a  questi momenti formativi, UniTo realizza un webinar specificamente dedicato  al  team  dell’Università  di  Betlemme,  finalizzato alla condivisione degli strumenti e delle modalità operative dell’Atlante  del  Cibo,  il  principale  strumento  di  ricerca  sul  cibo  attraverso  cui  l’ateneo  torinese  opera  sul  territorio  piemontese. Questo momento di confronto è pensato per riflettere congiuntamente su come adattare tali metodologie ai  bisogni  e  ai  meccanismi  di  funzionamento  del  contesto locale palestinese e per co-progettare, insieme all’Università di Betlemme, le giornate di divulgazione scientifica previste nel corso del progetto.Infine, il progetto RACINeS 6-  Réseau  d’actions  coopératives  et inclusives vers de nouvelles politiques alimentaires locales au  Sénégal  -  è  un’iniziativa  di  cooperazione  decentrata che  mira  a  rafforzare  i  sistemi  alimentari  locali  attraverso approcci partecipativi, multilivello e territorialmente radicati. Il progetto coinvolge un ampio partenariato internazionale porterà  alla  mappatura  dei  sistemi  alimentari  locali  e all’identificazione  dei  loro  funzionamenti.  I  metodi  della ricerca-azione  partecipativa  -  adattati  secondo  i  contesti  - saranno  poi  impiegati  per  comprendere  le  problematicità dei sistemi alimentari dal punto di vista delle popolazioni in situazioni di vulnerabilità. Contemporaneamente alla ricerca, le amministrazioni locali di tutti i comuni coinvolti - senegalesi ed italiani - seguiranno dei corsi di formazione capitanati da Ciheam e Slow Food sulle PLC per acquisire competenze sul tema. Le azioni conclusive del progetto metteranno a frutto quelle precedenti e, a partire dalle prospettive emerse con la ricerca-azione partecipativa e con la ricerca di campo sui sistemi alimentari, e dalle elaborazioni delle amministrazioni pubbliche  durante  le  formazioni ad   hoc,   delle   strategie   politiche, delle linee guida o delle PLC saranno implementate nei  vari  comuni  senegalesi,  e  presentate  durante  l’evento  conclusivo.I tre progetti, per quanto costruiti su geometrie differenti, hanno in comune molti punti legati alla costruzione delle PLC e alle pratiche di governance rivolte al sistema del cibo. Fare riferimento a tre contesti diversi permette al gruppo UniTo di riflettere sulle PLC in modo dinamico e di comprendere come l’obiettivo  specifico,  si  prefigge  di  creare  e  consolidare  nei territori senegalesi coinvolti lungo i 3 anni di progetto PLC inclusive,  sostenibili  e  resilienti,  con  particolare  attenzione alle popolazioni in condizioni di vulnerabilità. Nell’ottica della cooperazione decentrata, i territori coinvolti da parte italiana in questi anni si formeranno sulle PLC e, accompagnando i loro  partner  senegalesi,  potranno  aver  accesso  a  strategie,  metodi  e  approcci  per  immaginare  anche  sui  loro  territori  come rafforzare il governo dei sistemi alimentari.L’Università di Torino in questo progetto ha un ruolo centrale: è  responsabile  del  Risultato  1  del  progetto  (“Rafforzare le  competenze  sulle  pratiche  di  governance  riferite  alle PLC  dei  comuni  coinvolti”)  e  per  farlo  combina  ricerca-azione  partecipativa,  formazione  e  azione  territoriale.  In partenariato  con  un  partner  di  ricerca  senegalese  -  ancora  da  identificare  formalmente  -  l’università  porterà  avanti un’azione di analisi dei sistemi alimentari locali nei comuni senegalesi coinvolti, e nel farlo condividerà con l’istituzione di   ricerca   partner   la   metodologia   sviluppata   negli   anni   dall’Atlante del Cibo di Torino per costruire un simile gruppo di ricerca a Dakar e stimolare la relazione fra università e amministrazioni  pubbliche  attorno  alle  PLC.  Quest’analisi questo paradigma si debba adattare diversamente ad ogni realtà  specifica  e  possa  essere  declinato  differentemente secondo priorità, bisogni e necessità riconosciute. Considerazioni finaliLa pluralità dei contesti territoriali entro cui si sviluppano le PLC sollecita una lettura teorica che ne metta in discussione la natura come strumenti trasferibili in modo standardizzato. In una prospettiva di policy mobility, le PLC possono essere interpretate   non   come   modelli   da   replicare,   ma   come   dispositivi che si riformulano nel loro processo di circolazione, adattandosi a priorità, assetti istituzionali e rappresentazioni del sistema del cibo differenti. I contesti locali non si limitano a ricevere le politiche, ma ne rinegoziano significati e funzioni, producendo   configurazioni   eterogenee  che   riflettono modi  diversi  di  concepire  il  rapporto  tra  cibo,  territorio  e  governance.In  questo  quadro,  anche  la  nozione  di  “popolazioni  in situazioni di vulnerabilità” si rivela intrinsecamente situata e relazionale. L’analisi comparata tra contesti potrà evidenziare come la vulnerabilità non costituisca una categoria universale e stabilmente definibile, ma un costrutto che prende forma in  relazione  a  specifiche  condizioni  socioeconomiche, politiche  e  ambientali.  Essa  emerge  dall’interazione  tra accesso alle risorse, posizionamento nei sistemi alimentari, riconoscimento  istituzionale  e  capacità  di  agency  degli attori coinvolti. Tale prospettiva invita a superare approcci essenzializzanti  e  a  considerare  la  vulnerabilità  come  un processo   dinamico,   prodotto   e   riprodotto   all’interno   di   relazioni di potere territorialmente situate.L’approccio della cooperazione decentrata offre un ulteriore livello  di  analisi,  consentendo  di  interrogare  le  modalità attraverso cui le relazioni tra amministrazioni pubbliche - e fra di esse e la società civile - si strutturano nello spazio e nel tempo. Le geometrie della cooperazione non sono date una volta per tutte, ma si configurano come esiti contingenti di traiettorie istituzionali, pratiche di collaborazione e relazioni di  fiducia  costruite  nel  lungo  periodo.  In  questo  senso, la  governance  del  cibo  può  essere  letta  come  un  campo relazionale  multilivello,  nel  quale  gli  assetti  istituzionali  si ridefiniscono attraverso l’interazione tra attori locali, nazionali e  reti  transnazionali  e  seguire  diversi  progetti  di  durata pluriennale  permetterà  anche  di  vedere  come  le  relazioni si strutturano attorno ad azioni specifiche, ma anche come l’implementazione dei progetti sia influenzata da dinamiche relazionali costruite nel tempo.Infine, la riflessione comparata su diversi contesti permette di  problematizzare  l’uso  delle  metodologie  di  ricerca  e di  ricerca-azione  partecipativa,  mettendone  in  luce  la dimensione non neutra e contestuale. L’applicazione di tali metodologie  in  ambienti  differenti  richiede  un  costante lavoro di adattamento e riflessività, volto a costruire quadri metodologici  capaci  di  mantenere  coerenza  analitica  pur nella diversità dei contesti. La ricerca-azione partecipativa si configura così come un processo aperto e situato, nel quale la  produzione  di  conoscenza  emerge  dall’interazione  tra ricercatori e attori locali, e nel quale i metodi stessi diventano oggetto di negoziazione e ridefinizione di paradigmi, chiavi analitiche e prospettive


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