venerdì 27 febbraio 2026

Una valutazione critica del PEI-Agriv

 NinoSutera


  Molte risorse, poca innovazione reale

Il bilancio tracciato dalla Corte dei Conti europea sull’impiego di quasi 1 miliardo di euro destinato all’innovazione agricola tra il 2014 e il 2022 è severo: i progetti finanziati hanno generato risultati modesti, spesso marginali rispetto alle reali esigenze degli agricoltori, e in diversi casi si sono allontanati dall’obiettivo originario, sconfinando in ambiti industriali o di marketing.

Un potenziale non sfruttato

Il Partenariato europeo per l’innovazione in agricoltura (PEI-Agri) nasceva con un intento ambizioso: favorire la collaborazione tra agricoltori, ricercatori, consulenti e imprese per sviluppare soluzioni innovative capaci di migliorare produttività e sostenibilità.
Nonostante oltre 4.000 progetti finanziati, la Corte rileva che:

  • l’innovazione raramente è stata un criterio decisivo nella selezione dei progetti;
  • il coinvolgimento degli agricoltori è stato scarso e spesso formale;
  • molte iniziative non hanno prodotto innovazioni adottabili su larga scala.

Il giudizio è sintetizzato con chiarezza dal responsabile dell’audit, João Leão: gli strumenti messi in campo non hanno utilizzato al meglio le risorse, né hanno intercettato i bisogni concreti delle aziende agricole.





Le criticità emerse: selezione debole, scarsa adozione, poca agricoltura

1. Progetti poco agricoli

Quasi un terzo dei progetti analizzati presentava un legame tenue con l’agricoltura.
Alcuni esempi citati:

  • in Polonia, un progetto sulla produzione industriale di burro con impatto minimo sui produttori locali;
  • in Spagna, un’iniziativa finalizzata a migliorare il brand di una catena di supermercati, senza ricadute agricole significative.

Questi casi mostrano una deriva verso attività di trasformazione industriale o marketing, lontane dal mandato originario del PEI-Agri.

2. Innovazioni poco utili o troppo di nicchia

Oltre la metà dei progetti non ha generato innovazioni realmente utili o trasferibili.
Molti interventi:

  • non hanno prodotto effetti concreti;
  • rispondevano a esigenze troppo specifiche;
  • hanno beneficiato singoli soggetti più che il settore nel suo complesso.

3. Scarsa diffusione dei risultati

La Corte sottolinea una mancata strategia di divulgazione: solo la metà dei progetti ha condiviso le conoscenze prodotte, e solo 6 su 18 tra quelli considerati “utili” hanno portato a innovazioni adottate su larga scala.

4. Nessuna sinergia con i fondi di ricerca

Un dato particolarmente critico: nessuno dei 70 progetti esaminati ha utilizzato risorse del programma Orizzonte 2020, nonostante fossero disponibili 1,5 miliardi di euro per ricerca agricola e forestale.
La mancanza di integrazione tra fondi agricoli e fondi di ricerca ha limitato la qualità scientifica e l’impatto delle innovazioni.


Dove l’innovazione funziona: il caso virtuoso del riso a secco in Spagna

Tra le poche esperienze positive, la Corte cita la sperimentazione delle tecniche di semina a secco del riso in Spagna.
Il successo del progetto è attribuito a un fattore chiave: il coinvolgimento diretto e continuo degli agricoltori, che ha permesso di:

  • adattare la sperimentazione alle condizioni reali;
  • validare rapidamente i risultati;
  • estendere la pratica all’intera area agricola.

Questo caso conferma che l’innovazione agricola funziona quando nasce dalle esigenze del campo e non da logiche top-down.


Una lettura critica complessiva

Il quadro delineato dalla Corte dei Conti UE evidenzia un problema strutturale: l’innovazione agricola non può essere progettata senza gli agricoltori.
Il PEI-Agri, pur dotato di risorse ingenti e di un impianto teorico avanzato, ha sofferto di:

  • eccessiva burocratizzazione;
  • scarsa capacità di valutare il reale potenziale innovativo;
  • deriva verso progetti non agricoli;
  • assenza di integrazione con la ricerca scientifica europea.

In sintesi, il programma ha finanziato molte iniziative, ma ha prodotto poche innovazioni trasformative.
Il rischio è che l’innovazione diventi un’etichetta formale, più che un processo reale di cambiamento.


 

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