lunedì 26 gennaio 2026

Mangiare Bene, gestire meglio

 

Webinar: Mangiare bene, gestire meglio

Sostenibilità, controllo e partecipazione nelle mense universitarie (e non solo)

Le mense universitarie rappresentano un osservatorio privilegiato per comprendere come la transizione ecologica possa diventare una pratica quotidiana, concreta e misurabile. Attraverso il cibo, infatti, è possibile incidere su ambiente, salute, qualità del servizio e partecipazione delle comunità.

È a partire da questa consapevolezza che nasce il webinar del 3 febbraio “Mangiare bene, gestire meglio: sostenibilità, controllo e partecipazione nelle mense universitarie (e non solo)”, in programma il 3 febbraio, promosso dal Tavolo Mense Scolastiche della Rete Politiche Locali del Cibo, in collaborazione con Foodinsider.

La mensa come leva di transizione ecologica

La transizione ecologica passa anche – e soprattutto – dai piatti che ogni giorno vengono serviti nelle mense pubbliche. Ridurre l’impatto ambientale del servizio significa proporre menù a basso impatto, che privilegino alimenti vegetali, stagionali e sostenibili, ma anche ridurre gli sprechi e i rifiuti, ripensando porzioni, ricette e filiere. Questo si realizza integrando criteri ambientali e sociali nella progettazione e nella gestione del servizio sia universitario ma anche all’interno delle mense scolastiche con alcuni distiunguo che dipendono dal tipo di utenti e servizio.

Ma sostenibilità non significa rinunciare al gusto. Al contrario, educare il palato è una delle sfide centrali della ristorazione pubblica: ricette buone, sane e sostenibili sono possibili grazie a una formazione adeguata dei cuochi, a una selezione attenta delle materie prime e a un lavoro coerente sui menù.

Controllo, trasparenza e nuove opportunità di gestione

Un altro tema centrale del webinar riguarda il controllo del servizio e il ruolo delle gare d’appalto, che rappresentano uno strumento decisivo per orientare le mense verso modelli più sostenibili. L’applicazione delle linee guida per la mensa universitaria sostenibile, insieme a strumenti di monitoraggio efficaci, consente di garantire qualità e coerenza tra progetto e servizio erogato, semplificandone la gestione, e di rendere il sistema più trasparente e, soprattutto, verificabile. In questo contesto emergono anche nuove opportunità organizzative, capaci di rendere la gestione più efficace e di utilizzare strumenti di controllo più efficienti sia per la mensa universitaria che scolstica.

Partecipazione e comunità: il ruolo della Green Food Week

La sostenibilità delle mense non può prescindere dalla partecipazione degli utenti. In questa prospettiva, la Green Food Week rappresenta un’esperienza significativa: un evento che coinvolge mense pubbliche e private e che diventa occasione per fare informazione, formazione e sensibilizzazione sui temi della salute e dell’ambiente. La Green Food Week è anche un momento per fare comunità, riscoprendo il piacere del gusto e la consapevolezza che il cibo è una scelta quotidiana che ha effetti collettivi. Introdurremo questo tema anticipando lo sviluppo della Green Food Week 2026.

I relatori

Il webinar del 3 febbraio vedrà la partecipazione di esperti e rappresentanti di realtà impegnate sul fronte delle mense universitarie e delle politiche del cibo:

  • Intervento di apertura di ANDISU

  • Luigi Vella, DSU Toscana

  • Roberto Aimi, EDISU Pavia

  • Valentina Taglietti, Essere Animali

  • Aurora Cavallo e Angelo Salento, RUS – Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile

La discussione sarà moderata da Claudia Paltrinieri, Foodinsider.

Informazioni e iscrizioni

📅 Data: 3 febbraio
📍 Modalità: webinar online
📝 Iscrizione gratuita al link:
👉 https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSdVNFMHxdNrATtDPjIn4kdWWmQsk4yCPMtKWM6lMBhnAGKQMQ/viewform?usp=header

giovedì 15 gennaio 2026

Accordo UE‑Mercosur vantaggioso? ... si, ma non per tutti!

 

 Il Nord ha poco da lamentarsi

L’Italia – pur avendo oltre 840 prodotti DOP/IGP/STG e vini DOCG/DOC/IGT – vede tutelate solo 57 IG nell’Accordo UE‑Mercosur, lasciando fuori circa il 93% del totale.



Come scrive Coapi, coordinamento agricoltori e pescatori italiani,
𝐍𝐎𝐍 𝐂’𝐄̀ 𝐒𝐎𝐋𝐎 𝐈𝐋 𝐌𝐄𝐑𝐂𝐎𝐒𝐔𝐑 ⚠️
L’agenda di 𝐁𝐫𝐮𝐱𝐞𝐥𝐥𝐞𝐬 è fitta di accordi commerciali che mettono a rischio l’agricoltura italiana ed europea. Ecco cosa sta arrivando:
🔴 𝟏️⃣ 𝐌𝐀𝐆𝐇𝐑𝐄𝐁 – 𝐌𝐚𝐫𝐨𝐜𝐜𝐨, 𝐓𝐮𝐧𝐢𝐬𝐢𝐚, 𝐄𝐠𝐢𝐭𝐭𝐨
A ottobre 2025 è stato siglato un emendamento all’accordo agricolo UE che conferma 𝐭𝐚𝐫𝐢𝐟𝐟𝐞 𝐚𝐠𝐞𝐯𝐨𝐥𝐚𝐭𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐨𝐭𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐒𝐚𝐡𝐚𝐫𝐚 𝐎𝐜𝐜𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐞.
👉 Risultato: 𝐢𝐧𝐯𝐚𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐩𝐨𝐦𝐨𝐝𝐨𝐫𝐢, 𝐟𝐫𝐮𝐭𝐭𝐚 𝐞 𝐨𝐥𝐢𝐨 𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐳𝐳𝐢 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚𝐭𝐢, prodotti con regole che da noi sarebbero vietate.
🔴 𝟐️⃣ 𝐌𝐄𝐒𝐒𝐈𝐂𝐎 – 𝐅𝐢𝐫𝐦𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐟𝐞𝐛𝐛𝐫𝐚𝐢𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟔
L’accordo è già pronto e verrà firmato a Città del Messico. Ancora una volta si usa lo “𝐬𝐩𝐥𝐢𝐭” per accelerare ed evitare veri controlli democratici.
👉 Quasi tutti i dazi eliminati: 𝐜𝐚𝐫𝐧𝐞 𝐛𝐨𝐯𝐢𝐧𝐚, 𝐩𝐨𝐥𝐥𝐚𝐦𝐞 𝐞 𝐳𝐮𝐜𝐜𝐡𝐞𝐫𝐨 entreranno senza freni nel mercato europeo.
🔴 𝟑️⃣ 𝐈𝐍𝐃𝐈𝐀 – 𝐎𝐛𝐢𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐟𝐢𝐧𝐞 𝐠𝐞𝐧𝐧𝐚𝐢𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟔
È la priorità della Commissione UE per contrastare la Cina. L’India è un colosso di 𝐫𝐢𝐬𝐨 𝐞 𝐜𝐞𝐫𝐞𝐚𝐥𝐢.
⚠️ Punto critico: Nuova Delhi 𝐧𝐨𝐧 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞 𝐃𝐎𝐏 𝐞 𝐈𝐆𝐏, ma pretende libero accesso per il riso Basmati. L’agricoltura italiana rischia di essere il 𝐩𝐫𝐞𝐳𝐳𝐨 𝐝𝐚 𝐩𝐚𝐠𝐚𝐫𝐞 per un’alleanza geopolitica.
🔴 𝟒️⃣ 𝐀𝐔𝐒𝐓𝐑𝐀𝐋𝐈𝐀 – 𝐍𝐞𝐠𝐨𝐳𝐢𝐚𝐭𝐢 𝐢𝐧 𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨
Si tenta di chiudere dopo i blocchi degli anni scorsi. In gioco 𝐜𝐚𝐫𝐧𝐞 𝐞 𝐥𝐚𝐭𝐭𝐞, prodotti con costi bassissimi grazie a pascoli enormi e regole molto meno stringenti delle nostre.
📌 𝐈𝐋 𝐌𝐄𝐂𝐂𝐀𝐍𝐈𝐒𝐌𝐎 𝐄̀ 𝐒𝐄𝐌𝐏𝐑𝐄 𝐋𝐎 𝐒𝐓𝐄𝐒𝐒𝐎
➡️ Si firma a livello europeo, 𝐬𝐚𝐥𝐭𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢 𝐏𝐚𝐫𝐥𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢.
➡️ Si concedono 𝐝𝐞𝐫𝐨𝐠𝐡𝐞 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨𝐫𝐚𝐧𝐞𝐞 per “abituarsi”.



UE Mercosur

L’Unione Europea ha approvato l’accordo di libero scambio con il Mercosur, il più grande blocco economico del Sud America., Ma che cos’è davvero il Mercosur?, E soprattutto: cosa cambia concretamente ..





Perché solo 57 IG italiane sono tutelate nell’accordo UE‑Mercosur?

1. La logica negoziale dell’UE: tutela solo delle IG “più esposte” e “più imitabili”

Le fonti ufficiali indicano che l’accordo UE‑Mercosur protegge più di 340 IG europee, di cui 57 italiane.
Questa selezione non è proporzionale al numero totale di IG di ciascun Paese, ma risponde a criteri negoziali:

Criteri principali usati dall’UE per scegliere le IG da tutelare

  • Rischio di imitazione nei Paesi Mercosur (es. “Parmesan”, “Grana”, “Prosecco”).
  • Valore economico e export potenziale (Parmigiano Reggiano, Prosciutto di Parma, Barolo, Franciacorta, Aceto Balsamico di Modena).
  • Presenza di conflitti commerciali preesistenti (es. uso improprio di nomi italiani in Brasile e Argentina).
  • Interesse strategico dell’UE a chiudere il negoziato, che ha richiesto oltre 20 anni.

In altre parole: non si tutelano tutte le IG, ma solo quelle che hanno un reale mercato o rischio di contraffazione nel Mercosur.


2. La controparte Mercosur ha posto limiti politici e commerciali

I Paesi Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay) hanno:

  • forti lobby agroalimentari interne, spesso ostili alla protezione delle IG europee.
  • produzioni locali che usano nomi “italian sounding” da decenni, come “Parmesão”, “Mortadela Bologna”, “Provolone”, “Grana”, “Chianti” (imitazioni diffuse soprattutto in Brasile).
  • resistenze a riconoscere IG che potrebbero danneggiare produttori locali.

Per questo hanno accettato solo un numero limitato di IG europee, e solo quelle considerate “non negoziabili” dall’UE.


3. L’Italia ha chiesto più tutele, ma ha ottenuto solo garanzie parziali

Il governo italiano ha sostenuto l’accordo solo dopo aver ottenuto clausole di salvaguardia rafforzate per alcune filiere sensibili.

Tuttavia:

  • non ha ottenuto l’inclusione di tutte le IG, perché ciò avrebbe bloccato il negoziato.
  • L’UE ha privilegiato settori industriali (automotive, macchinari, chimica, farmaceutica) che beneficiano maggiormente dell’accordo.
  • Le IG sono state una moneta di scambio: poche, ma “di punta”.

4. Molte IG italiane hanno scarso interesse commerciale nel Mercosur

Una parte significativa delle oltre 840 IG italiane:

  • ha produzioni molto piccole,
  • è destinata quasi interamente al mercato interno,
  • non ha presenza significativa in Sud America,
  • non è soggetta a imitazioni.

Per l’UE, includerle avrebbe comportato costi negoziali senza benefici reali.


5. Il Mercosur non accetta la tutela di IG che considera “nomi generici”

Esempi tipici:

  • “Mozzarella”
  • “Ricotta”
  • “Provolone”
  • “Mortadella”
  • “Grana”

Molti di questi nomi sono usati da decenni come categorie merceologiche in Brasile e Argentina.
Il Mercosur ha accettato solo le IG con forte specificità territoriale, come:

  • Parmigiano Reggiano
  • Prosciutto di Parma
  • Mozzarella di Bufala Campana
  • Aceto Balsamico di Modena
  • Barolo, Chianti Classico, Franciacorta

6. L’UE ha privilegiato la “profondità” della tutela, non la “quantità”

Le 57 IG italiane incluse godono di:

  • divieto assoluto di imitazione nei Paesi Mercosur
  • protezione contro evocazioni e traduzioni
  • tutela anche contro packaging e simboli ingannevoli

È una tutela molto forte, ma concessa solo a un numero ristretto di prodotti.


7. Il peso politico dell’Italia nel negoziato è stato limitato

Nonostante l’Italia sia il Paese con più IG al mondo:

  • il negoziato è stato guidato dalla Commissione Europea, non dai singoli Stati.
  • altri Stati membri (Germania, Spagna, Paesi Bassi) avevano priorità diverse, soprattutto industriali.
  • l’Italia è arrivata tardi a contestare l’accordo, quando la lista delle IG era già definita.

Sintesi critica

L’Italia ha oltre 840 IG, ma solo 57 sono tutelate nell’accordo UE‑Mercosur perché:

  1. L’UE ha selezionato solo le IG più esposte a imitazioni e con maggiore valore commerciale.
  2. Il Mercosur ha accettato un numero limitato di IG per proteggere le proprie industrie alimentari.
  3. Molte IG italiane non hanno mercato o rischi reali in Sud America.
  4. L’Italia non ha avuto la forza politica per imporre una lista più ampia.
  5. Le IG sono state usate come moneta di scambio per ottenere vantaggi industriali in altri settori.

Pianificando la risposta strutturata

L'utente vuole una risposta ben strutturata, quindi devo organizzare le informazioni in sezioni ordinate. Prima, devo includere un quadro numerico, poi spiegare la logica dell'UE, la posizione del Mercosur, la selezione italiana, le criticità politiche e infine le prospettive. Potrei anche aggiungere una tabella con i numeri, come richiesto. Devo fare attenzione a mantenere tutto conciso ma chiaro, utilizzando le citazioni già disponibili per supportare ogni sezione. Ok, ora mi metto al lavoro! Perfetto, andiamo per gradi e con struttura rigorosa.


Quadro numerico essenziale

Voce

Dato

IG europee tutelate in UE–Mercosur

340–347 circa

IG italiane tutelate

57–58 (26 food, 31 vini, 1 spirito)

Totale IG italiane registrate (DOP/IGP/STG + DOCG/DOC/IGT)

Oltre 840

Quota IG italiane escluse

≈ 93%

Fonti: Il Sole 24 Ore


1. Come nasce il “numero 57”: la logica selettiva UE

Fatto chiave: l’accordo UE–Mercosur non nasce per “coprire tutto il catalogo” delle IG, ma per blindare un nucleo di prodotti ad alta esposizione commerciale e ad alto rischio di imitazione.

  • Selezione europea: l’accordo protegge circa 340–347 IG europee, di cui 57–58 italiane, con un nucleo di “campioni” come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Prosciutto di Parma, Prosecco, Mozzarella di Bufala Campana, Aceto Balsamico di Modena, Barolo, Chianti Classico, Franciacorta.
  • Criterio di fondo: priorità a prodotti:
    • già imitati o evocati (Parmesan, Provolone, Mortadela tipo Bologna, ecc.),
    • con valore export elevato e forte riconoscibilità,
    • al centro di contenziosi o usi impropri nei Paesi Mercosur.

In termini di politica commerciale, l’UE ha operato una selezione strategica, non una tutela “universale”: si protegge ciò che è “in gioco” nel mercato sudamericano, non ciò che esiste solo sulla carta o nel mercato interno.


2. Il ruolo (decisivo) della controparte Mercosur

I Paesi Mercosur non sono semplici destinatari passivi della lista UE: sono co‑negoziatori con interessi propri.

  • Resistenze interne: Brasile, Argentina e gli altri partner hanno filiere agroalimentari che da decenni usano nomi di stile europeo come categorie generiche (Parmesão, Provolone, Mortadela, ecc.).
  • Linee rosse politiche: riconoscere come IG troppe denominazioni europee avrebbe significato:
    • mettere in crisi produttori locali,
    • rinominare prodotti consolidati,
    • affrontare costi politici interni elevati.

Risultato: il Mercosur accetta un numero limitato di IG, e solo quelle che l’UE considera “non negoziabili”. Le altre vengono sacrificate per non far saltare l’accordo complessivo.


3. La posizione italiana dentro il negoziato UE

L’Italia è il Paese con più IG al mondo, ma non negozia direttamente: lo fa la Commissione europea.

  • Peso italiano: il via libera italiano all’accordo è arrivato dopo l’inserimento di garanzie e clausole di salvaguardia per alcuni settori sensibili, come ricordato dalla Farnesina e da Origin Italia.
  • Gerarchia delle priorità UE: nella trattativa complessiva, l’UE ha dato grande peso a:
    • accesso ai mercati per industria, automotive, macchinari, chimica,
    • apertura degli appalti, servizi, standard.
      Le IG sono state una moneta di scambio importante ma non esclusiva.

In pratica: l’Italia ha ottenuto la tutela dei “big” della Dop economy, ma non ha avuto la forza (o lo spazio politico) per imporre la copertura dell’intero patrimonio di oltre 840 denominazioni.


4. Perché il 93% delle IG italiane resta fuori

Qui entra la parte più critica.

4.1. Scarso interesse commerciale di molte IG nel Mercosur

Una quota rilevante delle IG italiane:

  • ha produzioni limitate, spesso di nicchia territoriale;
  • è destinata quasi interamente al mercato interno o europeo;
  • non è oggetto di imitazioni o evocazioni in Sud America.

Dal punto di vista UE, includerle avrebbe significato spendere capitale negoziale per prodotti che non generano né rischio né opportunità rilevanti in quell’area.

4.2. La questione dei “nomi generici”

Per il Mercosur, molti termini di origine italiana sono ormai nomi generici di categoria, non indicazioni geografiche:

  • mozzarella, ricotta, provolone, mortadella, grana, ecc.

L’accordo UE–Mercosur prevede anche eccezioni e diritti acquisiti per alcuni utilizzatori preesistenti e per nomi considerati generici, con meccanismi di phase‑out o uso limitato.
Questo restringe ulteriormente lo spazio per ampliare la lista delle IG italiane tutelate.


5. Profondità della tutela vs ampiezza della lista

Un punto spesso sottovalutato: l’accordo non si limita a “riconoscere il nome”, ma introduce una tutela molto intensa per le IG inserite:

  • divieto di imitazione e di traduzione fuorviante,
  • divieto di evocazione tramite immagini, simboli, riferimenti geografici,
  • limiti all’uso di etichette che possano richiamare la IG protetta.

Questa profondità della protezione ha un costo politico e giuridico per i Paesi Mercosur.
Per questo, la lista è corta: meglio poche IG, ma con tutela forte, che una lista sterminata ma annacquata.


6. Lettura critica complessiva

Mettiamo insieme i pezzi:

  1. Asimmetria tra patrimonio e tutela: l’Italia ha costruito nel tempo un patrimonio di oltre 840 IG, ma il diritto internazionale commerciale non garantisce automaticamente che ogni IG nazionale venga riconosciuta in ogni accordo.
  2. Centralità della Commissione UE: la negoziazione è stata guidata da logiche di equilibrio complessivo (industria, servizi, agricoltura), non da una massimizzazione della tutela di tutte le IG italiane.
  3. Selezione “elitista” delle IG: si è scelto di proteggere i “campioni” della Dop economy (26 food, 31 vini, 1 spirito) che valgono miliardi di euro e sono già presenti o imitati nel Mercosur.
  4. Resistenze del Mercosur: i partner sudamericani hanno accettato solo un numero limitato di IG, rifiutando di trasformare in IG nomi che per loro sono generici.
  5. Uso delle IG come leva negoziale: le IG sono state una delle tante poste del negoziato; molte denominazioni minori sono state sacrificate per ottenere concessioni in altri settori.

 

Fonti utilizzate

  • Italia a Tavola: tutela di 57 IG italiane nell’accordo UE‑Mercosur
  • ANSA: dichiarazioni della Farnesina e clausole di salvaguardia
  • Il Sole 24 Ore: lista delle 57 IG e logica negoziale
  • Quotidiano.net: quadro generale dell’accordo e delle IG tutelate
  • Farnesina – Ministero degli Esteri: comunicato ufficiale sull’accordo
  • Agrapress: elenco e principi di tutela delle IG italiane

mercoledì 7 gennaio 2026

Il futuro delle politiche del cibo è nei sistemi alimentari locali resiliente e sostenibile

 


Il sistema alimentare industriale globale, che si basa sull'agricoltura industriale, sulle catene di approvvigionamento/valore globali e sulla supermercatizzazione della vendita al dettaglio, non riesce a garantire il diritto al cibo per tutti nel mondo. 
Contribuisce inoltre a sfide significative come l'accelerazione del cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, la scarsità d'acqua, il degrado del suolo, la deforestazione, l'esaurimento delle risorse e il deterioramento della salute pubblica. Inoltre, questo sistema aggrava le disuguaglianze economiche e non garantisce l'accesso al mercato e mezzi di sussistenza equi ai piccoli agricoltori familiari. 
La crisi alimentare globale evidenzia la necessità di trasformare i sistemi alimentari come risposta strategica per rafforzare la resilienza, migliorare la nutrizione e raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile.
  Il Summit delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari per avviare una trasformazione nel modo in cui il mondo produce, consuma e pensa al cibo, inteso come un passo cruciale verso un futuro ecosostenibile    Il ruolo che i sistemi alimentari e le catene di approvvigionamento rilocalizzati possono svolgere in questa trasformazione, passando da un “cibo dal nulla” a un “cibo "da qualche parte", sta ricevendo crescente attenzione nei dibattiti politici internazionali, soprattutto alla luce delle recenti crisi innescate dalla pandemia di COVID-19 e dal conflitto tra Russia e Ucraina. 
La rilocalizzazione dei sistemi alimentari si pone come una risposta critica al modello alimentare industriale globale dominante, caratterizzato da processi di massificazione, integrazione verticale, standardizzazione, distanziamento e deterritorializzazione. 
Al contrario, il movimento verso la rilocalizzazione richiede un cambiamento fondamentale di prospettiva, dando priorità ai piccoli agricoltori e ai produttori alimentari locali, custodi della biodiversità agricola e delle conoscenze locali. Questo approccio si concentra sul miglioramento della qualità del cibo e sulla promozione della sostenibilità ambientale, incoraggiando l'uso di colture locali diversificate e metodi di coltivazione sostenibili. Mira a ridurre al minimo la distanza fisica accorciando le catene di approvvigionamento, nonché a ridurre la distanza sociale ed economica promuovendo relazioni dirette e trasparenti tra produttori e consumatori. Queste relazioni dirette non solo aiutano i produttori a ottenere un giusto compenso, promuovendo l'equità economica, ma migliorano anche la giustizia sociale rendendo il cibo fresco e nutriente più accessibile e trasparente per le comunità locali. In definitiva, la rilocalizzazione promuove un'alimentazione più resiliente, etica ed ecologicamente corretta. sistema radicato nel luogo e nella comunità.

 

I “3 Re” del  la rilocalizzazione dei sistemi alimentari sono:

 

 

Ri-spaziatura

si riferisce ai processi di   trasformazione del settore agroalimentare guidati dalla crescente domanda di prodotti di provenienza locale, l

a cui maggiore   qualità è attribuita al loro legame con il  territorio e sostenuta da   politiche che hanno istituzionalizzato questo valore

(ad esempio, certificazioni DOP e IGP, alimenti tradizionali, prodotti identitari    ecc.).

 

Riconnessione

comporta la riorganizzazione locale delle varie componenti del sistema alimentare, spesso incentrata su

catene di approvvigionamento in cui  la distanza fisica/geografica è locale e il rapporto tra produttore e

consumatore è diretto (ad esempio  SPG (gruppi di acquisto solidale, agricoltura sostenuta

 

dalla comunità, cooperative diacquisto, mercati agricoli, vendita diretta, negozi collettivi, ecc.).

 

Ridimensionamento

si concentra sulla  governance alimentare territoriale e sui processi di

 

decentramento nelle politiche e nella governance alimentare (ad esempio, decentramento delle politiche agricole,

 politiche di  sviluppo rurale e LEADER, distretti rurali, cibo/ distretti agroalimentari biologici,

comunità alimentari, politiche alimentari   urbane e locali, consiglio per le politiche alimentari, Projets Alimentaires Territoriaux, ecc.).

 

 

 

 

Dieta o diaita?

                           NinoSutera

  Dieta Mediterranea: 15 Anni di Patrimonio Culturale dall’UNESCO

Il 16 novembre 2010, un evento significativo ha avuto luogo a Nairobi, in Kenya, dove la dieta mediterranea è stata ufficialmente riconosciuta come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO. Questo riconoscimento ha posto sotto i riflettori un modello alimentare che non solo rappresenta la gastronomia italiana, ma incarna un vero e proprio stile di vita che promuove la salute e il benessere.

 


 Un patrimonio da custodire

Nonostante la sua fama mondiale, la dieta mediterranea è minacciata da un fenomeno preoccupante: in Italia, dove è nata, c’è un crescente allontanamento dai suoi principi. L’espansione dei fast food e l’aumento dei costi dei prodotti freschi hanno portato a scelte alimentari poco salutari, come dimostrano i tassi crescenti di obesità, malattie cardiovascolari e diabete. Queste problematiche rappresentano una vera e propria emergenza sociale e sanitaria, in particolare per le fasce più vulnerabili della popolazione.

Verso un futuro sostenibile

Il cammino verso una maggiore consapevolezza sulla dieta mediterranea è già avviato, come dimostra anche il riconoscimento della cucina italiana, previsto per il 10 dicembre. Questo ulteriore traguardo rafforzerà il legame tra la cucina e la dieta mediterranea, offrendo nuove opportunità per valorizzare i prodotti tipici e tutelare i produttori da imitazioni e contraffazioni.

    Il termine dieta viene comunemente associato ad un regime alimentare, di solito privativo e restrittivo, volto a perdere peso. Sarebbe importante invece riportare il termine dieta al suo significato semantico, ossia al termine greco "diaita" che tradotto vuol dire stile di vita, in questo modo forse si riuscirebbe a vedere la dieta non più come qualcosa di negativo ma come la giusta alimentazione, o meglio ancora il giusto stile di vita che si dovrebbe seguire per godere di una buona salute e di una buona forma fisica. Certo è innegabile che in alcuni casi particolari può essere necessario seguire per un certo periodo una dieta dimagrante, ma è certo che se tutti imparassimo a seguire una dieta sana con maggior consapevolezza e costanza non sarebbe necessario stressare continuamente l'organismo con periodi di abbuffate e periodi di restrizione perchè attraverso una dieta variata ed equilibrata e mantenendo il corpo sano e reattivo è molto più facile mantenere la linea senza troppi sacrifici

Lo“stile di vita mediterraneo”   ha radici antiche, nel modello storico della “civiltà classica” che si contrappone alla“civiltà barbarica”; stimolante perché si è evidenziato come questo modello abbia generato, nei secoli, uno stile di vita che ha arricchito la storia mondiale di conoscenze e di arte.  Cosa c’entra la “dieta mediterranea” con ciò? Noi siamo quello che mangiamo, la dieta mediterranea alimenta gli individui non solo di cibi semplici e sani ma anche di valori legati al territorio, alla convivialità,all’ambiente. È una “diaita”, una scelta, una disciplina di vita è la pratica di un’arte: il “savoir faire” basato sulle conoscenze e sulle tradizioni che spaziano dal paesaggio alla tavola attraverso saperi, sapori e odori che si ritrovano nei luoghi, negli uliveti come nei mercati, nelle piazze e nei luoghi di incontro gastronomici e personali, dove si sono sedimentate culture e tradizioni di tutto il bacino del Mediterraneo.Il Mediterraneo, questo mare che ha ispirato e cullato grandi poeti,artisti, filosofi, maestri di vita, a cui gli americani attribuiscono la responsabilità di “dividere” l’occidente dall’oriente, in realtà “unisce” in una vasta regione grandi paesi che condividono i frutti del modello del sano vivere, il cuore di una cultura che si è diffusa in tutto il mondo. Tutti concordi sul fatto che l’obesità sia una pandemia che riflette profondi cambiamenti culturali avvenuti nella nostra società, questi cambiamenti hanno creato un ambiente che promuove uno stile di vita sedentario e il consumo di alimenti ad alta densità energetica e ricchi di grassi, spesso idrogenati. Le nostre regioni del sud sono state la culla della “dieta mediterranea”,oggi sono le regioni in cui l’obesità infantile è più diffusa: 36% contro il 16%di Lombardia, veneto e Piemonte. Si sono allontanate dal modello mediterraneo per aderire ad un modello americano. Gli ultimi 40/50 anni sono trascorsi all’insegna della promozione di uno stile di vita improntato al modello americano, mentre gli americani erano impegnati a copiarci il nostro stile di vita: nel 1958 Ancel Keys cominciò a studiare lo stile di vita culturale e alimentare che consentiva alle nostre popolazioni di vivere meglio, più a lungo. Fece conoscere la “dieta mediterranea” e la diffuse come lo strumento più idoneo per vivere sani. Il TIME dedicò una copertina a lui e alla sua scoperta, la dieta mediterranea, la NOSTRA “diaita”, il nostro stile di vita: i nostri magazine pubblicano altro sulle loro copertine … Eppure se la merita, la copertina, la nostra dieta mediterranea: produce un miglioramento del 10% nelle malattie cardiovascolari, un miglioramento del 6%nelle malattie oncologiche, un miglioramento del 13% nelle malattie neurovegetative, riduce dell’8% la mortalità, nel 2010 è stata proclamata patrimonio culturale dell’umanità. Se pensiamo che ogni anno le cure mediche per obesità e patologie conseguenti, costano al nostro paese 28miliardi dieuro!!!! (per ospedalizzazione il 64%, per diagnostica il 12%, per farmaci il7%, per visite  il 6%, per altro l’11%) eche 2/3 di tutti i decessi sono dovuti a patologie inerenti la nutrizione. Essendo uno stile di vita, una cultura, la dieta mediterranea non può essere praticata se non come fatto culturale legato al luogo, i nostri territori sono parte integrante della “diaita”, con la loro storia e la filosofia di vita che hanno ispirato.  Gli elementi fondamentali sono rappresentati da una triade + 1: Olio Extra Vergine di Oliva,Vegetali, Cereali, + vino.  Premessa fondamentale: si parla di alimenti da produzioni artigianali, che rispettano i valori nutrizionali attraverso pratiche di coltivazione e lavorazione “gentili”; i nostri avi non utilizzavano mezzi meccanici, la coltivazione e la lavorazione delle materie prime è ingrediente culturale della“diaita”.  Caratteristica tipica è il rispetto della stagionalità e della conservazione naturale (sotto sale e sott’olio) dei prodotti: l’inverno ha le sue verdure che non sono pomodori e peperoni, come d’estate non sono i cavoli ei carciofi. Il rispetto della stagionalità garantisce l’apporto delle vitamine nelle forme più adatte al nostro fisico nel periodo determinato (es.: la vitamina C così come è presente nei pomodori fa bene d’estate, d’inverno la vitamina C è da assumere nella forma offerta dagli agrumi).

 

I pesticidi: vietati nei campi europei, esportati nel resto del mondo


La promessa mancata  

Dopo la prima inchiesta del 2018, la Commissione europea aveva promesso di intervenire, assicurando che le sostanze vietate non sarebbero più state prodotte per l’export. Un impegno rimasto lettera morta.

Nel frattempo è arrivato il Green Deal europeo,   oggi fortemente ridimensionato   dalle lobby  della chimica e dai tanti "utili....."

 La Commissione   deve rispettare le proprie promesse e introdurre un divieto a livello Ue. È scandaloso che i profitti dell’industria chimica continuino a prevalere sulla salute delle persone e sull’ambiente e del prossimo.


 


         Negli ultimi sette anni l’Unione Europea, nonostante gli impegni dichiarati, ha continuato a esportare pesticidi considerati pericolosi per la salute e l’ambiente e per questo banditi dalle coltivazioni interne. A rivelarlo è una nuova inchiesta condotta da Unearthed, l’unità investigativa di Greenpeace, insieme a Public Eye.

I dati parlano chiaro: nel 2024 Bruxelles ha autorizzato l’export di pesticidi contenenti 75 sostanze vietate, quasi il doppio delle 41 individuate nel 2018. Un aumento possibile grazie a un vuoto normativo che consente alle aziende chimiche di continuare a produrre e vendere all’estero molecole proibite nei confini comunitari, approfittando delle legislazioni più deboli dei Paesi importatori.

Non solo le sostanze: anche i volumi sono cresciuti. Nel 2024 l’Ue ha notificato l’intenzione di esportare 122mila tonnellate di pesticidi banditi, più del doppio rispetto al 2018. Tra questi si trovano composti associati a infertilità, danni cerebrali nei bambini, interferenze endocrine, oltre a insetticidi letali per le api e pericolosi per la fauna selvatica. Prodotti che, secondo la stessa Unione Europea, costituiscono una minaccia globale alla biodiversità e alla sicurezza alimentare.

Un boomerang pronto a tornare indietro: nulla garantisce che prodotti agricoli trattati con quelle stesse sostanze non rientrino sui mercati europei, Italia compresa.

Destinazioni e numeri dell’export

Nel 2024 pesticidi vietati nell’Ue sono stati spediti in 93 Paesi, di cui 71 a medio o basso reddito (pari al 58% del totale in peso). In testa c’è il Brasile, custode di alcune delle maggiori riserve di biodiversità del pianeta, seguito da Ucraina, Marocco, Malesia, Cina, Argentina, Messico, Filippine, Vietnam e Sudafrica. Tra i Paesi africani destinatari se ne contano 25. Gli Stati Uniti, invece, sono il primo importatore mondiale tra i Paesi ad alto reddito.

Sul fronte europeo, 13 Stati membri hanno preso parte a questo commercio tossico. La Germania guida la classifica con oltre 50mila tonnellate, seguita da Belgio (16.500), Spagna, Paesi Bassi, Bulgaria, Italia (quasi 7mila), Francia, Danimarca, Ungheria e Romania.

Alcuni governi stanno cercando di correre ai ripari: in Belgio è entrata in vigore una legge che vieta l’esportazione di diversi pesticidi proibiti, mentre in Francia è stato approvato un emendamento per chiudere una delle principali scappatoie ancora esistenti.

Il pesticida più esportato resta il 1,3-dicloropropene, un fumigante del suolo vietato dal 2007 per la contaminazione delle falde e i rischi per la fauna selvatica. A seguire, il diserbante glufosinate prodotto dalla Basf e il fungicida mancozeb, bandito nel 2020 perché tossico per la riproduzione e classificato come interferente endocrino.

Le aziende coinvolte

Sono oltre 40 le imprese esportatrici individuate. Tra queste Basf, Teleos Ag Solutions, Agria, Corteva, Syngenta, Bayer e AlzChem. In Italia risultano coinvolte sei aziende – tra cui Finchimica, Tris International, Corteva e Sipcam Oxon – che nel complesso hanno notificato l’esportazione di circa 7mila tonnellate di pesticidi vietati, contenenti 11 sostanze proibite.

Tra queste l’erbicida trifluralin, bandito in Ue da quasi 20 anni perché tossico per pesci e fauna acquatica, oltre che sospetto cancerogeno, e il suo derivato ethalfluralin.

“È vergognoso e ipocrita – commenta Simona Savini, campagna Agricoltura di Greenpeace Italia – che l’esportazione europea di pesticidi vietati continui a crescere, mettendo a rischio la salute dei lavoratori agricoli, delle comunità locali e della natura”.


 

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