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lunedì 4 marzo 2024

Progetto “PER.RI.CON.E.”

 L’importanza dei vitigni-reliquia. Il Progetto PER.RI.CON.E. in Sicilia.

                       Giovanni Colugnati&Giuliana Cattarossi


Il Progetto PER.RIC.CON.E., finanziato dal PSR Sicilia 2014-22-Sottomisura 16.1 e iniziato nell’estate 2023, vede la collaborazione fra una rilevante realtà scientifica pubblica, il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IBBR diu Palermo) e alcune importanti aziende vitivinicole delle province di Trapani e Palermo, promosso da DFA S.r.l., quale Capofila, e coordinato dal Dr. Davide Pacifico del CNR-IBBR per gli aspetti agronomici, genetici e di caratterizzazione del vitigno e dalla Colugnati & Cattarossi Srl, per gli aspetti enologici;
Il partenariato si avvale della prestazione di servizio dell’Istituto Regionale del Vino e dell’Olio (IRVO) per le attività di microvinificazione presso la Cantina Sperimentale di Marsala.

Come talora accade nel caso dei vitigni siciliani, le informazioni disponibili sul Perricone sono realmente poche e si registrano solo a partire dalla fine dell'Ottocento, quando la varietà era segnalata sotto il sinonimo di Pignatello, largamente allevato nelle provincie di Palermo e di Trapani. Il termine Pignatello sembra riferirsi al dialettale pignatidare utilizzato per definire le terre rosse alluminose del Trapanese dove vi era un elevata produzione di “pignatte” per cucinare, pentole in terracotta di cui sono state ritrovate testimonianze archeologiche appartenenti addirittura al neolitico, ma di fatto utilizzate fino ai giorni nostri.

Quando la Sicilia del vino era sinonimo di tendone, la quantità era l’obiettivo per produrre vino da taglio e i vitigni meno produttivi, pur eleganti, venivano messi ai margini: la storia del Perricone ha a che fare con questa viticoltura visto che ha sempre avuto una resa molta bassa e in fondo è la metafora della nobiltà siciliana, in bilico tra splendore e difficoltà.

Descritto per la prima volta da Nicosia (1735), le informazioni sulle origini sono poche, ma studi più recenti (1. Di Vecchi Starazet al., 2007) ipotizzano una relazione genitore-figlio con il Sangiovese. Il periodo aureo del Perricone è a fine Ottocento quando era largamente allevato nelle provincie di Trapani e Palermo per vinificare il Marsala Ruby, in assemblaggio con altre uve locali, perché donava eleganza e profumi oltre alla componente tannica.

Dal 1970 il Perricone risulta iscritto al Registro nazionale delle varietà di vite del Ministero delle PoliticheAgricole (G.U.149-17/06/1970).

A dispetto della sua antica coltivazione, la drastica riduzione della superficie ha probabilmente causato la perdita di quote importanti di variabilità intravarietale: tuttavia è stato possibile definire due biotipi caratterizzati da aspetti morfologici dell’acino (grande e piccolo).

Il Progetto si prefigge l’obiettivo di studiare in particolar modo l’ampia variabilità genetica presente all’interno della popolazione del Perricone al fine di salvaguardare questa nobile reliquia viticola isolana e di valorizzarla con protocolli enologici innovativi, diversificati e coerenti con i dettami della bioeconomia, al fine di esplorare le possibilità di aprire nuove frontiere di mercato.

In sintesi, il Progetto si articola in 7 azioni, delle quali l’azione 1, coordinata riguarda il coordinamento tecnico e la gestione amministrativa e l’azione 2, riguardante l’Analisi di mercato, va intesa come costruzione di un processo partecipato di valorizzazione del vitigno-reliquia parallelo alla sua reintroduzione a scala territoriale e organizzativa più ampia.

L’importante azione 3 ha come obiettivo la Caratterizzazione genetica e sanitaria di materiali di diversa origine di Perricone da parte del CNR-IBBR di Palermo, attraverso caratterizzazione morfologica e genetica e la valutazione dello stato sanitario.

L’azione 4 riguarda alcuni aspetti della gestione agronomica del vitigno e proporrà l’impiego innovativo di scarti solidi di lavorazione della filiera agrumaria nella concimazione del vigneto valutandone l’utilità della pratica volta ad aumentare il contenuto di materia organica del suolo e conseguentemente la sua fertilità; l’azione 5, riguardante lo studio dei fattori di criticità del Perricone, prevede l’applicazione e validazione di possibili protocolli enologici innovativi attraverso l’Attività di microvinificazione di vini sperimentali derivanti dall’applicazione di protocolli enologici innovativi a confronto con vinificazioni convenzionali; al suo interno verrà valutata anche la possibilità di produzione di biodiesel a partire dagli scarti di lavorazione di cantina. L’azione 6 riguardante l’attività di Analisi Sensoriale prevede la predisposizione di apposite schede astrutturate, l’organizzazione del panel sensoriale, la raccolta dei dati della degustazione e la loro elaborazione e interpretazione (radar descriottivi).

Infine, l’azione 7, infine, si occuperà della divulgazione, coinvolgimento di stakeholder e monitoraggio del progetto.




Prove di fermentazione su campioni di Perricone presso il Laboratorio di Microbiologia dell’IRVO.

lunedì 26 maggio 2025

Autoctoni o alloctoni? Al consumatore l’ardua sentenza.

 


Giuliana Cattarossi&Giovanni Colugnati

Progetto “Perricone”

 

                Autarchia o globalizzazione? E’ meglio usare vitigni autoctoni o internazionali?

                Da molti anni si dibatte su questo spinoso argomento che divide il mondo vitivinicolo nazionale tra chi sostiene a spada tratta la necessità di far uso di varietà straniere, per migliorare qualitativamente la produzione dei nostri vini, e chi al contrario si batte per la difesa delle grandi varietà native regionali (tra i quali, per inciso, noi, che ne abbiamo fatto uno scopo professionale).

                Il fenomeno dell’incremento ampelografico internazionale in Italia si è sviluppato in modo deciso dopo lo scandalo del metanolo del 1986 innescando un fenomeno che continua ancora ai giorni nostri. Paradossalmente però l’Italia è il Paese al mondo che possiede più vitigni autoctoni e quindi teoricamente non avrebbe alcun bisogno di fare ricorso a varietà straniere; a pensarci bene, dovremmo dire di provenienza francese, a parte piccole quantità di vitigni tedeschi nella viticoltura altoatesina, come il Riesling, il Sylvaner, il Gewurztraminer o il Muller Thurgau, che comunque insistono sul territorio da molto tempo, anche per affinità culturale.

                Ed insistendo nel paradosso, dobbiamo precisare che proprio la Francia è la nazione che possiede meno vitigni autoctoni, ma al contempo li utilizza talmente bene sul suo territorio, valorizzando al massimo quelle determinate aree di produzione dei vini locali dalla spiccata tipicità, riconosciuta internazionalmente.

                In genere il termine autoctono (o tradizionale) viene utilizzato in contrapposizione ad alloctono (o internazionale). Nell’accezione comune, autoctoni (nativi) sono considerati quei vitigni che da secoli sono allevati in un determinato territorio contribuendo a farne la storia e pertanto hanno un legame “storico” e, soprattutto, culturale con quel territorio, nel quale raggiungono la migliore espressione. Si tratta di vitigni giunti in epoca remota, che si sono progressivamente acclimatati sviluppando caratteristiche varietali uniche, irripetibili e soprattutto riconoscibili. Pensando a vitigni quali Nero d’Avola, Catarratto (Lucido) oppure Perricone, tanto per fare qualche esempio, balza evidente la Sicilia e la sicilianità, perché di questo territorio costituiscono segni distintivi sotto il profilo vitivinicolo, ma anche tradizionale e culturale, tanto da definirli, appunto, nativi.

                Alloctoni sono invece quei vitigni che hanno una grande diffusione in aree geografiche ampie e a diverse latitudini. La loro espressione, sia pure con una lieve differenziazione legata alla zona di produzione, è tarata sull’omogeneità delle caratteristiche organolettiche dei prodotti. Quindi, la scelta di coltivare vitigni internazionali, se effettuata unicamente per ragioni di mercato, non va nella direzione della valorizzazione del territorio nella sua tipicità vinicola, ma al contrario “tradisce” la tutela e la salvaguardia della propria identità territoriale.

                La globalizzazione, ormai invasiva e pervasiva della quotidianità esistenziale, da un lato tende a strutturare un mercato sempre più competitivo sul piano della qualità (bassa) e del profitto (alto), dall’altro attiva una condotta produttiva che appiattisce e omologa il gusto del vino in un processo inevitabile verso la banalizzazione.

                Secondo molti (e noi tra questi), un effetto collaterale potrebbe essere una considerevole riduzione della gamma delle sensazioni organolettiche disponibili e un evidente pericolo per la biodiversità viticola (erosione genetica): la strategia per vincere la sfida della globalizzazione è senz’altro l’affermazione, senza se e senza ma, della “tipicità” come idea fondante di un territorio che vuole rimanere unico nella sua originalità.

                Si tratta di un obiettivo prestigioso e di un percorso sicuramente non facile e lungo, che passa attraverso la riscoperta dei vitigni tradizionali e nativi, che hanno fatto la storia del territorio, e conduce alla valorizzazione dell’originalità come complesso di elementi caratteristici riscontrabili nei prodotti appartenenti alla stessa denominazione di origine.

                L’unicità, prima di ogni altra considerazione, è fatta di esperienza, di tradizione e di tecnica di uomini consolidata nel tempo in un determinato territorio, che è diventata tradizione.

martedì 1 ottobre 2024

Applicazione della tecnica dell’analisi sensoriale delle uve in epoca vendemmiale.

Giovanni Colugnati, Giuliana Cattarossi

Colugnati&Cattarossi SRL, Reana del Rojale (UD)

Partner Progetto Perricone


Il processo di maturazione delle uve è influenzato dai fattori climatici e dalle variazioni del quadro ormonale legate all’attività vegetativa e riproduttiva della vite caratterizzate da diverse fasi o periodi:

-periodo erbaceo (30-65 gg)

-periodo dell’invaiatura (6-30 gg)

-periodo della maturazione (25-50 gg)

-periodo della sovra-maturazione (o super-maturazione)

Come noto, la maturazione dell’uva inizia quando gli acini si ingrossano e si colorano (invaiatura) e la polpa diviene morbida con una grande concentrazione di fruttosio, che in parte va a sostituire il glucosio.

Non tutte le sostanze presenti nell’acino aumentano durante la maturazione: gli acidi, per esempio, diminuiscono e soprattutto l’acido malico, il più aspro e aggressivo, presente in quantità maggiori nelle uve non ancora mature e in quelle coltivate nelle zone più fredde. E’ importante invece che rimanga un buon tenore in acido tartarico, fondamentale nel determinare l’acidità totale del mosto (AT).

Negli anni passati il momento della vendemmia veniva stabilito sulla base del rapporto tra zuccheri e acidi, ma tempo ci si basa anche su altri fattori: si può infatti parlare di maturità tecnologica, maturità fenolica e maturità aromatica, raggiunte in genere tra la seconda metà di agosto e la fine di ottobre, cambiamenti climatici permettendo.

Ad ogni modo, occorre trovare il giusto equilibrio tra la maturazione tecnologica (rapporto tra zuccheri e acidi), la maturazione fenolica (la concentrazione delle sostanze che contribuiscono al colore e alla struttura del vino) e la maturazione aromatica delle uve, problematica ancora più evidente nei climi caldo-aridi.


La maturazione tecnologica. Come ricordato, viene valutata in base al rapporto tra zuccheri e acidi: di conseguenza, per favorire la produzione di un mosto più ricco di acidi fissi, soprattutto nelle zone calde, la raccolta delle uve viene anticipata. I tannini nelle uve a bacca nera hanno proprietà conservanti e anti-ossidanti a cui devono la loro funzione protettiva del vino e la capacità di influenzarne il colore: nella fase di maturazione e affinamento del vino, quando l’acidità tende a diminuire insieme alla concentrazione degli antociani, i tannini lo rendono di una colorazione più aranciata. Con l’invecchiamento in botte, i tannini presenti e gli antociani si legano all’ossigeno per dare al vino un colore più vivo (rosso granato).

Inoltre, i tannini servono anche a determinarne il sapore, conferendo al vino caratteristiche di astringenza (tannicità), mentre gli antociani sono contenuti in particolare sono presenti soprattutto nella buccia dell’acino e ne condizionano il colore con la loro tonalità che varia dal rosso al blu.

La maturazione fenolica. I polifenoli sono uno dei più importanti e sicuramente il più numeroso tra i gruppi di sostanze fitochimiche presenti nel regno vegetale. In enologia la maturazione fenolica riguarda la concentrazione delle sostanze fenoliche dell’uva, più concentrate nelle bucce e nei vinaccioli.

Questo tipo di maturazione tiene conto dell’accumulo di antociani e tannini e della loro solubilità.

Quando le uve raggiungono la maturazione fenolica, la membrana delle cellule della buccia si trova nella situazione ottimale per la massima dissoluzione dei componenti fenolici nel mosto, soprattutto degli antociani. Lasciando maturare le uve più a lungo, quindi, si ha un incremento della componente fenolica che contribuisce a rendere il vino più strutturato e ricco di tannini. Il caso ideale (ma purtroppo, non frequente) è quello nel quale maturità tecnologica e fenolica coincidono, a conferma di un perfetto adattamento del vitigno all’ambiente pedoclimatico e di un ottimo andamento stagionale.

La maturazione aromatica. E’ legata in particolare all’accumulo degli aromi varietali, soprattutto del gruppo dei terpeni.

Nel vino troviamo, infatti, gli aromi della vite, chiamati appunto varietali e cioè legati alla varietà, al terreno, meglio terroir, (terreni argillosi daranno aromi più aggressivi, terreni sciolti aromi più fini), alla zona, alla tecnica viticola (potatura), e alla maturità dell’uva.

I terpeni sono contenuti nella buccia dell’uva e conferiscono sentori di fiori o di frutta: possono essere libere nella polpa, e quindi percepite anche masticando un chicco d’uva, come per il moscato, oppure possono essere legate a molecole di zucchero, e quindi in questo caso diventeranno volatili e quindi percettibili dall’olfatto solo in seguito a reazioni di idrolisi nel mosto e nel vino. L’accumulo di sostanze aromatiche nelle bucce tende ad aumentare durante la maturazione, per poi diminuire se questa viene prolungata.

Quindi, il processo di maturazione comporta una serie d’importanti trasformazioni chimico-fisiche che interessano colorazione, consistenza e composizione della bacca.

Per valutarne il livello di maturazione e la loro qualità enologica ci si affida usualmente alle misurazioni analitiche di zuccheri, acidità totale, pH e, per scendere più nel dettaglio, si procede spesso anche alla determinazione di acido tartarico e acido malico. Nel caso delle uve a bacca nera a queste analisi si aggiungono quelle relative alla maturità fenolica ovvero indice di fenoli, antociani potenziali, antociani estraibili e tannini dei vinaccioli (Indici di Glories). Tramite questi parametri vengono realizzate le curve di maturazione, un importante strumento che consente di seguire l’evoluzione delle caratteristiche dell’uva e di stabilizzare di conseguenza il momento più opportuno per la vendemmia, che come noto riveste un’importanza fondamentale nel determinare il profilo qualitativo del vino che sarà ottenuto.

Per questi motivi, la valutazione della qualità enologica dell’uva è un obiettivo fortemente ricercato sia dai tecnici viticoli, che devono potere avere a disposizione parametri oggettivi per indirizzare le scelte in vigneto, sia dagli enologi, che, sulla base delle caratteristiche dell’uva, devono adattare la tecnologia di vinificazione.

L’analisi sensoriale delle uve. La metodica di analisi sensoriale messa a punto presso l’ICV, ed applicata nella pratica da oltre 25 anni, rappresenta una risposta concreta all’esigenza di cui sopra. L’Institut Coopératif du Vin (ICV), con sede principale a Montpellier, è un organismo privato che svolge attività di consulenza viticola ed enologica presso cantine che complessivamente vinificano fino a 12 milioni di ettolitri, tramite l’operato di circa 80 tecnici tra enologi ed agronomi, i quali effettuano anche un’importante attività di formazione per i propri clienti grazie alla messa a punto di specifici corsi di aggiornamento professionale con una forte impostazione tecnico-applicativa.

In particolare, con questa metodologia vengono valutate con un’unica analisi le caratteristiche meccaniche degli acini, l’equilibrio acidico, la potenzialità aromatica, la qualità e la locazione dei polifenoli, evidenziando eventuali disequilibri esistenti tra le varie componenti dell’acino.

Il grande pregio della metodica è di aver standardizzato e trasformato in uno strumento oggettivo quello che si è fatto fin dagli albori della viticoltura, ovvero l’assaggio delle uve. Inoltre, permette di quantificare ognuno di questi parametri in una scheda analitica, rendendo comparabili i risultati ottenuti in giorni, periodi ed annate diverse, oltre a condensare i risultati dell’analisi in una valutazione sintetica, di facile e pratico uso quotidiano.

L’analisi sensoriale prevede l’utilizzo di una scheda analitica che prende in considerazione le tre porzioni principali dell’acino, ovvero polpa, buccia e vinaccioli, utilizzando 19 descrittori.


 

La proceduta di degustazione è applicata a tre acini scelti a caso nell’ambito del campione prelevato in campo e prevede che si parte dall’esame visivo e tattile. Comprimendo l’acino tra le dita viene valutata la consistenza meccanica, che diminuisce col procedere del processo di maturazione; si prende poi in esame il colore della buccia, che passa dal verde al giallo ambrato nelle uve a bacca bianca e dal rosa pallido al nero in quelle a bacca nera. Nell’uva matura il pennello, ovvero ciò che resta attaccato al pedicello se si stacca con facilità dalla bacca, presenta poca polpa aderente e assume colorazione rossa nelle uve a bacca nera; la presenza di un pennello con polpa gelatinosa è indice di stress idrico subito dalla pianta.

Si passa quindi alla degustazione della polpa, che prevede che sia estratta schiacciando l’acino tra lingua e palato, separando la buccia e i vinaccioli che sono sputati e conservati; si continua schiacciando la polpa al fine di estrarre il succo. La presenza di un grumo gelatinoso attorno ai vinaccioli è indice di stress idrico subito dalla pianta. Sul succo estratto vengono valutate la dolcezza, l’acidità gli aromi erbacei e gli aromi fruttati. In talune varietà, col procedere della maturazione sparisce l’erbaceo e compare il fruttato, mentre in altre varietà queste due sensazioni aromatiche s’intrecciano.

La degustazione della buccia prevede che dopo aver deglutito e sputato la polpa, si rimettano in bocca le bucce e si proceda alla loro masticazione, effettuando un numero di movimenti mascellari compreso tra 10 e 15. Dopo aver masticato viene valutata l’attitudine alla triturazione della buccia, che è maggiore nelle uve mature. Passando poi la lingua sul palato viene valutata l’intensità tannica ed infine l’acidità.

L’analisi sensoriale si conclude con l’esame visivo e gustativo dei vinaccioli, la cui importanza non deve essere sottovalutata. Innanzitutto viene valutato il loro colore, che può variare dal bianco giallo-verde, fino al marrone scuro, che caratterizza i vinaccioli da uve mature; la metodologia prevede che i vinaccioli non siano degustati qualora siano verdi. Mordendo i vinaccioli tra gli incisivi, viene valutata la loro durezza; il vinacciolo immaturo è tendenzialmente gommoso e non si rompe, mentre presenta un grado di maturazione ottimale quando diventa fragile e croccante.

La degustazione dei vinaccioli prosegue masticandone un numero fisso tra 10 e 15, al fine di poter valutarne l’astringenza, gli aromi e l’intensità tannica. L’astringenza è avvertita sulle labbra e sul palato, mentre gli aromi che possono essere da verdi, erbacei a torrefatti, scaturiscono dall’analisi della poltiglia. Passando la lingua sul palato durante la masticazione, è invece analizzata l’intensità tannica.

Da molti anni l’ICV applica la metodologia di analisi sensoriale delle uve nelle proprie prove di vigneto, ed ha potuto così definire il peso di varie pratiche agronomiche sul profilo sensoriale dell’uva: inerbimento, diradamento dei grappoli, etc. Ma soprattutto si può monitorare l’andamento dei valori dei descrittori durante il periodo di maturazione dell’uva al fine di investigare l’influenza delle forme di allevamento, dell’età del vigneto, delle condizioni climatiche e delle tecniche colturali.

Un’altra delle applicazioni pratiche più interessanti dell’analisi sensoriale delle uve consiste nel contributo che può dare all’organizzazione della vendemmia: utilizzando la tecnica per valutare il potenziale qualitativo delle uve, è possibile definire degli obiettivi di maturità adeguati ad ogni tipologia di vino che si vuole produrre, e quindi impostare il calendario vendemmiale in funzione di questi stessi obiettivi.

Questo particolare aspetto è stato applicato nell’ambito del Progetto Perricone finanziato dal PSR Sicilia 2014-22, Sottomisura 16.1. e in particolare come Sotto-azione 4 b) nella quale è stata studiata la cinetica di maturazione della bacca ponendo a confronto metodi convenzionali (analisi dei principali parametri enologici) e metodi innovativi basati sulla degustazione dei costituenti della bacca (buccia, vinacciolo).

Per le finalità della sotto-azione è stata effettuata una specifica attività di degustazione utilizzando una scheda semplificata in diversi vigneti della cv. Perricone. La degustazione in campo ha permesso di evidenziare una buona comparazione tra la valutazione del grado di maturazione, in generale, ed il potenziale qualitativo, nello specifico, e i valori zuccherini e di potenziale alcoolico delle uve, dimostrando l’utilità del metodo nell’ambiente siciliano.


mercoledì 26 marzo 2025

La bellezza del paesaggio viticolo, strumento di comunicazione.


 

Giuliana Cattarossi&Giovanni Colugnati

Progetto “Perricone”

 

                Da sosteniamo la necessità di un’idea innovativa di paesaggio viticolo dinamico, in evoluzione, in accordo con le necessità colturali, ma necessariamente con un forte legame con la storia e con il contesto culturale in cui si inserisce, per una piena soddisfazione delle aspettative di un vivere moderno, colto e sempre più educato al concetto del bello.

                Accanto alla salvaguardia dei paesaggi esistenti, non va poi proibita la realizzazione di nuovi paesaggi viticoli di qualità, che siano comunque espressione di una cultura ancorata al valore del paesaggio: il territorio si comporrà allora di una maggiore ricchezza tecnica (i viticoltori ed i professionisti coinvolti), ecologica (la biodiversità), ambientale (la qualità dell’aria e dell’acqua) e paesaggistica (l’unicità e la cura per i luoghi), che ne contraddistinguerà i caratteri e ne evidenzierà l’assoluta originalità.

                Il nuovo equilibrio tra le esigenze produttive agricole e la costruzione di un paesaggio ad elevata sostenibilità ambientale, è la vera sfida della moderna agricoltura e della stessa attività di progettazione del territorio. A livello scientifico, serve un approccio multidisciplinare, con l’obiettivo di una approfondita analisi delle peculiarità locali, dei valori, dei disvalori e dei rischi presenti nel territorio; fondamentale sarà affinare la capacità di trarre vantaggio economico dalle differenze, dalle diverse possibilità produttive multifunzionali, anche all'interno di una specializzazione come quella vitivinicola, in cui la domanda di valori paesaggistici e ambientali è parallela alla richiesta di prodotti di qualità.

                La componente scenica ed emotiva del paesaggio ha invece un ruolo indiretto (ma comunque di grande effetto) sul giudizio organolettico: la conoscenza e la valorizzazione di questa duplice componente dell’ecosistema viticolo diventano allora prioritarie per la qualità percepita del vino e saranno del tutto giustificati gli sforzi volti a una attenta salvaguardia delle aree produttive. In questa logica, il recupero della storicità e dei valori culturali dei nostri paesaggi, associata ad una particolare attenzione a non semplificare e omologare il loro impatto scenico, sono obiettivi da perseguire con metodo e con sicuri vantaggi futuri.

                Nel momento in cui le nostre produzioni tipiche si confrontano sul mercato globale sempre più aggressivo, appare urgente trasferire al consumatore l’insieme dei fattori che caratterizzano i nostri terroir: non solo tecnica agronomica ed enologica, ma anche storia, tradizione, cultura e patrimonio naturale che si esprimono attraverso la bellezza dei nostri paesaggi viticoli, vero valore comunicativo.

                La qualità e l’ambiente, l’unicità del paesaggio, i suoi elementi naturali e soprattutto la sua bellezza saranno allora le leve su cui agire per differenziare e caratterizzare ancora di più i vini dello straordinario territorio italiano. Dopo anni di ingiustificato oblio, per fortuna recentemente nella comunità scientifica internazionale si assiste ad un intenso e produttivo dibattito circa la possibilità di riscoprire e salvaguardare i fattori estetici dell’agrosistema vigneto.

                Il paesaggio floristico degli agroecosistemi fino ad alcuni decenni fa era decisamente ricco di esteticità tanto da avere scaturito la creatività di artisti del passato sia nel settore della poesia, della musica e della pittura (ne sono un esempio il movimento degli impressionisti francesi). Si pensi solamente alle spettacolari fioriture primaverili, presenti all’interno della coltura del frumento, come i fiordalisi oppure il gittaione: l’unica specie sopravvissuta, ma anch’essa a rischio di estinzione o quantomeno di erosione genetica, rimane il papavero specie tradizionalmente ben nota per le vistose rosse corolle. La dinamica di queste spontanee fioriture ci regala una percezione di quel tempo cronologico che intimamente legava l’uomo all’ambiente a lui circostante, con i suoi ritmi e lo scandire dei suoi tempi, quasi un monito alla ineluttabilità dello scorrere delle stagioni umane.

                Il paesaggio agricolo italiano, quindi, inteso come vera opportunità di sviluppo proprio per l’attitudine turistica del nostro Paese unico, una delle poche risorse che fortunatamente resistono alla globalizzazione e rappresentano il patrimonio storico e culturale da tutelare e conservare, per essere affidato alla sensibilità ambientale delle generazioni future.

 

venerdì 17 maggio 2024

Identità e ricchezza del vigneto Sicilia


Il volume Identità e ricchezza del vigneto Sicilia (2015)   nasce a seguito dell’incarico che l’Assessorato regionale all’Agricoltura della Regione Sicilia affidò all’Università di Palermo e di Milano e all’Istituto Sperimentale per la Patologia Vegetale di Roma, di curare il coordinamento tecnico scientifico e il monitoraggio delle azioni operative del Progetto di selezione clonale e recupero dei vitigni antichi siciliani.  

Un lavoro di larghissimo respiro con l’obiettivo di fornire del materiale di propagazione di migliore qualità, genetica e sanitaria, e di reintrodurre dei vitigni minori di cui si era persa la memoria, sopravvissuti alla fillossera. La ricerca iniziò nel giugno 2003 e nell’arco di pochi mesi i tecnici delle Sezioni operative di assistenza tecnica (SOAT) raccolsero una mole imponente di dati: circa 7.000 piante controllate in tutto il territorio regionale, 480 vigneti studiati, 90 comuni interessati, oltre 2600 test ELISA per la ricerca delle virosi. A fonte di questo lavoro di indagine furono impiantati due campi di confronto e di omologazione a Marsala e Comiso con 3500 viti.

Grazie alla ricerca è stato possibile individuare dei biotipi qualitativamente molto diversi e più complessi sia dal punto di vista del contenuto polifenolico che da quello sensoriale di frappato, nero d’Avola, catarratto e grillo. Il Progetto di ricerca inoltre ha permesso di omologare 9 cloni mentre altri 13 presunti cloni sono in fase di omologazione. Inoltre è stato possibile approfondire le conoscenze su tutti i vitigni attualmente presenti nella Regione.

Il libro è arricchito da un pregevole saggio  intitolato “Per una storia dell’ampelografia e della viticoltura siciliana” nel quale si dà conto dell’importante contributo che gli studiosi siciliani hanno dato, in particolare nell’Ottocento, alla viticoltura siciliana e nazionale. Tra i tanti spiccano le figure di Francesco Minà Palumbo di Castelbuono, del Barone Mendola di Favara, del Duca di Salaparuta Edoardo Alliata di Villafranca e ancora del romano Federico Paulsen, uno dei protagonisti della rinascita della viticoltura siciliana post fillossera e uno dei più quotati ibridatori italiani nel settore dei portinnesti, molti dei quali ancora oggi portano il suo nome. 

Il progetto di valorizzazione dei vitigni autoctoni siciliani ha permesso anche di monitorare la situazione sanitaria (vedi paragrafo su La situazione sanitaria dei vitigni siciliani) del patrimonio viticolo siciliano, con conseguente miglioramento del patrimonio viticolo regionale. Particolare importanza assume lo studio su la “Caratterizzazione genetico-molecolare della piattaforma ampelografica siciliana” che ha permesso di indagare le relazioni genetiche tra le varietà siciliane e i maggiori vitigni italiani. Le analisi genetiche sulle 11 principali cultivar e su 61 accessioni minori hanno dimostrato numerosi casi di sinonimie tra le varietà minori e tra le varietà principali e varietà minori. Nonostante ciò sono stati identificati 48 profili genetici unici che hanno dimostrato l’alta variabilità della piattaforma viticola siciliana.

Alla luce delle analisi vale la pena di evidenziare che si è confermata l’origine meridionale del sangiovese con una rapporto di parentela di primo grado (genitore-figlio) con foglia tonda, frappato, gaglioppo, mantonicone, morellino del Casentino, morellino del Valdarno, nerello mascalese, perricone, susumaniello, tuccanese di Turi e vernaccia nera del Valdarno. Sull’origine del sangiovese attualmente sono due le ipotesi accreditate, progenie di ciliegiolo del Centro Italia e calabrese di Montenuovo dalla Calabria (Vouillamoz et al. 2007); la seconda, progenie di ciliegiolo e negrodolce dalla Puglia (Bergamini et al. 2012). 

Identità e ricchezza del vigneto Sicilia presenta di ognuno dei vitigni di interesse locale e per i vitigni minori e antichi, una scheda con tutti i sinonimi, i cenni storici, la diffusione, la descrizione della varietà. La novità assoluta è una messe di dati sulla composizione del profilo aromatico con le principali classi dei composti, le principali caratteristiche enologiche, le caratteristiche dei mosti, ecc. oltre ad un inedito profilo genetico molecolare. Alla fine anche un repertorio fotografico dei vitigni antichi o della memoria.

In sostanza un’indagine come non si era mai fatta in passato, sulla ricchezza del vigneto siciliano. La Sicilia infatti si conferma, prima tra le regioni italiane insieme alla Calabria, una vera e propria miniera di biodiversità. L’indagine da questo punto di vista è un punto di arrivo ma anche un solida base scientifica per poter programmare non solo il miglioramento del patrimonio viticolo regionale ma anche per la possibilità di introdurre dei vitigni unici e sconosciuti, base per la viticoltura siciliana di domani. “La Sicilia ha una grande responsabilità nei confronti della storia vitivinicola europea: quella di custodire il senso della storia che è insito nella tradizione, di mantenere vivo quel rapporto che esiste tra l’universalità del mito e la tradizione, dove i segni tangibili dei simboli sono veicolati dai vitigni antichi e dai luoghi che li fanno rivivere

 Identità e ricchezza del vigneto sicilia

lunedì 1 settembre 2025

La cultura della biodiversità.


Giuliana Cattarossi&Giovanni Colugnati

Progetto “Perricone”

 

 

Se il concetto di sviluppo sostenibile punta a uno sviluppo che possa almeno in parte evitare i cambiamenti e le loro conseguenze negative sull’uomo e sull’ambiente, mitigando in parte o in toto il nostro impatto devastante, quello di resilienza si propone invece di arrivare a una condizione nella quale si riesca a confrontarsi e a superare tali cambiamenti senza venirne completamente travolti.


A differenza di quanto si potrebbe pensare, passare da politiche che concentrano gli sforzi sull’idea di sostenibilità ad altre che invece si focalizzano sulla resilienza non significa affatto ammettere una sconfitta dell’idea di sviluppo sostenibile, ma piuttosto deve risultare uno stimolo importante nel cambiare punto di vista e integrare diversi approcci per riuscire a raggiungere un risultato migliore: il cosiddetto resilient thinking, infatti, analizza quali sono le strategie migliori per gestire sistemi fatti di persone e di ambiente che interagiscono tra di loro e si basa su alcuni principi fondamentali che devono essere applicati nei modi e nei momenti più adatti per risultare davvero efficaci.

In sostanza è la rivoluzione culturale che si richiede alla viticoltura del futuro, proprio attraverso un resilient thinking. L’ultima rivoluzione agricola, infatti, basata fondamentalmente su vitigni selezionati, sull’uso di concimi minerali ed antiparassitari di sintesi, ha prodotto una sorta di industrializzazione della viticoltura e la biodiversità nel vigneto è stata vista come un fattore limitante da eliminare. La viticoltura e la natura hanno rappresentato per lungo tempo due spazi ben delimitati, quasi inconciliabili, gestiti con regole profondamente diverse tra loro: lo spazio viticolo, destinato alla produzione, e quello naturale da preservare.

Al contrario, la biodiversità in viticoltura svolge un ruolo essenziale per la valorizzazione dei diversi ambienti di coltivazione e per le diverse esigenze dei modelli di consumo nonostante l’intensificazione dei processi produttivi; si manifesta però soprattutto nelle scelte varietali, mentre è sostanzialmente trascurato l’aspetto relativo all’ecosistema dove la vite è coltivata, il suolo del vigneto ed il suo intorno naturale (Colugnati, et al., 2013). Appare quindi necessario superare la visione vitigno-centrica del vigneto per proteggere e valorizzare la biodiversità dell’insieme dell’ecosistema viticolo, integrando e facendo convergere le discipline e le conoscenze agronomiche con quelle ecologiche, per sviluppare un nuovo concetto di agro-biodiversità che inglobi le popolazioni dei vitigni coltivati con tutte le specie viventi nel vigneto, siano esse animali o vegetali o microbiche, aggressive o utili, telluriche o aree.

In quest’ottica nel tempo si sono sviluppate fondamentalmente due viticolture: così vicino ad una viticoltura convenzionale, che massimizza il rendimento dei fattori produttivi impiegati, anche attraverso un elevato impiego della meccanizzazione, a partire dagli anni Settanta si è sviluppata, quasi in contrapposizione, la viticoltura biologica (e biodinamica), che rifiuta l’impiego dei prodotti di sintesi e si affida soprattutto al mantenimento della fertilità fisico-chimica dei suoli per garantire la sopravvivenza della coltura della vite nel tempo.

Il panorama degli scenari intermedi è ovviamente molto ampio ma, al netto delle posizioni ideologiche (biologico e biodinamico), la principale discriminante tra le due viticolture consiste nelle modalità di gestione del suolo e soprattutto nelle implicazioni che questa pratica ha in tutte le altre tecniche colturali applicate nel vigneto.

Comunque la si pensi, però, la tendenza in atto è verso un loro progressivo riavvicinamento: la prima è costretta a rivedere i propri processi produttivi per diventare più durevole, la seconda dovrà investire maggiormente sul suo patrimonio biologico come fattore di adattamento futuro (Colugnati e Cattarossi, 2016).

sabato 26 aprile 2025

Biodiversità della vite.

 


Giuliana Cattarossi, Giovanni Colugnati.

Progetto “Perricone”

 

Il termine di biodiversità, entrato nel linguaggio comune dopo la Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo (UNCED) di Rio 1992, è la contrazione di “diversità biologica”, espressione con la quale si identifica la diversità della vita sulla terra.


Nel suo significato etimologico biodiversità significa diversità biologica, diversità degli esseri viventi che popolano la terra e che può essere rilevata sia a livello molecolare, genetico, sia a livello di specie, ma anche a livello antropologico, e più in generale, a livello di ecosistemi nei quali si collocano gli esseri viventi.

La diversità biologica viene classificata a livello genetico, di organismi viventi e di ecosistema. Secondo tale definizione, che spazia dalla varianza del patrimonio genetico del singolo individuo sino all’insieme della varietà biologica di ecosistemi complessi, la biodiversità tende a coincidere con quello che viene definito il capitale naturale; nell’analisi degli aspetti ambientali ed economici, è importante, quindi, precisare, di volta in volta, di quale segmento ci si occupa.

La biodiversità non va però ridotta semplicemente alla diversità (specificità) genetica. La diversità del mondo vivente ha molti aspetti: vi è diversità fra gli ambienti (marino, terrestre, equatoriale, polare, di montagna), fra le specie e fra gli individui all'interno di una specie ed è il risultato di un lento e continuo cambiamento che coinvolge la terra nel suo insieme, dalla geologia al clima agli esseri viventi.

Per questi motivi essa va studiata sotto diversi profili, biologico, antropologico, economico, geopolitico, giuridico, ecc. E’ fondamentale anche tenere in considerazione la componente relazionale della biodiversità, perché essa è frutto di un processo in cui tutte queste componenti interagiscono e, più in particolare, scaturisce dalla forte interazione fra profili biochimici ed antropologici, tanto che si deve parlare propriamente di sistemi bioculturali.

Purtroppo il dibattito internazionale non concepisce la biodiversità in tale sua complessità e tende a sminuirne la vastità e la portata. Bisogna considerare infatti che le stesse risorse genetiche sono al tempo stesso beni di consumo e beni strumentali alla produzione di altri beni, ma spesso a livello internazionale vengono considerate solamente come commodities.

 

Vite selvatica e vite domestica. Le scoperte archeologiche degli ultimi anni e le potenzialità della biologia molecolare permettono oggi di affrontare il problema dell’origine dei vitigni sotto una diversa prospettiva, partendo dalla determinazioni dei rapporti genetici di parentela tra vite selvatica (Vitis vinifera L. ssp. sylvestris) e vite domestica (Vitis vinifera L. ssp. sativa).

La vite selvatica cresce spontaneamente nei corsi d’acqua dei Paesi che si affacciano nel bacino del Mediterraneo, dal Portogallo al Tagikistan, lungo i maggiori fiumi continentali dell’Europa occidentale e nell’Africa del Nord (Arnold et al, 1998) ed è una specie dioica con una rara presenza (5%) di individui ermafroditi.

Dal punto di vista della biologia vegetale, è una liana rampicante che, allo stato naturale, risale i tronchi degli alberi delle foreste, fino a raggiungerne la sommità, dove fiorisce producendo poi i propri acini: gli uccelli apprezzano molto questi frutti, gustosi e facilmente accessibili, e cibandosene ne diffondono i semi, perpetuandone così la specie.

Quasi certamente i nostri progenitori si arrampicavano pericolosamente sugli alberi più alti della foresta, solo per riuscire a raccogliere queste bacche rosse, povere di potere nutritivo, ma spinti da una grande sorpresa verso una situazione inaspettata. E’ il concetto di “serendipità” alla base dell’ “ipotesi paleolitica” formulata da McGovern (2003), secondo la quale, alcuni uomini primitivi, attratti dai colori accattivanti degli acini, raccolsero qualche grappolo d’uva selvatica, rimanendo sedotti dal suo gusto aspro e zuccherino. Probabilmente ne deposero diversi grappoli in qualche recipiente (di pelle, legno o pietra) e dopo qualche giorno, sotto il peso dei grappoli sovrastanti, dagli acini di quelli più bassi trasudò del succo.

I lieviti della fermentazione, poi, presenti naturalmente sulla buccia degli acini e liberi nell’aria sotto forma di spore, probabilmente trasformarono quel succo in una sorta di vino spontaneo e primordiale a basso tenore alcolico (poco più di un succo semi-fermentato). Una volta mangiati tutti gli acini, il nostro antenato paleolitico assaggiò più o meno volontariamente quella bevanda, restando avvinto da una piacevole euforia che gli instillò un unico pensiero fisso: berne ancora per avvicinarsi a Dio o cadere negli inferi dell’ebbrezza. Infatti non fu certo l’aroma del vino, oppure un piacevole retrogusto, ad interessare per primo l’attenzione dei nostri antichi progenitori ma piuttosto i suoi effetti. In una esistenza quanto mai ingrata, brutale, pericolosa e soprattutto breve coloro che per primi provarono gli effetti dell’alcool credettero di avere avuto un anticipo del paradiso: le ansie scomparvero, i loro timori si attutirono e le idee si formarono più facilmente, tanto da sentirsi per un breve lasso di tempo onnipotenti. Nonostante l’ebbrezza ed i suoi effetti le sensazioni finchè duravano erano troppo belle per resistere alla tentazione di provarle di nuovo (Johnson, 1991).

Però, in assenza di recipienti idonei, quel “Beaujolais nouveau dell’Età della pietra” (McGovern, 2003) doveva essere consumato piuttosto rapidamente, prima che si trasformasse in aceto. Ma le cose cambiarono quando, tra 12 e 10 mila anni fa, le popolazioni umane divennero stanziali, abbandonando il nomadismo e dando vita a insediamenti permanenti che sorsero con la nascita dell’agricoltura: questo fenomeno, noto come la “rivoluzione neolitica”, ebbe come conseguenza l’aumento della densità di popolazione e la necessità di conservare il cibo più a lungo.

 

sabato 26 luglio 2025

Il paesaggio viticolo del futuro, resiliente, a tutela della biodiversità.

 


Giuliana Cattarossi&Giovanni Colugnati

Progetto “Perricone”

 

 

            L’evoluzione viticola degli ultimi decenni ha indotto una graduale trasformazione verso un paesaggio nel quale il vigneto ha una sua fisionomia sempre più precisa e ordinata, coinvolgendo i sistemi di allevamento della vite e quindi le sue forme: allo stesso modo, anche le nuove sistemazioni del suolo, che privilegiano l’accesso e la facilità per la transitabilità delle macchine, conferiscono al paesaggio un nuovo aspetto formato da linee più regolari e simmetriche.   


 

         È fuori dubbio che una moderna viticoltura debba rifarsi a modelli di gestione compatibili con obiettivi di qualità economicamente vantaggiosi, ma è altrettanto vero che essa deve anche rispettare le esigenze di conservazione della fisionomia del paesaggio; si devono quindi mettere in atto sistemi che garantiscano l’efficienza dell’impianto e la compatibilità economica della sua realizzazione e conduzione, ma deve essere nel contempo salvaguardata la conservazione del patrimonio suolo, del contesto storico-paesaggistico e la salvaguardia della biodiversità.

                Non di rado, infatti, una eccessiva alterazione della morfologia originaria degli orizzonti superficiali si accompagna a frequenti dissesti ambientali (erosione, smottamenti, perdita di biodiversità, riduzione della fertilità agronomica, ecc.), riconducibili sempre alla degradazione del suolo: “la nazione che distrugge il proprio suolo distrugge se stessa” era solito dire il presidente Roosevelt.

                Posto che il territorio, di cui il paesaggio ne è la componente essenziale, debba evolvere con le attività umane, si deve però sempre tenere presente l’irreversibilità delle azioni dell’uomo, la cui mancanza di lungimiranza può compromettere in modo permanente la bellezza del paesaggio: il continuo, irrefrenabile, illogico uso ed abuso del suolo ne è purtroppo triste testimonianza. A questo proposito preme anche ricordare che l’impegno di tutela e salvaguardia dei nostri paesaggi, non deve essere concentrata solo a poche realtà eccezionali da imbalsamare e vincolare, ma serve pensare ad un piano organico, credibile da un punto di vista ambientale e praticabile economicamente, per tutelare tutti i nostri territori, garantendone una evoluzione guidata e coerente con un moderno stile di vita: questo deve essere inteso anche nell’ampio senso di relazione tra paesaggio e qualità della vita quotidiana.

                Il modello futuro di sviluppo viticolo si deve inserire in questo insieme di elementi naturali e umani integrandosi in modo equilibrato con i vari aspetti del paesaggio e con le moderne necessità dell’attività viticola, senza diventare un elemento dominante o, peggio, dissonante. Una prima valutazione va fatta circa le dimensioni degli impianti che devono rispettare la tradizione storica locale: in molti areali fragili del Paese l’impianto di vigneti di dimensioni esagerate non sposa una continuità storico-culturale necessaria a garantire una identità paesaggistica. Inoltre, le ampie superfici spesso sono sinonimo di eccessiva omogeneità e monotonia dello sguardo, con una banalizzazione degli orizzonti culturali dell’enoturista: una viticoltura culturalmente e tecnicamente evoluta quale quella italiana, deve assumersi l’onere di prestare attenzione anche a questi aspetti indispensabili per creare movimento e scenografia (si pensi ai corridoi arborei e arbustivi, alle piante secolari ecc.).

                Ma la più impattante conseguenza prodotta dagli impianti non rispettosi dei rapporti con il paesaggio, è la riduzione della biodiversità vegetale, fattore strategico per gli equilibri complessivi del territorio: tanto più il paesaggio sarà privato dei suoi elementi tipici (specie arboree, arbustive e di conseguenza animali) e tanto più l’appiattimento prevarrà su una visuale più originale: in questa logica, la vocazionalità del sito è un altro elemento che va rispettato e l’attività viticola non deve usurpare spazi da sempre dedicati ad altre specie e soprattutto dove l’interazione vite-ambiente non è completamente espressa.

                Ne consegue che la scelta di sistemi colturali ecocompatibili (integrati, biologici, biodinamici, ecc.) implica il mantenimento di una flora equilibrata che può agevolare e rendere flessibile il controllo. In questa logica la coesistenza del vigneto e di ambienti naturaliformi comporta un vantaggio ecologico di grande interesse, economico e paesaggistico: il vigneto moderno assume in quest’ottica un ruolo chiave di isola ecologica, alla luce della sua naturalità, di vero e proprio conservatoire di specie ad elevata biodiversità sito-specifica, oltre che elemento a spiccato valore paesaggistico.

                Inoltre, una composizione arborea e animale più complessa e diversificata, la salvaguardia delle linee e delle forme costruite nel passato accresceranno il potere di attrazione del paesaggio con riflessi positivi sulla valutazione dell’intero territorio e degli stati emozionali che esso trasmette. Ricchezza in contrapposizione a povertà di immagini, è un nuovo percorso che deve essere affrontato attraverso un programma comune per un progetto collettivo di salvaguardia del paesaggio e della sua biodiversità, alla base del concetto di resilienza, definita come “la capacità di un sistema sia esso un individuo, una foresta, una città o un’economia di affrontare il cambiamento e continuare nel proprio sviluppo. E’ qualcosa che riguarda il modo in cui gli uomini e la natura possono utilizzare gli shock, come per esempio i cambiamenti climatici e le crisi economiche, per spronare al rinnovamento e a nuovi modi di pensare”.

 

venerdì 6 giugno 2025

Vite e vino nella Sicilia

 


Frappato di Vittori, tavola del 1890

Frappato di Vittoria, tavola del 1890

 

Nel corso del XIX secolo la viticoltura e l’enologia siciliana sono state oggetto di profonde trasformazioni, conseguenti al simultaneo sviluppo di eventi e processi del tutto nuovi rispetto a quelli maturati con molta gradualità nei secoli precedenti. A voler cogliere in estrema sintesi quelli più rilevanti, si devono evidenziare almeno i seguenti:

- Lʼespansione della vite, come si dirà più avanti, assunse un carattere tale da consentirle il sorpasso su qualunque altra coltura e di attestarsi al secondo posto ‒ dopo i cereali ‒ per superficie dedicata.

- Il perfezionamento degli studi di ampelografia, stimolati in modo significativo dagli scritti di eminenti autori francesi, diede impulso alla formazione in tutto il Paese di collezioni viticole, ad opera di proprietari sia aristocratici che borghesi, sempre più interessati a comprendere le differenze tipologiche tra le diverse varietà di viti sia indigene che importate da altre regioni o stati esteri. Ciò, ovviamente, non era finalizzato solo a sviluppare le conoscenze agronomiche specifiche, ma anche a valutare le rispettive potenzialità sul piano dei risultati enologici.

- La nascita di un vino nuovo, il marsala ad opera dei mercanti-imprenditori britannici già presenti nellʼIsola dalla fine del Settecento; un vino “conciato”, cioè alcolicamente potenziato in cantina. Il marsala non era il primogenito della categoria dei vini liquorosi “creatiˮ dagli inglesi; il porto, il madeira, il malaga, lo sherry erano già disponibili da decenni nel mercato britannico, tutti accomunati dalla maggiore robustezza perché rinforzati con acquavite di vino.

- La nascita dei primi vini da tavola, a partire da metà Ottocento, nel tentativo di emulare i più rinomati di Francia, assecondando un nuovo orientamento di consumo e associando il prodotto a una diversa modalità di considerare “il bere” come parte integrante dello stile di vita non più solo aristocratico ma borghese.

- La proliferazione di riviste e periodici specializzati in tutte le province dalle quali si rileva una notevole capacità di analisi dei problemi del settore e una forte tensione allʼammodernamento dei criteri colturali e di vinificazione.

- La separazione netta tra le competenze viticole e quelle enologiche, tra il mondo dei vignaioli e quello degli imprenditori vinicoli che si registrerà ‒ prima che in ogni altra regione italiana ‒ proprio a partire dalla provincia di Trapani, dove i mercanti britannici costituiranno l’avanguardia degli industriali del vino.

- Non ultima, la diffusione di gravi malattie della vite, dallʼoidio alla peronospora e, soprattutto, alla fillossera, che comporterà l’avvio della sperimentazione della Vitis rupestris americana come porta innesto per salvare la Vitis vinifera europea. 

Questi, dunque, alcuni dei dati di fatto che ci portano a considerare lʼOttocento come il secolo della svolta epocale per la viticoltura.

Phylloxera vastatrix, tavola fine secolo XIX

Phylloxera vastatrix, tavola fine secolo XIX

In Sicilia, nel 1853, a conclusione dei lavori per la compilazione del catasto borbonico, l’estensione complessiva del vigneto veniva calcolata intorno a 145 mila ettari, sui quali si stimavano circa 744 milioni di viti. Trent’anni dopo, in occasione dell’Inchiesta agraria parlamentare, negli atti relativi alla Sicilia, pubblicati nel 1884, la superficie destinata a quella coltura risultava più che raddoppiata, quasi 322 mila ettari. Mediamente, quindi, in quel trentennio, vennero destinati a vigneto, ogni anno, 5.900 ettari di terre, estirpando soprattutto decine di migliaia di ulivi. Sulla spinta, infatti, di sollecitazioni economico-commerciali, a partire da una certa data, lʼobiettivo quantitativo dellʼincremento della produzione enologica, andò inevitabilmente a detrimento della qualità; la crescita tumultuosa condizionava la selezione delle varietà viticole e contribuiva a mantenere i criteri di vinificazione a un livello primitivo.

All’interno di una logica così poco lungimirante, il viticoltore imboccava la scorciatoia: aumentare la resa di uve da vino, scegliendo le varietà in grado di assicurare maggiore succosità e grado alcolico. La forte dipendenza della produzione isolana dall’andamento della domanda estera e continentale di vini da taglio si rafforzò a metà degli anni Settanta dell’800, in conseguenza del crollo della viticoltura francese che era stata colpita dalla Phylloxera vastatrix, che non si era ancora propagata nella nostra penisola.

Nel decennio 1871-1880 il vino siciliano esportato all’estero passava da circa 100 mila ettolitri lʼanno a più di 760 mila. Le enormi quantità di vino esportate, per esempio, da Giarre-Riposto non potevano ritenersi pregiate; era vino dozzinale ma resistente, la cui commercializzazione costituiva la maggior parte della ricchezza del territorio di Mascali. Lo notava chiaramente nel 1878, il presidente della Commissione ampelografica della provincia di Catania, Michele Turrisi Scammacca: «alcune uve senza dubbio eccellenti e che un tempo erano piuttosto diffuse sono invece oggi trascurate, cedendo il posto ad altre di qualità assai più scadenti» [1].

Ancora tre anni dopo, l’agronomo professor Gregori osservava che, nonostante la coltivazione della vite in Sicilia fosse praticata con abilità e con amore, tuttavia la commistione all’interno di uno stesso vigneto di varietà completamente diverse tra loro, rappresentava un errore grave e persistente: «È imprescindibile la specializzazione dei vigneti […]. La parola illuminata del commendatore Zerilli a Milazzo e gli studi del barone Mendola di Favara, nei suoi possedimenti in provincia di Girgenti, sono troppo individuali e isolati, perché si possa sperare che i loro conterranei ne accettino e adottino sollecitamente i dettami» [2].

Si era ancora in una fase nella quale, accanto a una ristretta cerchia di viticoltori aristocratici e borghesi molto esperti e lungimiranti, continuavano a operare proprietari e mezzadri poco consapevoli dei progressi e delle conoscenze che andavano maturando nella cura del vigneto.

Lionardo Vigo, ritratto di Antonino Bonaccorsi

Lionardo Vigo, ritratto di Antonino Bonaccorsi

Uno dei contributi più originali della prima metà dell’Ottocento venne da una personalità del mondo letterario quale è stato il poeta e filologo di Acireale Leonardo Vigo, il quale intervenne sulla questione della decadenza enologica siciliana, spostando l’attenzione sulla priorità di una buona viticoltura senza la quale sarebbe stato illusorio pretendere la produzione di buoni vini: «Da Trapani a Messina a Pachino possediamo cento varietà della vitis vinifera atte a’ vini bianchi, neri, dolci, asciutti, leggieri, violetti, alcoolici, bruschi, abboccati, navigabili o no, […] e ignoriamo quali siano, ove come si coltivino, quale delle usate colture è preferibile, quali siano i cento modi come si fabbrica il vino nelle 300 comunità siciliane» [3].

Ma il contributo del barone Mendola di Favara eccelle su tutti. In particolare, con Giuseppe Antonio Ottavi, fondatore del prestigioso periodico «Il Coltivatore» che si pubblicava a Casale, avviò un’intensa collaborazione, che si tradusse, fra l’altro, nell’incarico ufficiale – conferito dal Consiglio provinciale agrigentino, proprio su proposta di Mendola – di redigere un progetto per impiantare un Istituto per il miglioramento dell’agricoltura: «Accettai l’incarico – scriveva Antonio Ottavi – e già sullo scorcio di aprile 1865 io scendeva [sic] a Porto Empedocle coll’intento di percorrere, come feci, in vario senso la Provincia. Stesi, alcune settimane dopo, una breve relazione, alla quale seguì poscia l’accennato progetto» [4] che sarebbe stato accettato dal Consiglio. I ripetuti incontri di lavoro avuti da Ottavi con Giuseppe Inzenga, a Palermo, e con Antonio Mendola e i proprietari terrieri marchese Cafisi e barone Genuardi, a Favara e Agrigento, portarono anche a un altro importante risultato: la pubblicazione di una monografia di Principii generali di agricoltura per le regioni calde con applicazioni alla provincia di Girgenti, che l’agronomo Ottavi realizzò proprio grazie ai sopralluoghi compiuti in quella provincia.

Giuseppe Inzenga

Giuseppe Inzenga

Da cosa nasceva la reciproca stima tra questi due personaggi così culturalmente e geograficamente diversi e distanti? Il Mendola aveva cominciato a creare nei suoi possedimenti una delle più grandi e importanti collezioni di viti provenienti da ogni parte del mondo, oltre che dalle diverse regioni italiane, che avrebbe raggiunto il ragguardevole numero di circa tremila varietà. Già nel 1868, Mendola aveva pubblicato un primo elenco della sua collezione riguardante circa 1200 diverse viti coltivate nei poderi di Favara, dove dedicava tempo e intelligenza a sperimentare e a studiare i risultati delle ibridazioni, cioè dell’incrocio tra soggetti della stessa specie per ottenere viti migliori.

Come ricordava il professor Salvatore Accardi, «[…] creò nuove varietà, talune delle quali pregiatissime. Al professor Cerletti dedicò il Catarratto moscato Cerletti» [5], ottenuto da seme di Catarratto bianco fecondato artificialmente con Zibibbo. Sue creature furono anche il Catarratto bianco Caruso, in onore del professor Girolamo Caruso; la Malvasia nera Rovasenda, il Mantonico nero Inzenga, il Moscato Pulliat e l’Olivetta nera Marès, in onore dei tre grandi ampelografi Giuseppe di Rovasenda, e dei francesi Victor Pulliat e Henri Marès, nonché del suo primo maestro, Giuseppe Inzenga, direttore dell’Istituto Agrario Castelnuovo di Palermo.

Il contributo dello studioso favarese si rivelò altrettanto prezioso e fondamentale nella predisposizione della documentazione ampelografica che integrava la relazione di Abele Damiani, per la parte riguardante la Sicilia, negli atti dell’inchiesta agraria pubblicati nel 1884. Il relatore parlamentare non esitava a riconoscere che, nelle province a forte connotazione viticola, «si dà molta importanza al piantamento e alla coltivazione della vigna, che del resto praticasi con metodi diversi. Quanto alla scelta dei vitigni ancora si è indietro. Spesso non viene data la preferenza ai migliori» [6]. I dati sulle varietà delle diverse province furono in maggior parte forniti dal Mendola e cioè, per ciascuna provincia, con esclusione di quella di Palermo, erano le seguenti: Caltanissetta-Enna 36; Catania 21, Girgenti 95, Messina 46, Siracusa-Ragusa 39 e Trapani 41; non considerando, quindi, i dati della provincia di Palermo, si segnalavano le denominazioni di 278 varietà! Si badi, a quella data gli effetti della fillossera nellʼIsola non si erano ancora fatti sentire.

Francesco Minà Palumbo

Francesco Minà Palumbo

In Italia, l’allarme era stato lanciato nel 1870 dalla «Rivista di Agricoltura, Industria e Commercio» di Firenze, con la notizia dell’avvenuta infestazione delle viti francesi e con le informazioni allora disponibili sul comportamento del parassita. A novembre dello stesso anno il medico castelbuonese Francesco Minà Palumbo mostrava di essere già ben  documentato, come rivela la sua prima corrispondenza sull’argomento, inviata al direttore del bollettino del Comizio agrario di Noto. E quando ancora in Italia molti si illudevano che la fillossera non avrebbe varcato le Alpi, lui scriveva – nel 1874 – di resistenza delle viti americane e indicava una possibile soluzione al male con il quale presto o tardi ci si sarebbe dovuti confrontare.

In una lettera da Castelbuono dellʼaprile 1880, pubblicata in «L’Agricoltura Italiana», dell’Istituto agrario dell’Università di Pisa, riferiva del primo focolaio di infezione scoperto in Sicilia nel territorio di Riesi, manifestando la convinzione dell’avvenuta diffusione in altre zone non ancora individuate. Come noto, la legislazione adottata in Italia prevedeva che si procedesse tempestivamente a limitare le zone infette e a distruggere le piante colpite e buona parte di quelle prossime.

Concreto e pragmatico, Minà Palumbo proponeva di accordare premi e incoraggiare gli studi sulla biologia dell’insetto, lasciando liberi i proprietari di introdurre vitigni resistenti al parassita. Sul terreno della divulgazione si rivelò molto impegnato compilando, nel 1881, per il  periodico dell’Istituto agrario pisano, una rassegna sull’argomento di 265 titoli, tra monografie e articoli di riviste, pubblicati in Italia dal 1868 al 1880.

Quando finalmente ci si rese conto dell’inutilità del sistema distruttivo regolato dalla legge e si cominciò a investire sulla creazione di piante resistenti mediante incroci tra varietà americane e indigene, Minà Palumbo diede il suo contributo pionieristico. Le sue indicazioni erano ispirate a concretezza e prudenza; ogni esperimento andava ponderato e verificato ripetutamente, nella consapevolezza che non esistesse la soluzione universale applicabile a tutti i terreni e che la compatibilità tra “piede americano” e vite locale da innestare sarebbe stata trovata solo dopo innumerevoli prove. I suoi interventi sulla stampa specializzata erano sempre improntati alla necessità di svolgere una funzione didattica nei confronti dei viticoltori che in larga parte affrontavano la ricostituzione dei propri vigneti con approssimazione e scarsa competenza, come ebbe a lamentare nelle pagine del periodico del Comizio agrario palermitano, mettendo a disposizione una selezione ragionata delle principali caratteristiche di alcune varietà americane.

Pietro Doderlein

Pietro Doderlein

Non visse tanto da assistere al pieno successo delle sue intuizioni sulla validità della tutela delle biodiversità e della sperimentazione agronomica, ma i risultati conseguiti nel primo ʼ900 si devono anche alla sua visione moderna della botanica. Una nuova generazione di viticoltori avrebbe raggiunto il traguardo.

La Società di Acclimazione di Palermo, allora presieduta dal barone Sciacca della Scala, intervenne con analoga tempestività, dando incarico a due soci docenti universitari – lo zoologo Pietro Doderlein e il chimico Emanuele Paternò – di recarsi nel territorio di Riesi per accertare direttamente la vastità dell’invasione fillosserica. I due illustri studiosi, nel corso dell’ispezione, constatarono che l’arrivo del parassita poteva farsi risalire almeno a otto anni prima della “scoperta” ufficiale e che, ciò nonostante, i vigneti avevano continuato a essere produttivi. Ne deducevano non soltanto che la fillossera aveva mostrato di progredire con relativa lentezza rispetto ad altre zone d’Italia, ma anche che la distruzione dei vigneti prevista dalla legge avrebbe dovuto contemplare un’entità di risarcimento ai proprietari corrispondente al valore dei raccolti stimabili, caso per caso, almeno da uno a quattro annate di produzione. La distruzione immediata dei vigneti infetti e di quelli limitrofi apparentemente integri, comportava perdite effettive maggiori di quelle che si sarebbero prodotte non intervenendo affatto.

La sottolineatura del tema dei risarcimenti centrava in pieno uno dei nodi sociali della questione che la propagazione della fillossera stava generando: come era pensabile sviluppare unʼefficace campagna di sensibilizzazione e di prevenzione senza la convinta e generale collaborazione dei diretti interessati?

La distruzione dei vigneti disposta e praticata nel corso del 1880 – che prevedeva la recisione delle viti a 20-30 cm. dal suolo – nelle due province di Caltanissetta e di Messina, riguardò circa 51 ettari di vigneto, 17 dei quali nella zona di sicurezza, cioè di piante ancora integre, ma contigue a quelle infette. Le parti così recise venivano bruciate e i monconi imbiancati con latte di calce; si procedeva poi a irrorare le radici con il solfuro di carbonio (nocivo alla salute degli operatori, ma la sensibilità su questo aspetto era allora quasi inesistente), circa 40 grammi di insetticida per ognuno dei 5 fori praticati attorno a ciascuna pianta che, subito dopo, venivano richiusi per evitare dispersione dei vapori. Purtroppo questi interventi si rivelarono non solo inefficaci ad arrestare la propagazione del parassita ma anche molto costosi.

Antonio Mendola

Antonio Mendola

Nel 1882, Antonio Mendola, sollecitato a fornire un parere sulla validità dell’utilizzo delle viti americane, non esitava a dichiarare come l’unico modo di premunirsi contro la fillossera fosse proprio quello di confidare «nellʼimpianto di vigneti a viti americane resistenti». In particolare, consigliava «[…] come porta innesti resistentissimi la Vitis Solonis ed il York Madeira. Li coltivo da anni e prosperano egregiamente in Sicilia; […] Il Solonis è infruttifero – poco frutta il York Madeira – bisogna innestarli colle nostre viti. Da ciò nasce il ceppo bimembre cioè colla radice americana resistente e colla chioma europea fruttificante» [7]. Il barone aveva già imboccato una strada precisa e suggeriva di creare anche una collezione di ceppi “negativi”, cioè di innestare il Solonis, il York-Madeira e qualche altro vitigno americano su ceppi tra i più robusti di quelli indigeni.

A fine novembre 1883, la Società di Acclimazione palermitana deliberava di impiantare nel proprio giardino sperimentale un vivaio di viti americane e contemporaneamente di istituire una scuola pratica di innesto, per accelerare il processo di ricostituzione dei vigneti su ceppi resistenti. Ancora una volta, Mendola si rese parte attiva facendo dono alla Società di un gruppo di 36 varietà, con relativa nota descrittiva.

Due anni dopo, finalmente, il Governo deliberava di istituire tre campi sperimentali, due dei quali in provincia di Messina e uno in Calabria, sotto l’unica direzione del professor Leobaldo Danesi, direttore della Stazione Agraria di Palermo. Intanto, nel piantonaio governativo creato nel capoluogo siciliano a Villa Camastra, erano già disponibili 30 mila viti americane di Riparia, così come nelle terre del viticoltore De Grazia, a Messina.

Sul finire degli anni Ottanta dell’800, la virulenza del parassita fillosserico non risparmiò neppure la preziosa collezione di vigneti del Mendola e solo la metà delle migliaia di esemplari «poterono salvarsi, inviandoli al Professor Segapeli di Catania, che poté innestarli nel vigneto della Regia Scuola di Viticoltura ed Enologia» [8].

Dal 20 al 26 maggio del 1888 si svolse a Palermo il 1° Congresso antifillosserico siciliano, La lunga tornata congressuale valse a fare il punto della situazione in ogni suo aspetto e a votare un ordine del giorno per chiedere al Governo di abbandonare «l’inutile sistema della distruzione» ed un altro presentato dal barone Mendola e dall’agronomo Alberti con il quale si chiedeva: «Che il vivaio di viti americane, oltre a offrire soggetti resistenti ottenuti per talee, [producesse anche] individui innestati belli e fatti e per opera di tecnici delegati all’uopo» [9]. Il congresso, alla presenza di numerosi viticoltori rappresentò la prima grande occasione per acquisire informazioni aggiornate e utili sull’utilizzo di viti americane, come quelle rese dal viticultore messinese, Giuseppe De Grazia.

Federico Paulsen

Federico Paulsen

Lʼaltro grande protagonista assoluto della rinascita del vigneto siciliano su piede americano fu senzʼaltro Federico Paulsen, nato a Roma nel 1861; laureatosi alla Scuola Agraria di Portici, si trasferì a Palermo nel 1885 a seguito della nomina ad assistente ai vivai di viti americane, pienamente operativo e scientificamente prolifico fino al 1937, anno del suo definitivo ritorno a Roma. Della folta schiera dei cosiddetti “americanisti” – tra i quali Antonio Ruggeri, Clemente Grimaldi, Corrado Montoneri, Vincenzo Prosperi, Giuseppe Ceccarelli, Angelo Longo, Domizio Cavazza, e Alberto Pirovano – Paulsen veniva considerato il capofila.

La questione dell’adattabilità delle viti americane rappresentava lo snodo principale della strategia di ricostituzione dei vigneti, in quanto non si trattava di scegliere la più resistente al parassita tra la moltitudine di varietà, bensì quella e solo quella che risultasse miglior portainnesti. E Paulsen si sforzava di far comprendere ai proprietari di vigneti che dovere attendere anche 4 anni prima di essere certi di aver trovato il portainnesti compatibile con il proprio terreno non avrebbe dovuto né stupire, né scoraggiare.

Una delle prime esperienze da lui condotte fu quella di studiare le affinità che potevano esistere fra i principali vitigni americani e le diverse varietà di Vitis vinifera, coltivate nell’agro palermitano e, a tale scopo, 

«[…] tentai gli innesti di PerriconeInzoliaCatarattoCataneseNireddoZibibbo su Riparia, Yorck, Taylor, Clinton, Solonis, eseguendo gli innesti su talee, a tavolino, a spacco inglese, usando il coltello Kund. Da molti studiosi di questa materia è stato discusso se sia più vantaggioso innestare sul posto, ovvero di fare l’innesto a tavolino, e mettere quindi le talee innestate a vivaio per trapiantarle poi nell’anno seguente. […] io sono portato, in queste regioni, a consigliare sempre di dare la preferenza al piantamento diretto delle viti americane e all’innesto sul posto» [10].

Il Ministero di Agricoltura, fin dal 1888, aveva chiesto a Paulsen di occuparsi anche di ibridazione delle viti americane e Paulsen, allo scopo di ottenere un buon portainnesti per i terreni calcarei, iniziò a programmare sia gli accoppiamenti tra Berlandieri, Cinerea e Cordifolia con vitigni Rupestris e Riparia, sia di vitigni nostrali con Aestivalis e Rupestris.

Il 1° luglio del 1896, Paulsen fu nominato direttore di ruolo del “Vivaio Governativo di Viti Americane di Palermo” e, nell’agosto dell’anno successivo, direttore tecnico della “Associazione per lo sviluppo ricostituzione e miglioramento dei vigneti siciliani”, costituitasi per iniziativa di quella élite aristocratico-borghese, ancora influente a Palermo, composta da Giuseppe Lanza, conte di Mazzarino, Pietro Ballestreros, marchese di Bongiordano, Ignazio Florio jr., Giosuè Whitaker, il mazarese Vito Favara Scurto, Girolamo Settimo, principe di Fitalia, Giuseppe Artale, marchese di Collalto, l’agronomo Antonino Romano, Domenico Sommariva e Paolo Guerra.

Nel barbatellaio di Santa Flavia, da lui diretto con lʼassistente Nereo Maggioni, «gli innesti su talee di Berlandieri innestate con marze di Catarratto furono piantati dal 20 al 30 novembre 1897, e contemporaneamente furono piantate anche le talee di Berlandieri» [11].

Duca Enrico Alliata

Duca Enrico Alliata

Nella tenuta del principe di Butera, a Bagheria, si sperimentava, invece, la resistenza degli ibridi ottenuti a Palermo dallo stesso Paulsen. E nel territorio di Marsala, nel 1898, appena la fillossera venne rilevata, si costituì il “Consorzio Antifillosserico fra i Viticoltori marsalesi”, presieduto dal professor Ferdinando Vallese. Accanto a queste iniziative avviate da organismi di natura pubblica o da consorzi, si svilupparono anche quelle di singoli proprietari.

Nel 1899, Enrico Alliata duca di Salaparuta si rivolse al più importante vivaista privato dell’Isola che si trovava a Milazzo, e cioè Giuseppe Zirilli Lucifero, per lʼacquisto di 15 mila barbatelle di vite americana da fare innestare con le varietà indigene richieste: 

«Io vi fornirò – scriveva Zirilli il 30 dicembre 1900 – la quantità di barbatelle di Rupestris du lot che vi saranno necessarie, che voi farete piantare secondo le mie indicazioni e io m’impegno ad innestarvele, nel modo e nel tempo che crederò più opportuni, a mie spese, rischi e pericoli, dovendovele consegnare innestate e vegetanti a fine luglio p.v. […] È stabilito che fornirete agli operai che potrò mandar sul luogo l’alloggio coi relativi letti. Il vitigno nostrano che dovrò innestare sarà il catarratto bianco e non altro, e voi sarete tenuto ad apprestarmi le marze che mi saranno necessarie, sia legnose, sia erbacee secondo quanto le richiederò. Ove il terreno nel quale sarà piantata la vigna fosse irrigabile ed entrambi noi fossimo di accordo d’irrigare, le irrigazioni dovranno esser fatte quando e come io ordinerò, ben s’intende a vs. spese, non dovendo io, oltre la fornitura delle barbatelle, sostenere altra spesa che quella dell’innestatura» [12]. 

Le raccomandazioni, i consigli, il dettaglio dei rispettivi impegni formalizzati lettera dopo lettera, delineavano un rapporto non di mera compravendita di piantine e di assistenza per gli innesti, bensì una vera e propria direzione colturale a distanza da parte dello Zirilli, il quale forniva indicazioni utili a correggere i metodi in uso nell’agro palermitano, al fine di far rinascere il vigneto che la fillossera aveva compromesso: 

«Lo scasso a 50 cm – precisava il 3 gennaio – è assolutamente insufficiente. È invero peccato che nella vs. provincia, dopo che si spende tanto per ricostituire, sia invalso l’uso di meschinissimi scassi per non spendere un po’ dippiù! Credetemi non è un’economia; tutt’altro anzi! Io vi consiglio di arrivare ad un metro, per come molti lo abbiamo fatto qui in terreni anche duri come il metallo. Ma se a tale profondità non volete andare, spingetevi almeno a 85 centimetri; e ritenete che più profondamente scassate più economizzate. Finito lo scasso ed appianata la terra farete assestare la vigna con le canne e mi avviserete. Occorre però fare molta attenzione:
1° che i magliuoli siano perfettamente asciutti quando si conservano;
2° che la sabbia sia assolutamente asciutta, proprio secca, e se in quest’epoca è difficile farla seccare al sole, la si fa seccare in un forno. Purché la s’impieghi quando è ben raffreddata» [13]. 

La varietà ampelografica Catarratto era dominante da secoli, soprattutto nei vigneti della provincia di Trapani, ma non in quella di Palermo dove prevalevano CalabreseLatina comuneMantonicoMuscatello, Guarnaccia, e neppure in Sicilia orientale. La decisione quindi di impiantare nell’ex feudo del duca Enrico un tipo diverso di vite rispondeva evidentemente a un nuovo orientamento enologico che si intendeva adottare. Ciò, però, comportava dei problemi non indifferenti che lo Zirilli, con avvedutezza, segnalava in una lettera successiva: 

«Poichè il catarratto a Casteldaccia è quasi sconosciuto e poiché nel predetto caso io dovrò innestare le barbatelle in erbaceo, come farete voi a fornirmi a suo tempo le marze erbacee non avendo vigne di catarratto dalle quali tagliarle?» [14]. 

Le obiezioni di Zirilli erano più che ragionevoli e, infatti, il duca Enrico convenne sulla soluzione di acquistare i magliuoli di Catarratto a Partinico e di attendere l’arrivo di un operaio di fiducia dello Zirilli per istruire i viticoltori locali: 

«Or siccome intendo non risparmiar nulla perché la vs. vigna riesca il meglio che sia possibile è mia intenzione mandare al momento del piantamento un giovane operaio di mia fiducia da qui il quale farà vedere al vs capo operaio come desidero che le barbatelle siano piantate e, iniziato il lavoro, dopo un paio di giorni se ne tornerà»[15]. 
Giuseppe Zirilli

Giuseppe Zirilli

Il giovane Antonino Anania, «fra i migliori giovani operai di cui io disponga», precisava Zirilli, fu effettivamente inviato a Casteldaccia a metà del mese di marzo con le casse di barbatelle di vite americana. A fine maggio del 1901, lo stesso operaio tornava a Casteldaccia per l’avvio delle operazioni di innesto delle marze di Catarratto, svolgendo allo stesso tempo attività di istruzione nei confronti dei lavoranti del duca. Inoltre, se necessario, lo Zirilli si dichiarava pronto ad inviare altri cinque innestatori da Milazzo, per completare le operazioni in un paio di settimane. Nel successivo mese di luglio sarebbe stato sul campo ancora Anania, «per sciogliere gl’innesti».

La scelta del duca di sviluppare due vitigni classici dell’area occidentale della Sicilia rappresenta un dato interessante: vitigni pressoché ignorati nel palermitano cominciarono a  essere coltivati dal duca Enrico nei primi anni del 900; 6.000 innesti di Catarratto e Inzolia vennero impiantati su piede americano di Rupestris Monticola. 

Nelle tenute del duca di Salaparuta, – scriveva una fonte giornalistica nel 1905 – i vitigni InzoliaCatarrattoSauvignon de Sauternes «sono tutti già ricostituiti su ceppi americani, e ci fa piacere vedere un appezzamento di vigna innestato personalmente dal Duca Enrico, che volle personalmente dirigere la ricostituzione dei vigneti distrutti dall’invasione fillosserica. […] Tra le molte varietà emerge una specie di vite creata dal Duca Enrico a mezzo d’ibridazioni, ed è veramente splendida per la gran quantità di grappoli che porta unitamente ad una fertilissima vegetazione» [16]. 

Nel 1933, l’infaticabile ultrasettantenne Paulsen compilava una relazione sull’andamento dei vigneti sperimentali il cui contenuto spiega meglio di qualunque indagine biografica la qualità e serietà scientifica del suo operato: 

«Le numerose ibridazioni eseguite in successivi anni nel Vivaio di Viti Americane di Palermo e che ammontano a più di una decina di migliaia, sono state prima, come ebbi occasione di dire in altre mie relazioni, passate in esame in terreni eminentemente fillosserati. Quivi sono state sottoposte a ripetute fillosserazioni, in modo da accertare la loro più o meno resistenza alla fillossera. Malgrado la maggior parte delle ibridazioni derivassero da incroci di varietà americane con altre americane, pur tuttavia la prova della resistenza alla fillossera ha fatto scartare inesorabilmente un gran numero di ibridi creati» [17]. 

Individuati i pochi più resistenti, si procedeva alla seconda selezione, impiantandoli in terreni calcarei (quelli prevalenti in Sicilia) per valutarne l’adattamento; infine, gli ibridi americani superstiti venivano innestati con i diversi vitigni locali: 

«Gli ibridi che avevano vittoriosamente superato queste prove sono stati da me in seguito distribuiti in molteplici vigneti sperimentali, sparsi nell’isola e rappresentanti le più svariate condizioni di terreno e di clima, per meglio fissare l’area di adattamento, continuando annualmente a raccogliere le osservazioni sulla resistenza alla fillossera, l’adattamento al terreno e l’affinità coi vitigni locali» [18]. 

La scelta “americanista” si sarebbe rivelata l’unica realmente efficace, pur se avrebbe richiesto anni di sperimentazioni e di verifiche. La diffusione della fillossera segnò una svolta epocale nella storia della viticoltura europea, non solo siciliana ed ebbe ripercussioni gravi sia sul piano agronomico, sia su quello economico e sociale, a danno di larghi strati della popolazione rurale. L’avanzata implacabile dell’afide travolse l’azione di prevenzione delle autorità pubbliche, le ipotesi iniziali della comunità scientifica sulla biologia del parassita e i rimedi per sconfiggerlo. Ma grazie a questo nutrito esercito di agronomi e di intelligenti e appassionati vignaioli la viticoltura siciliana tornò a rivivere. 

 
Note
[1] Primi studi ampelografici nei circondari di Catania e di Acireale, relazione a firma del presidente della Commissione ampelografica provinciale di Catania, Michele Turrisi Scammacca, e dell’ispettore Giuseppe Frojo, «Bullettino ampelografico», 1878, fasc. IX: 888.
[2] A. GREGORI, Viticoltura e vinificazione in Sicilia, «A. A. S.», vol. VIII, 1876: 201-202.
[3] L. VIGO, Dei bisogni della coltura e del commercio dei vini in Sicilia, «Foglio di Annunzj», anno I-1845, n. 2: 5.
[4] G. A. OTTAVI, Principii generali di agricoltura per le regioni calde con applicazioni alla provincia di Girgenti, Tip. E. Maffei, Casale 1866: 3.
[5] S. ACCARDI, In memoria del barone Antonio Mendola. Sunto del discorso commemorativo pronunziato il 12 ottobre 1912 in Favara, Stamp. Montes, Girgenti 1913: 4 e 6.
[6] Atti della Giunta per la Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola, Roma 1884, vol. XIII, t. II – Relazione del Commissario Abele Damiani, tomo I, fasc. I – Parte generale: 75-76.
[7] A. MENDOLA, Poche parole sulle viti americane resistenti, «G. A. S. A.», vol. XXII-1882: 150.
[8] F. ALFONSO, Necrologio del barone Antonio Mendola, «Nuovi Annali di Agricoltura Siciliana», vol. XIX, 1908: 249.
[9] G. PAOLINO-PISTONE, Congresso Antifillosserico, «Giornale del Comizio cit.», anno XX-1888: 155.
[10] F. PAULSEN, Andamento generale del vivaio governativo di viti americane in Palermo, «G. A. S. A.», vol. XXX-1890: 495.
[11] Le viti americane in Sicilia, «S. C. I.», n. 10, 5 marzo 1899: 1.
[12] Archivio di Stato di Palermo, Archivio Alliata di Villafranca, b. 1823, lettera di Giuseppe Zirilli Lucifero al duca di Salaparuta, Milazzo, 30-12-1900.
[13] Ivi, lettera di Giuseppe Zirilli Lucifero al duca di Salaparuta, Milazzo, 3-1-1901.
[14] Ibidem, Milazzo, 6-1-1901.
[15] Ibidem, Milazzo, 28-2-1901.
[16] Fattoria Corvo Casteldaccia, «S. C. I.», n. 26, 25 giugno 1905: 1.
[17] F. PAULSEN, Relazione sull’andamento dei vigneti sperimentali in Sicilia istituiti dal R. Vivaio di viti americane di Palermo, Tip. A. Giannitrapani, Palermo 1933: 5.

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