Svolta storica a Copenaghen: cancellato dopo 130 anni lo storico
dicastero per fare spazio alla tutela ecologica e al benessere animale.
La tutela ambientale e il benessere animale non sono più temi
marginali, ma priorità di governo. In un’Europa che affronta una profonda crisi
climatica e la perdita di biodiversità, la Danimarca ha compiuto una scelta
senza precedenti: archiviare lo storico Ministero dell’Agricoltura per
sostituirlo con il nuovo Ministero per la Natura e il Benessere degli animali.
Il
modello danese: la natura prima della produzione
Annunciata dalla premier Mette Frederiksen, la riforma cancella
un dicastero rimasto attivo per 130 anni. Le competenze del vecchio settore
agricolo sono state parcellizzate tra cinque diversi ministeri, ridisegnando la
direzione del settore primario. Al nuovo ministro Christian Rabjerg Madsen
spetta il compito di guidare la transizione verde e coordinare “l’Accordo Tripartito
Verde”. L’ambizioso piano prevede lo stanziamento di 3 miliardi di corone
danesi (circa 401 milioni di euro) per convertire centinaia di migliaia di
ettari di terreni agricoli in aree protette e parchi naturali entro il 2030.
La vera sfida riguarderà la ristrutturazione dell’industria
suinicola. La Danimarca è tra i maggiori esportatori globali di carne di
maiale, ospitando una popolazione di suini cinque volte superiore a quella
umana. Il nuovo ministero dovrà contrastare le criticità degli allevamenti
intensivi e pratiche controverse come il taglio della coda ai suinetti,
mettendo il benessere animale al centro dell’agenda politica e svincolando la
tutela degli ecosistemi dagli interessi economici dell’industria.
One
Health
La ristrutturazione istituzionale intrapresa a Copenaghen non
rappresenta una scelta isolata, ma si inserisce pienamente nella cornice di
“One Health”, l’approccio integrato e unificante promosso dall’OMS per
bilanciare e ottimizzare in modo sostenibile la salute di persone, animali ed
ecosistemi. Secondo le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità,
la salute degli esseri umani, degli animali domestici e selvatici, delle piante
e dell’ambiente in senso ampio sono strettamente collegate e interdipendenti.
L’OMS sottolinea che nessuna singola disciplina o settore può affrontare da
solo le minacce sanitarie globali (come la sicurezza alimentare o le resistenze
antimicrobiche); di conseguenza, l’abolizione del dicastero agricolo danese a
favore di una governance focalizzata su natura e benessere animale traduce
concretamente la necessità — evidenziata dall’OMS — di una collaborazione
intersettoriale che metta in primo piano la prevenzione e l’integrità degli
ecosistemi rispetto alle sole logiche produttive.
La Danimarca è tra i maggiori
esportatori globali di carne di maiale
Il confronto con
l’Italia: un enorme conflitto d’interessi
Mentre la Danimarca separa nettamente la vigilanza sulla salute
e sulla sostenibilità dalle logiche produttive, l’Italia si muove in una
direzione diametralmente opposta, sollevando seri interrogativi di
carattere etico e scientifico.
Nel contesto italiano, le linee guida ufficiali
per una sana alimentazione vengono definite e pubblicate dal CREA (Consiglio
per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria). Il CREA è il
principale ente pubblico di ricerca dedicato alle filiere agroalimentari, ma la
sua struttura è sottoposta alla diretta vigilanza del Masaf (Ministero dell’agricoltura,
della sovranità alimentare e delle foreste).
Questa interdipendenza configura un macroscopico conflitto
d’interessi: l’organismo scientifico che dovrebbe orientare i consumi dei
cittadini verso scelte salutari e indipendenti opera sotto l’egida del
ministero che ha come missione primaria la tutela economica, la promozione e il
profitto dei produttori agroalimentari e degli allevamenti intensivi nazionali.
Se la Danimarca dimostra che la salute della natura e degli
animali richiede rappresentanti politici slegati dalle lobby industriali, il
sistema italiano è ancora ancorato a una visione in cui chi produce cibo
finisce, inevitabilmente, per scriverne le regole di consumo. Un paradosso che
l’Europa di oggi non dovrebbe più ignorare.
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