giovedì 1 ottobre 2026

OTTOBRATA ZAFFERANESE 2026 giunta ormai alla 46^ edizione.

 

La manifestazione finanziata, per buona parte, dall’Assessorato Regionale dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea- Dipartimento Regionale dell’agricoltura e organizzata da un Comitato all’uopo costituito per organizzare l’evento.

La manifestazione diffonde, favorisce e valorizza i prodotti agricoli, agroalimentari, silvicolturali e le specialità gastronomiche della Sicilia.

Dedica attenzione alla salvaguardia e valorizzazione della biodiversità di varietà vegetali e animali locali e agli aspetti legati alla sostenibilità ambientale delle produzioni.

La manifestazione nasce dall'esigenza di creare una variegata offerta culturale artistica, ricreativa ed economica finalizzata alla qualificazione della vocazione turistica dei zafferanesi e dare così vita ad una accattivante opportunità per il turista che visitando il nostro territorio sarà motivato a fermarsi per ammirare le bellezze di Zafferana Etnea e riscoprirne i gusti e le tradizioni di un tempo della sicilianità.  Il Comune di Zafferana Etnea, riconoscendo il valore del proprio territorio, vuole far leva su strategie adatte che permettano di valorizzare e individuare le vere capacità di chi ha investito in questa terra, individuando quelle politiche che prevedono programmi e iniziative di sviluppo sostenibile del territorio e dell'economia stessa, valorizzando la varietà e la ricchezza dei prodotti alimentari come per esempio:

- mieli -funghi porcini dell’Etna -castagne-vino e derivati (mostarda e vino cotto, e dolci come i mostaccioli caratteristici dolci preparati con  crema di vino cotto)  -mele dell’Etna  le famose e profumate mele denominate gelati cola.

Prevede nell'ambito di eventuali show cooking e degustazioni l'esclusione o comunque la massima limitazione dell'impiego di materie plastiche, prediligendo altri materiali riutilizzabili e/o compostabili e/o comunque riciclabili, nonché ad adottare ogni utile accorgimento per ridurre lo spreco alimentare;

favorisce la messa in rete degli obiettivi di valorizzazione delle produzioni agricole, agroalimentari e silvicolturali con quelle di promozione dell'identità culturale, delle tradizioni del lavoro e dell'attrattività turistica.

Assicura l'accessibilità rendendo disponibili le informazioni relative ai prodotti e specialità oggetto dell'iniziativa anche in lingua inglese;

Quest’anno oltre le domeniche, nell’ambito della manifestazione, per Sabato 17 ottobre,  si terrà un trekking guidato a cura delle guide di FederEscursionismo Sicilia lungo l'antica trazzera che conduceva alla Val Calanna. Durante il percorso verranno illustrate le caratteristiche vulcaniche dell'Etna e la storia della lunga eruzione che ha interessato Zafferana Etnea. A seguire, la Schola Cantorum Aetnensis proporrà un concerto di canti di montagna e della tradizione. L'evento si concluderà con la degustazione della tipica mostarda calda e un assaggio di vino locale.  









 

El Niño sull’inverno italiano: cosa aspettarsi?

 El Niño, fenomeno climatico del Pacifico tropicale è tornato in azione e sembra promettere un inverno mite e piovoso in Italia e in gran parte dell’Europa. Ma è davvero così? Certamente El Niño ha effetti indiretti anche a migliaia di chilometri di distanza, ma prevederli con precisione, ad oggi, non è possibile. Quello che invece si può affermare con ragionevole sicurezza scientifica è che El Niño e il riscaldamento globale sono fenomeni i cui effetti si sommano, aumentando la probabilità che si verifichino eventi climatici estremi. 



Correva l’anno 1997 e, per la prima volta, i media italiani si occupavano in modo massiccio e generalizzato de El Niño, fenomeno climatico del Pacifico tropicale in grado di riversare i suoi effetti in gran parte del globo, direttamente o indirettamente. In quell’anno, infatti, l’Oceano Pacifico nella fascia tropicale si riscaldò a livelli eccezionali, dando vita a quello che fu ribattezzato “El Niño del secolo”. Condizioni analoghe (sotto alcuni aspetti anche peggiori) si sono poi verificate nuovamente circa 20 anni dopo, nel 2015, con il cosiddetto Super El Niño. Oggi, che di anni ne sono passati altri 10, siamo in una situazione analoga: El Niño è tornato ad attirare l’attenzione e a presidiare il flusso delle news. Cosa sta succedendo? Ancora una volta, un riscaldamento record, che polverizza i precedenti. Dei possibili effetti sul clima europeo di questo innalzamento si sta dicendo e scrivendo molto, spesso facendo confusione. C’è, ad esempio, chi dice che El Nino eccezionalmente caldo si tradurrà in un inverno molto freddo per il vecchio continente, e chi scommette, invece, all’opposto, su un dicembre e gennaio particolarmente miti. La verità, stavolta, non sta nel mezzo ma nella chiarezza. E soprattutto sta nel non lasciarsi prendere la mano dalla voglia di fare vaticini, limitandosi invece a stare sui dati scientifici. Proviamoci, partendo dalla base. O anche da un po’ prima.

Cos’è El Niño, di preciso?

Perché per capire bene che cos’è El Niño è opportuno partire dalla cornice di cui fa parte, cioè l’ENSO (El Niño–Southern Oscillation), il fenomeno climatico che descrive l’interazione tra acqua (oceano) e aria (atmosfera) nel Pacifico tropicale. 

L’ENSO si compone di tre condizioni principali: 

  • El Niño, che rappresenta la fase di riscaldamento delle acque; 
  • La Niña, che rappresenta la fase di raffreddamento delle acque;
  • una fase neutrale, durante la quale non prevalgono le caratteristiche di nessuna delle altre due. 

Non si tratta quindi di tre fenomeni distinti, ma di diverse fasi dello stesso ciclo climatico, l’ENSO appunto.

Ma scendiamo ancora un po’ nel dettaglio.

  • Durante la fase neutrale dell’ENSO, i venti alisei (venti planetari regolari e costanti) soffiano da est verso ovest e spingono le acque superficiali più calde verso l’Indonesia e l’Australia. Lungo le coste del Sudamerica, invece, risalgono dalle profondità acque più fredde e ricche di nutrienti, attraverso un processo chiamato upwelling ( o risalita dalle acque profonde)
  • Durante El Niño, invece, gli alisei si indeboliscono e, in alcuni casi, cambiano direzione. Le acque calde possono così spostarsi verso est e accumularsi nel Pacifico centrale e orientale, provocando un riscaldamento anomalo e persistente della superficie dell’oceano. Il livello raggiunto dalla temperatura superficiale definisce l’intensità del fenomeno, monitorata attraverso l’indice Niño 3.4, 
  • Infine, durante La Niña avviene, in generale, il contrario: gli alisei tendono a rafforzarsi, le acque calde vengono spinte maggiormente verso ovest e nel Pacifico centrale e orientale aumenta la presenza di acque superficiali più fredde.

Il ciclo ENSO non segue un calendario fisso. Le sue diverse fasi si alternano generalmente nell’arco di alcuni anni, ma con durata e intensità variabili. Un episodio di El Niño o La Niña può durare diversi mesi e, in alcuni casi, protrarsi per circa un anno o più. Tra un episodio e l’altro può esserci una fase neutrale.

Quali sono gli effetti de El Nino e dove si verificano

Veniamo ora alle conseguenze di questo fenomeno. Gli effetti di El Niño si manifestano innanzitutto nelle aree tropicali, dove il riscaldamento del Pacifico centrale e orientale modifica la distribuzione delle piogge e delle aree soggette a siccità. In Sudamerica, per esempio, gli studi basati sulle osservazioni della portata dei fiumi mostrano che durante gli episodi di El Niño aumenta sensibilmente il rischio di inondazioni nel bacino del Río de la Plata e il rischio di siccità nel bacino amazzonico. A livello globale, gli anni caratterizzati da El Niño sono inoltre associati a un aumento  di eventi climatici estremi, anche se gli effetti variano molto da una regione all’altra. Inoltre, El Niño influenza anche l’attività dei cicloni tropicali, tendendo a ridurre la formazione degli uragani nell’Atlantico e ad aumentarne l’attività nel Pacifico, oltre che modificando le condizioni atmosferiche che favoriscono lo sviluppo e il percorso di questi fenomeni. Il forte riscaldamento del Pacifico contribuisce infine ad aumentare la temperatura media globale, rendendo più probabile che gli anni caratterizzati da El Niño raggiungano valori termici particolarmente elevati.

Ci sono poi gli effetti a distanza, che possono arrivare anche in Europa, propagandosi attraverso onde atmosferiche. In questo caso, però, il legame è più debole e complesso e non si può parlare in termini di certezze ma di aumento delle probabilità. El Niño, infatti, non determina direttamente il tempo atmosferico di una singola giornata o di una singola stagione ma può modificare la probabilità che si verifichino determinate condizioni di venti e pressione atmosferica. Per questo motivo, alcuni episodi di El Niño, soprattutto quelli più intensi, sono stati associati a una maggiore probabilità di inverni europei più miti e a una riduzione delle occasioni di neve alle basse quote. Il rapporto, però, non è automatico, perché la risposta dell’atmosfera europea cambia da un episodio all’altro e dipende anche dalle condizioni presenti contemporaneamente negli altri oceani e nell’atmosfera.

Per chiarire ancora meglio la questione degli effetti di El Nino, può essere utile analizzare più da vicino cosa accadde a livello globale nei due precedenti storici già citati in apertura.

  • El Niño 1997. Tra la fine del 1997 e i primi mesi del 1998 l’indice Niño 3.4 superò i +2,3 °C, un valore che all’epoca non era mai stato registrato. Le conseguenze furono drammatiche in molte parti del mondo: inondazioni devastanti in Perù ed Ecuador, siccità estrema e giganteschi incendi in Indonesia e nel Sud‑Est asiatico, piogge torrenziali in Africa orientale e un inverno particolarmente piovoso e tempestoso in California. Si stimano circa 23.000 morti e danni per decine di miliardi di dollari. In Europa e in Italia il segnale fu più debole, ma l’inverno 1997‑1998 risultò complessivamente mite, con poca neve alle quote basse.
  • El Niño 2015. Tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 l’indice Niño 3.4 raggiunse circa +2,6 °C. Gli impatti globali furono simili a quelli del 1997, ma con alcune differenze: siccità molto forte e incendi in Indonesia e Australia, piogge intense e inondazioni in parti del Sudamerica e della California, e un contributo decisivo a rendere il 2015 e il 2016 gli anni più caldi mai registrati fino ad allora. In Europa e in Italia il segnale rimase indiretto, ma l’inverno 2015‑2016 fu nel complesso mite, con temperature sopra la media e poca neve alle quote basse.


El Niño e i cambiamenti climatici

Quanto detto finora rende evidente come El Niño sia un fenomeno naturale e non una conseguenza del cambiamento climatico di origine antropica. Il suo ciclo fa parte della variabilità naturale del sistema climatico e si verifica da migliaia di anni. Il riscaldamento globale, però, si sovrappone a questa variabilità e può modificarne gli effetti. Durante un episodio di El Niño, infatti, il calore accumulato nell’oceano viene in parte trasferito all’atmosfera, contribuendo temporaneamente ad aumentare la temperatura media globale. Questo può rendere un determinato anno eccezionalmente caldo, ma non significa che El Niño sia responsabile della tendenza al riscaldamento osservata sul lungo periodo.

Il rapporto tra questo fenomeno e i cambiamenti climatici funziona soprattutto in un’altra direzione: un pianeta più caldo può amplificare alcuni effetti di El Niño. Un’atmosfera e un oceano più caldi, infatti, contengono più energia e più umidità, condizioni che possono rendere più intensi alcuni eventi estremi associati proprio a El Niño, come ondate di calore e precipitazioni intense. Non ci sono invece ancora sufficienti dati scientifici per affermare che il riscaldamento globale stia rendendo El Niño più frequente o più intenso.

In altre parole, El Niño non è una causa del cambiamento climatico, ma una naturale oscillazione climatica che oggi si manifesta all’interno di un sistema già più caldo. È questa sovrapposizione tra variabilità naturale e riscaldamento antropico che può contribuire a produrre alcuni degli anni e degli eventi climatici più estremi.

Cosa sta succedendo oggi e cosa succederà domani: da El Nino all’inverno europeo

Veniamo all’oggi, di cui tutti stanno parlando. A partire dalla primavera 2026, il Pacifico è entrato in una nuova fase di El Niño. Secondo il Climate Prediction Center della NOAA, a settembre 2026 l'indice Niño 3.4 ha raggiunto +1,8 °C nella media di agosto, mentre le anomalie delle acque superficiali superavano +3 °C nel Pacifico equatoriale orientale. Le condizioni atmosferiche osservate confermano che si tratta di un episodio ENSO pienamente sviluppato, destinato a rafforzarsi nei prossimi mesi. La NOAA, infatti, stima:

  • una probabilità superiore al 90% che El Niño raggiunga una intensità molto forte nell'autunno e nell'inverno dell'emisfero settentrionale 2026-2027;
  • una probabilità al 75% che entro dicembre si configuri un evento classificabile come storico (cioè con una media trimestrale del Niño superiore a +2,5 °C). 

La WMO, invece, prevede a sua volta:

  • un'intensificazione verso un episodio molto forte, con il picco atteso tra la fine del 2026 e l'inizio del 2027;
  • una probabilità prossima al 100% che El Niño persista almeno fino a febbraio 2027.

C'è poi un elemento che rende il 2026-2027 particolarmente interessante ed è il contesto climatico nel quale El Niño si sta verificando, molto diverso da quello degli eventi del 1997-1998 e del 2015-2016. Infatti, la temperatura media globale è più alta e gli oceani sono più caldi. Questo, come detto, non significa che il cambiamento climatico abbia necessariamente reso El Niño più intenso o più frequente. Significa però che gli effetti di un El Niño molto forte si sommano oggi a un livello di temperatura di fondo più elevato. Il risultato può essere un aumento del rischio di eventi climatici estremi, soprattutto quando El Niño si sovrappone a condizioni locali già favorevoli a caldo, siccità o precipitazioni intense. Le prime osservazioni del 2026 mostrano proprio questa sovrapposizione. Copernicus, il programma di osservazione della Terra dell'Unione Europea, ha rilevato che agosto 2026 è stato, insieme a luglio 2023, il mese più caldo mai registrato a livello globale, mentre la temperatura superficiale degli oceani extratropicali ha raggiunto un nuovo record (sempre ad agosto). Secondo il Copernicus Climate Change Service, questo risultato riflette sia il riscaldamento globale di fondo sia il forte El Niño in sviluppo nel Pacifico.

E l'Europa? Le prime previsioni stagionali, sempre firmate Copernicus, indicano, per l'inverno 2026-2027, una probabilità superiore alla media di temperature miti su gran parte del continente e di precipitazioni sopra la media in molte aree. È però importante non attribuire automaticamente questo scenario a El Niño. Le previsioni stagionali tengono infatti conto di molti fattori atmosferici e oceanici e la relazione tra ENSO ed Europa è meno stabile di quella osservata in altre regioni del mondo. La stessa analisi ECMWF 8 European Centre for Medium-Range Weather Forecasts) mostra che la risposta europea agli episodi di El Niño varia sensibilmente da un evento all'altro.

Scopri il nostro impegno contro i cambiamenti climatici

 

Fonti

la canna da zucchero in Sicilia, una pianta identitaria

 

Il Dipartimento dell’assessorato regionale Agricoltura nell’ambito delle attività proprie della Rete Regionale Sistema della Conoscenza e dell’Innovazione in Agricoltura, ha avviato i lavori del Gruppo Tematico Canna da Zucchero nel 2022 Il Gruppo è stato attivato su proposta di un gruppo di stakeholder  

Partecipa ai lavori del Gruppo Tematico

L’iniziativa prende spunto del fatto che in Sicilia nel recente passato la coltivazione della canna da zucchero era abbastanza diffusa, come testimoniano tanti segni indelebili della coltivazione e prima trasformazione. L’obiettivo è quello di verificare se ci sono le condizioni per una reintroduzione, tenuto conto che le produzioni prodotte in altre parti del mondo, sono per così dire condite da potenti pesticidi.

Gli obiettivi generali dei Gruppi Tematici sono quelli di far interagire chi aderisce, ovvero aziende, enti di ricerca, università, enti pubblici e privati, fondazioni, associazioni, società agricole e cooperative, singoli esperti etc… Nello specifico gli obiettivi finalizzati al Gruppo Tematico sono:

– mantenere memoria storica, ed implementando con ricerche quanto di dominio pubblico

– creare archivi fotografici, con foto anche georeferenziate delle piante presenti in Sicilia e nel bacino del Mediterraneo

– creare una rete di informazioni, per generare interesse e sapere

– sviluppare interesse ed informare su eventuali bandi regionali, nazionali, europei ed extraeuropei, che possano interessare l’uso innovativo della canna da zucchero nel bacino del Mediterraneo

– condividere e scambiare informazioni tecnico-scientifiche tra Enti di Ricerca, Aziende, Università, Studenti, Testate Giornalistiche etc…

– creare e rendere fruibile un archivio attivo sempre implementabile con documenti che riguardano la cultura della Canna da zucchero

– realizzare lavori preparatori ed ufficiali come ad es. relazioni, etc…, da allegare a progetti

– realizzare laboratori esperenziali e campi dimostrativi.

 

ALLEVAMENTI INTENSIVI

 Quello che sta accadendo in Danimarca potrebbe segnare un passaggio importante nel dibattito europeo sugli allevamenti intensivi. Il nuovo governo ha deciso infatti di adottare una moratoria che vieta nuovi allevamenti intensivi di maiali e l’ampliamento di quelli esistenti.

Il provvedimento della Danimarca contro gli allevamenti intensivi

Il provvedimento è entrato in vigore il 23 settembre, non riguarda gli allevamenti biologici né quelli estensivi e sarà in vigore per 12 mesi. Nel frattempo, sarà formato un tavolo che riunisce settore agricolo, organizzazioni ambientaliste e parti sociali del comparto alimentare che, in sei mesi, dovrà definire le nuove regole per il futuro della suinicoltura, con standard più elevati di tutela del territorio e di benessere animale.

La moratoria non nasce dal nulla. Durante la campagna elettorale, il benessere degli animali – ma soprattutto gli impatti su acqua e salute del modello intensivo - è diventato una questione politica centrale, tanto da trasformare le elezioni di marzo nelle cosiddette “elezioni del maiale”. Una mobilitazione condotta da comitati locali, organizzazioni ambientaliste e forze politiche progressiste ha portato al centro del confronto le conseguenze di un modello produttivo tra i più intensivi d’Europa.



La situazione degli allevamenti intensivi danesi

La Danimarca alleva infatti circa 30 milioni di suinetti l’anno, in un Paese di poco meno di sei milioni di abitanti. Le scrofe danno alla luce regolarmente fino a 20 suinetti per figliata, ma hanno di solito 14 capezzoli (il numero di capezzoli varia a seconda della razza). Spingere la biologia di un animale a produrre più prole di quanta ne possa fisicamente nutrire causa non solo un grave stress fisico, ma anche un tasso di mortalità incredibilmente alto: circa 9 milioni di suinetti muoiono ogni anno in Danimarca, più di 25.000 al giorno.
La questione riguarda anche salute e l’ambiente: gran parte della superficie nazionale è destinato alla produzione di mangimi o ad ospitare allevamenti, invece di produrre direttamente alimenti per le persone, mentre grandi quantità di reflui zootecnici alimentano la contaminazione da nitrati delle falde e dell’acqua potabile.

Fermare gli allevamenti intensivi si può

La decisione danese mostra che una moratoria può essere uno strumento di responsabilità e non un atto contro gli allevatori. Serve a evitare nuovi investimenti sbagliati, aprire un confronto pubblico e orientare le risorse verso la riconversione, aiutando effettivamente il comparto agricolo. È proprio questo il punto: distinguere gli interventi che migliorano davvero le condizioni di allevamento, dagli ampliamenti che aumentano soltanto la scala produttiva, con impatti che ricadono sulla collettività.

Anche l’Italia è chiamata a confrontarsi con questa scelta. L’estate appena trascorsa ha mostrato la fragilità della zootecnia di fronte al caldo e alla siccità: pascoli compromessi, minore disponibilità di foraggi e acqua, aumento dei costi e calo delle produzioni. In alcune aree montane i danni ai prati e ai pascoli sono stati stimati tra il 40 e il 60%, mentre la produzione di latte e carne hanno registrato contrazioni significative. Questa crisi mostra quanto l’intero sistema sia dipendente da risorse sempre più instabili: acqua, mais, foraggi, energia e mangimi. Continuare a puntare sull’aumento dei volumi significa accrescere la vulnerabilità economica e ambientale delle aziende.

 

Non si tratta di eliminare l’allevamento, ma di ridurne e rimodellare la pressione complessiva, sostenere le piccole aziende, valorizzare i sistemi estensivi e biologici, tutelare biodiversità, acqua, suolo e clima e garantire un reddito dignitoso a chi produce. La Danimarca ha scelto di tracciare una linea chiara. Ora anche l’Italia dovrebbe decidere se continuare ad ampliare un modello fragile che sta facendo acqua da tutte le parti, o iniziare a costruire, con gli allevatori e i territori, un’altra idea di zootecnia.

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