venerdì 21 febbraio 2025

Avviato l'iter per Pasta Siciliana DOP

 Pasta di grano duro: la Sicilia potrebbe avere un altro prodotto a marchio Dop. È stato avviato ufficialmente l’iter affinché la pasta possa ottenere il riconoscimento grazie a un documentato lavoro preparatorio effettuato dal Consorzio Ballatore (che è un ente di ricerca della Regione siciliana) insieme a un gruppo nutrito di produttori e di rappresentanti delle organizzazioni professionali.


 Adesso la parola passa in prima battuta all’assessorato regionale all’Agricoltura il cui esito appare scontato poiché c’è già un grande sostegno all’iniziativa. Poi tocca al ministero delle Politiche Agricole e infine il “sì” definitivo tocca a Bruxelles. Un percorso lungo, stimato all’incirca in due anni, se non ci saranno intoppi od opposizioni. Si vedrà. Ma intanto l’avvio dell’iter è un tassello fondamentale per una filiera in cerca di riscatto che da un lato vuole dare maggiore valore economico al comparto e dall’altro riappropriarsi di un primato storico che merita nuova attenzione.

Oggi la Sicilia resta una regione ad alta vocazione cerealicola e stima un potenziale produttivo di grano sparso su circa 250 mila ettari, molto di più ad esempio rispetto all’uva da vino o alle arance, altre coltivazioni molto diffuse. Tuttavia con lo scorso raccolto, secondo un dato ufficioso, è stato prodotto grano duro da circa 150 mila ettari. Un calo significativo dovuto anche alla scarsa remunerazione per le imprese agricole. Un chilo di grano duro viaggia tra i 30/35 centesimi di euro. Troppo poco. Ora la mossa di tracciare la filiera e produrre pasta siciliana col marchio Dop potrebbe rappresentare una svolta. La denominazione di origine protetta sarebbe certamente un valore aggiunto per tutta la filiera e, come ricorda Dario Cartabellotta, dirigente generale dell’assessorato che ha sostenuto fin dall’inizio l’iniziativa del consorzio Ballatore e dei produttori, per il comparto del grano duro potrebbe ripetersi lo scenario che è toccato al vino e all’olio.

Qualificare il prodotto con la tracciabilità e dargli una connotazione ben precisa sull’identità geografica rappresentano – e lo sostiene ampiamente anche l’assessore all’Agricoltura Salvo Barbagallo, dei plus importanti che possono diventare un vantaggio economico per tutti ma soprattutto per le imprese agricole. Da segnalare inoltre che l’intero comparto della produzione di pasta in Sicilia vale qualcosa come 120 milioni. Non tantissimo se consideriamo che parte di questo valore è determinato dalla produzione di pasta con grano importato da altre parti del mondo. Ma neanche da sottovalutare soprattutto se consideriamo che si tratta di numeri che potrebbero crescere.

Tra l’altro in Italia a proposito di grano duro e derivati qualcosa di simile esiste in Campania poiché la Pasta di Gragnano ha già il marchio Igp, ovvero l’Indicazione Geografica Protetta. E la certificazione ha favorito sia l’aspetto economico che la commercializzazione soprattutto nei mercati esteri. Ma l’Igp tutela solo una fase della produzione, ovvero la trasformazione del grano duro in pasta. Non obbliga le aziende, per esempio, ad utilizzare grano italiano. In Sicilia con il marchio Dop invece la Pasta Siciliana dovrebbe essere ottenuta da solo grano duro siciliano trasformato nell’Isola. Insomma, il marchio di Denominazione di Origine Protetta ben esposto sulle confezioni di pasta, sarebbero una carta di identità per il consumatore. Ricordiamo che a monte della filiera c’è proprio la produzione di grano duro che in annate normali si attesta sugli otto milioni di tonnellate, escluso il raccolto 2024 che a causa della siccità si è praticamente dimezzato, un anno da dimenticare.

Il documento che avvia l’iter porta la firma di due ricercatori del consorzio Ballatore Giuseppe Russo e Bernardo Messina. Russo tra l’altro è anche presidente del distretto produttivo cereali in Sicilia. Tra i produttori del comitato promotore della Dop ben 44 nomi tra cui tanti imprenditori di grandi e di piccole aziende. Tra queste ultime segnaliamo Alberto Agosta di Feudo Mondello, Giorgio Minardo dell’omonima impresa, Carlo Ferrara di Molino Ferrara, Filippo Drago di Molini del Ponte, Filippo Trubia di Pasta Bia, Emilia Di Sclafani di Pasta Vescera. E non manca anche Poiatti, forse il più grande pastificio esistente in Sicilia. Grandi e piccoli insieme per un unico obiettivo

IL CIBO COME MEDICINA


Ecco le registrazioni dei webinar del 2024, realizzati con Salvia.




Abbiamo esplorato tanti temi interessanti, con un'eccezionale partecipazione da parte vostra.
I questi link la possibilità di riascoltare tutte le "puntate precedenti", in attesa di nuove date e nuovi temi per il calendario 2025!
1) Colesterolo. Di cosa si tratta e come rivedere la propria alimentazione
2) Resistenza insulinica e diabete di tipo 2. E' possibile una remissione?
3) Steatosi epatica non alcolica o fegato grasso. La causa non è l'alcol
4) Disintossicarsi dallo zucchero ed essere liberi di scegliere
7) Alimentazione e nutrizione per la salute. Partiamo dalle basi
8 ) Piatto sano: come abbinare i cibi per una dieta sana.
9) Patologie autoimmuni e permeabilità intestinale. Un aiuto dal microbiota

Linguaggio e vite: una storia millenaria.


Giuliana Cattarossi, Giovanni Colugnati

Colugnati&Cattarossi, Partner Progetto PER.RI.CON.E.


Nella glottocronologia (una branca della linguistica che studia i rapporti cronologici fra le varie lingue) la parte settentrionale della Mezzaluna fertile è anche considerata la terra d’origine di tutte le lingue indoeuropee. Utilizzando dei metodi computazionali all’avanguardia già sperimentati nella biologia evolutiva, Gray e Atkinson (2003) hanno ricostruito l’albero genealogico ipotetico delle lingue, trovando indizi convincenti che dimostrerebbero come tutte le lingue indoeuropee si siano sviluppate circa 8700 anni or sono partendo dalla lingua (oggi estinta) degli Ittiti, un antico popolo dell’Anatolia sudorientale. Più precisamente, circa 9500-8000 anni fa, da quella regione dell’Anatolia cominciarono a diffondersi le varie lingue indoeuropee, seguendo di pari passo la diffusione dell’agricoltura, il che dimostrerebbe come la Mezzaluna fertile si possa considerare anche la culla della civiltà moderna.


Pare, infatti, che in quel periodo nell’Anatolia sudorientale sussistessero tutte le condizioni favorevoli per dar vita alla domesticazione della vite e alla produzione del vino. Inoltre, analizzando la parola “vino” e i suoi corrispondenti nelle maggiori lingue indoeuropee tradizionalmente legate alla viticoltura, si nota che tutte le accezioni derivano da una radice comune proto-indoeuropea - la lingua che si ritiene fosse parlata dalle prime popolazioni transcaucasiche e dell’Anatolia orientale – ossia *woi-no, *win-o o *wie-no. Ma anche le lingue non indoeuropee, come quelle kartveliane (Georgiano e Mingrelico), quelle semitiche (Accadico, Ugaritico ed Ebraico antico), e camito-semitiche (Egizio antico), lasciano intravedere una radice comune ancora più remota e al momento sconosciuta, benché fra queste lingue non ci sia alcun collegamento semantico. Ciò nondimeno, alcuni autori georgiani affermano che la radice più antica della parola “vino” sarebbe il Kartveliano ɣvino/ღვინო, un termine tuttora utilizzato nel Georgiano moderno, e questa sarebbe una prova inconfutabile che la Georgia sia la culla della viti-vinicoltura (Gamkrelidze e Ivanonv, 1990).

Probabilmente non lo sapremo mai con esattezza, ma le analisi dei reperti archeologici di uva e delle antiche anfore potrebbero fornire qualche indizio. I reperti di vite o uva rinvenuti negli scavi archeologici sono di solito dei semi carbonizzati e frammenti di legno bruciacchiati, che raramente consentono di distinguere fra sottospecie selvatiche (silvestris) e coltivate (vinifera). I semi della vite selvatica di solito appaiono rotondi e con un becco corto, mentre quelli della sottospecie coltivata sono più a forma di pera, con un becco ben sviluppato (Stummer 1911; Terral et al. 2010), ma purtroppo il processo di carbonizzazione e l’enorme variabilità all’interno delle due sottospecie fanno sì che la mera morfologia dei semi non si possa considerare una caratteristica distintiva sicura Jacquat e Martinoli 1999; Zohary e Hopf, 2000). Di semi carbonizzati di vite ne sono stati rinvenuti in molti scavi archeologici sia in Europa (Grecia, ex Jugoslavia, Italia, Svizzera, Germania, Francia e Spagna) (Rivera Nunez e Walker, 1989), sia nell’Asia minore (Zohary e Hopf, 2000), ma è assai probabile che questi reperti antichi provengano da acini di uva selvatica che si raccoglievano molto prima della domesticazione della pianta. Secondo l’ampelografo georgiano Revaz Ramishvili, sei semi di 8000 anni rinvenuti nel sito neolitico di Shulaveris-Gora sulle colline a Sud di Tiblisi – uno degli insediamenti permanenti più antichi conosciuti in Georgia - hanno la forma caratteristica della sottospecie coltivata, e potrebbero costituire una prova dei primi semi addomesticati di Vitis vinifera subsp. Vinifera (McGovern 2003), ma la possibilità di identificare in modo affidabile questi reperti carbonizzati è ancora controversa. Per gli archeobotanici Daniel Zohary e Maria Hopf (2000), i semi di uva rinvenuti nel sito dell’Età del bronzo (ca. 5700-5200 anni fa) di Tellesh-Shuna (Giordania settentrionale) costituirebbero la più antica prova convincente della coltivazione della vite, poiché la sottospecie Vitis vinifera silvestris non è presente nella Giordania di oggi. Tuttavia, benché sia piuttosto improbabile che queste regioni oggi così aride, cinque o seimila anni orsono fossero un habitat idoneo alla vite, si potrebbe obiettare che potrebbe essere scomparsa dal territorio solo in tempi recenti.

Molto meno opinabili, invece, sono i reperti rinvenuti in diversi siti archeologici risalenti alla prima Età del bronzo (circa 5400-5200 anni fa) a Gerico (Palestina), Lachish (Israele), Numeira (Mar Morto, forse l’antica Gomorra), Arad (Israele) e Kurban Höyük (nei pressi di Urfa, nella Turchia meridionale), dove sono stati riportati alla luce non solo semi carbonizzati, ma anche frammenti di tronco di vite bruciacchiati e interi acini essiccati, da cui emergono prove affidabili della coltivazione di queste piante (Zohary e Hopf, 2000). Tuttavia, i primi tentativi di coltivazione della vite devono essere molto più antichi rispetto a questi reperti, visto che le prime prove chimiche della presenza di vino risalgono al sesto millennio avanti Cristo. Utilizzando la spettrometria a raggi infrarossi per rintracciare la presenza di acido tartarico nei depositi delle anfore (una sostanza che dimostra la presenza di uva), l’enoarcheologo Patrick McGovern e altri autori (1966) hanno scoperto che il vino veniva già prodotto intorno a 7400-7000 anni fa a Hajji Firuz Tepe (Iran settentrionale, monti Zagros), una zona collocata nella fascia più periferica dell’area di distribuzione attuale della vite selvatica. Le anfore in questione provengono da una residenza del Neolitico, dove giacevano sul lato, interrate nel pavimento della “cucina”, ed erano provviste di tappi di terracotta, il che dimostra che contenevano vino, e non mero succo d’uva. A questo vino – probabilmente simile alla Retsina greca – si aggiungeva della resina come conservante. Altre tracce di vinificazione sono emerse da analisi chimiche eseguite su alcuni campioni prelevati nel sito di Shulaveris-Gora in Georgia. In tempi molto recenti, gli scavi condotti in un sotterraneo di Areni, nell’Armenia sudorientale, hanno rivelato la presenza del più antico impianto di vinificazione mai scoperto sul Pianeta, un reperto confermato da analisi di cromatografia liquida e spettrometria di massa, risalente alla prima Età del rame, ossia a circa 6000 anni fa (Barnard et al. 2011).


giovedì 20 febbraio 2025

« Quando l’olio E.V.O. si tinge di rosa »

Vania Sarullo d'Amico

Nella sala Fazello del Museo Archeologico “P.Griffo” di Agrigento si è svolta la premiazione degli Istituti Scolastici che hanno partecipato all’Edizione 2024 del Premio “Storie di alternanza e competenze”, un’iniziativa promossa dalla Camera di Commercio di Agrigento con l’obiettivo di valorizzare i racconti di alternanza realizzati nell’ambito di percorsi di formazione ITS.


Il primo premio è andato alla Fondazione ITS Academy Sicani di Bivona (AG) che ha partecipato con il progetto "L'oro verde dei Sicani" raccontato in un video di Alessia Filippazzo studentessa del Corso di “Tecnico responsabile delle produzioni e delle trasformazioni agrarie, agroalimentari e agro-industriali-Filiera olivicola”.🌿📍
Sono stata invitata dalla Camera di Commercio di Agrigento a partecipare alla manifestazione per raccontare la storia dell’azienda olearia della mia famiglia, un’impresa fin dalle sue origini anche al femminile www.oliosarullo.com e per illustrare la realtà associazionistica delle donne dell’olio di cui faccio parte, in primis di Pandolea che rappresento come referente per la Sicilia.
Due sono stati i fili conduttori del mio intervento, che ho provato ad intrecciare per “tessere” il racconto della mia esperienza personale: un filo verde che rappresenta la storia della mia famiglia di origine, costituita da olivicoltori e frantoiani che da quattro generazioni a Calamonaci (AG) si dedica all’olivicoltura e alla produzione di olio E.V.O. e dalla quale ho ereditato la mia passione per la cultura dell’olio e un filo rosa che rappresenta le associazioni, anche internazionali, di donne dell’olio di cui faccio parte.
Quando l’olio si tinge di rosa?🪡🪡
Si tinge di rosa quando una donna si impegna nella diffusione della coltura e della cultura dell’ulivo e del suo olio.


L’oro verde dei Sicani si è tinto di rosa attraverso la testimonianza di Alessia che nel video ha dimostrato il suo interesse per l’olivo e il suo olio, acquisito attraverso lo studio e le esperienze maturate durante il suo percorso formativo, guidato da validi docenti che sono riusciti ad appassionarla, insieme ai suoi colleghi, alla bellezza e al valore di un lavoro che permetterà loro di entrare nel settore olivicolo-oleario con professionalità.
Il video dimostra inoltre che ancora oggi è possibile appassionare i/le giovani a questo settore, proponendo loro un buon motivo per scegliere la “restanza” nel nostro territorio, circoscrivendo la “partenza” verso il nord Italia o all’estero limitata ad un periodo di studio e di formazione interculturale, da utilizzare una volta rientrati in Sicilia.
Alessia e i suoi colleghi hanno ben compreso il valore che l’olio rappresenta per il nostro territorio, tanto da definirlo “ORO”.
Tuttavia sappiamo che questo prodotto ha bisogno di essere maggiormente comunicato soprattutto tra i piú giovani, facendo conoscere loro, oltre alle importanti proprietà salutistiche e nutraceutiche che lo caratterizzano, anche le potenzialità e le soddisfazioni che il settore olivicolo-oleario può offrire. Sfatando lo stereotipo che vuole l’olivicoltura un lavoro manuale e arcaico, informandoli che l’uso di nuove tecnologie moderne puö rendere l’olivicoltura piu interessante e meno faticosa non solo facilitando la produzione ma rendendo l’intero processo piú sostenibile e redditizio. Occorre infine portarli a conoscenza degli incentivi per l’imprenditoria giovanile, delle start-up agricole e delle opportunità legate al turismo esperienziale dell’olio (oleoturismo).
L’Olio EVO si è tinto di rosa il 23 novembre 2023 a Madrid nella sede del C.O.I. (https://www.internationaloliveoil.org/?lang=i )
dove le reti internazionali di donne dell’olio si sono riunite per celebrare la Giornata mondiale dell’ulivo istuita dall’UNESCO per salvaguardare l’olivo e promuovere i valori pace, saggezza e armonia di cui è simbolo.
In quell’occasione è stato redatto e firmato un manifesto per riconoscere, dare piú visibilità e valorizzare maggiormente l’impegno di tutte quelle donne che nel mondo, grazie alla loro conoscenza ed esperienza, rivestono un ruolo fondamentale nello sviluppo di questo settore e nella diffusione della cultura olivicola-olearia nelle generazioni attuali e future.
Tra le associazioni presenti WIOO ((Women in Olive Oil) https://womeninoliveoil.org/, un'organizzazione internazionale che mira a unire le donne con la passione per l'olio d'oliva.
Unendo queste voci in tutto il mondo, WIOO mira a realizzare progetti locali strategici che siano connessi a livello globale e volti alla promozione di un cambiamento reale.
Attraverso una piattaforma online le socie possono scambiare conoscenze, competenze ed esperienze e possono ottenere gli strumenti e il supporto di cui hanno bisogno per promuovere obiettivi comuni nelle loro comunità locali ma con una portata internazionale.

Un’altra associazione culturale no profit è PANDOLEA, http://www.pandolea.it/index.php?lang=it costituita da donne legate al mondo dell’olio, non solo produttrici ma anche agronome, giornaliste, ristoratrici, biologhe e nutrizioniste che hanno in comune un grande obiettivo: diffondere e promuovere la cultura dell’olio extravergine di oliva e della sana alimentazione soprattutto tra le giovani generazioni che saranno i consumatori attivi di domani, attraverso iniziative rivolte alle Scuole di ogni ordine e grado.

Oltre a tali iniziative, portate avanti e condivise anche dalla rete delle donne dell’olio di vari paesi del Mediterraneo, in occasione del ventennale della fondazione (2023) si è aggiunta un’altra MISSION: la prevenzione delle malattie tipicamente femminili (tumore al seno) attraverso la promozione e la cultura di uno stile di vita corretto, legato alla sana alimentazione e alla Dieta Mediterranea in cui l’olio gioca un ruolo fondamentale.
Un’altra iniziativa, dedicata al legame tra il mondo dell’olio e la cultura, è il Premio letterario Raniero Filo della Torre: un concorso letterario (poesie, brani di prosa e haiku) e scientifico (tesi di laurea) dedicato all’olivicoltura e all’olio EVO alla memoria di una personalità di spicco del mondo olivicolo scomparso nel 2011 e appassionato non solo di olio ma anche di arte, cultura e musica.


Nel 2021 Pandolea, ha anche dedicato una conferenza internazionale all’imprenditoria femminile in occasione della 13ª Giornata Internazionale delle donne rurali.
In tale occasione ha considerato il rilancio della imprenditorialità femminile fondamentale per un piano di ripresa economica e sociale.
“In un momento storico in cui il cambiamento climatico e la sostenibilità delle produzioni sono argomenti di grande attualità e di rilevanza internazionale, l’esperienza delle donne del Mediterraneo di Pandolea dimostra come un prodotto agroalimentare come l’olio extravergine di oliva e la sua cultura possano essere messaggeri di un nuovo stile di vita, forieri di emancipazione femminile e portatori di pace”.

Post in evidenza

C’è la Sicilia nel Menù del film gastronomico

NinoSutera C’è la Sicilia nel Menù del film gastronomico                                               Regione Enogastronomica d’Europa 20...