venerdì 6 marzo 2026

Le Origini della Pasticceria Siciliana


“Facciamo tutto a mano, partendo dalle sostanze naturali, dal latte, dalle zucche, dalle mandorle, dai pistacchi. I costi delle materie prime oggi sono proibitivi ed esigui sono i margini di guadagno. Svolgiamo quest’ attività per tenere aperta una finestra, sia pure protetta da grate, sul mondo che non ci è ostile e che dobbiamo pure amare.” (…da un’intervista ad una suora benedettina Palermo, Il Giornale di Sicilia, 5 ottobre 1981

- riportata nel libro “Mandorle amare”)

 

 


Esiste una tradizione della pasticceria conventuale in Sicilia che purtroppo va sparendo e che si esaurisce con la fine stessa delle suore ed è una tradizione che va conservata, va studiata poiché è una importante parte del patrimonio della cultura gastronomica siciliana.

Tutta la tradizione pasticcera in Sicilia sia conventuale, sia commerciale, sia casalinga si divide in due rami: il primo ramo è quello dei dolci più rustici, quelli più antichi in cui veniva utilizzato come dolcificante il miele o il vino cotto, cioè i dolcificanti conosciuti nel mondo classico, quello greco e quello romano.

Lo zucchero di canna, perché quello derivato dalla barbabietola da zucchero è di recente scoperta, è originario dell’India e fin tutto il periodo dell’impero romano, anche per le difficoltà che presentava il trasporto, venivano importate piccole quantità di zucchero di canna, utilizzato come sostanza medicamentosa e non per la preparazione di piatti dolci in cucina.

Spesso i nomi dei dolci rustici hanno radici che risalgono all’antichità, come per esempio i mustazzoli, che vengono preparati con il mosto cotto. Fra i dolci rustici, una specialità sono quelli ripieni come i nucatoli, i cuddureddi nome derivante dalla parola greca kollura, cioè focaccia, mentre altri biscotti venivano preparati e portati per le strade durante alcune festività. Tali ricette risalgono ad un periodo estremamente antico, a circa duemila anni fa e alcune di esse spesso continuano a sopravvivere nelle tradizioni e nelle festività di alcune località della Sicilia.

Dell’altro ramo della pasticceria siciliana fanno parte i dolci prodotti con lo zucchero di canna, portato in Sicilia dagli Arabi per poi proseguire il suo cammino dalla Sicilia in tutta Europa.

Lo zucchero ha delle caratteristiche diverse dal miele e dal vino cotto, poiché presenta un gusto dolce, ma non dà carattere e non dà sapore. 

Tuttavia lo zucchero possiede la proprietà fisica di cristallizzazione che permette di creare quelle ricette che, con il miele o il vino cotto, non sarebbe stato possibile realizzare, come per esempio: le cotognate, i confetti, i dolci con la glassa e la pasta di mandorle o marzapane.

Fino all’inizio dell’Ottocento in Sicilia non esistevano bar, pasticcerie e i dolci o venivano lavorati a casa o, se la famiglia ne aveva le possibilità economiche, venivano acquistati presso i numerosi conventi della città.

Testimonianze e memorie scritte da aristocratici raccontano che ogni casato nobile aveva un collegamento con un monastero a cui era particolarmente legato e anche quando arrivarono i pasticceri svizzeri come i Caflish a Palermo o i Caviezel a Catania, che aprirono le pasticcerie commerciali, gli aristocratici continuarono, per lungo tempo, a preferire i dolci, forse un po’ più semplici, un po’ meno professionali, prodotti nei conventi, anzi per loro diveniva una questione di onore familiare quella di fornirsi dalle monache.

C’è una leggenda che narra che le prime suore pasticcere furono le odalische, le schiave arabe dell’harem di Re Ruggero, convertite al cristianesimo ed entrate in monastero portando le ricette con loro. Ammesso che le arabe siano entrate in convento, ciò può essere avvenuto solo in qualità di serve, poiché la maggior parte dei monasteri, furono fondati da nobili per nobili. E’ possibile che questa leggenda sia connessa con quella della frutta martorana. La Martorana era un convento, che non esiste più, che sorgeva accanto alla omonima chiesa, fondata nel 1194 da Eloisa Martorana, nobildonna della corte normanna. In tale convento si suppone siano stati creati i primi dolci con la pasta di mandorle. Si racconta che la madre superiora, in attesa della visita del Vescovo per le festività pasquali, propose di lavorare la pasta di mandorle modellandola a forma di frutta da appendere negli alberi del chiostro del convento. Il fatto destò grande sorpresa e meraviglia, ma ancora di più quando venne gustata. Pare che non ci sia documentazione che attesta che in epoca normanna si facevano dolci nei monasteri. La prima notizia reperita per la Sicilia è del XVI secolo. Si tratta di un editto del Sinodo di Mazara del Vallo che proibiva la produzione delle cassate durante la Settimana Santa, perché tale lavoro distraeva le monache dai loro doveri religiosi. Mezzo secolo dopo, una lettera vescovile diceva che il monopolio della produzione della pasta di mandorle era delle monache di casa, cioè quelle religiose che pur prendendo i voti, non vivevano in convento, ma nelle loro case e il lavoro di pasticcere assicurava il loro “onesto vivere” cioè un reddito che consentiva loro di stare a casa senza intaccare il patrimonio di famiglia, anche se la maggior parte dei monasteri erano fondati per dare rifugio alle figlie che non si dovevano sposare.

Tra il Cinquecento e il Seicento venne aumentata moltissimo la dote richiesta per potersi sposare, evitando in tal modo di spezzettare il patrimonio delle grandi famiglie. Così la fortunata che andava in matrimonio era solo una di loro, mentre tutte le altre entravano in convento, portando una dote minore rispetto a quella che necessitava per sposarsi.

Quindi la vocazione religiosa c’entrava poco, ma a volte quella imposizione veniva accettata perché spesso le ragazze incontravano sorelle, zie, anche se non potersi scegliere un marito e non vivere una vita di società portava inevitabili rimpianti. Così un modo piacevole per farsi ricordare era quello di inviare regali di dolci, che divenivano merce di scambio e un modo per colmare favori di famiglia.

Il fare dolci divenne spesso, per le monache, uno stimolo alla creatività, però spesso diveniva motivo di rivalità tra esse, che si amplificava con la coabitazione, come venne descritto in numerose testimonianze ed in particolare come venne raccontato da Michele Palmeri di Miccichè, scrittore aristocratico siciliano, in esilio a Parigi, nei suoi libri di memorie del 1830 “Pensée set souvenirs historiques et contemporains”, seguito dopo pochi anni da “Moeurs de la Cour e des Peuples des deux Sicilies. Si tratta di due libri ricchi di ritratti ed aneddoti, di considerazioni sulle condizioni sociali della Sicilia e sui costumi della corte borbonica. Ma non è il solo, poiché ci sono tanti libri, diari e memorie, che costituiscono pezzi di storia della tradizione dei monasteri.

Giovanni Meli, abate vissuto alla fine del Settecento, poeta palermitano dialettale, scrisse una poesia dal titolo “Li cosi duci di li Batii”, nella quale elenca ventuno conventi nella sola Palermo, ognuno con la sua specialità di pasticceria.

Rimane da studiare, consultando gli archivi dei conventi, il ruolo svolto, nell’economia dei monasteri, dalla produzione dolciaria. Nell’immaginario popolare palermitano si ritiene che sia stato un momento di declassamento per i monasteri, quando cominciarono a vendere. Probabilmente nel Settecento i grandi monasteri commerciavano, come anche in tutta Italia i monasteri vendevano dolci di loro produzione, facilitati anche da esenzioni daziali sui loro prodotti. Divenne così una buona risorsa di reddito, sia per i monasteri piccoli, ma anche per quelli grandi, specie quando nel 1860 subentrarono le confische dei beni.

Un esempio di tutto ciò lo riscontriamo nell’Istituto San Carlo ad Erice, dove visse Maria Grammatico, un Istituto fondato nel 1617, laico gestito da suore che seguivano la regola del Terzo Ordine francescano, detta dei Penitenti, secondo la quale esse non appartenevano ad un ordine monastico, ma praticavano la vita claustrale e fu questa peculiarità che mise in salvo il convento dalla confisca dei beni e dalla soppressione da parte dello Stato nel 1866. Nel secolo scorso, svalutatesi le rendite, la comunità, composta da suore ed orfanelle ericine, si mantenne con la produzione e la vendita di dolci e biscotti. Nel libro Mandorle amare. Una storia siciliana tra ricordi e ricette” scritto in collaborazione con la signora Maria Grammatico, sono elencate ricette che hanno ventisei ingredienti basilari. Solo due, lo zucchero e la vaniglia si acquistavano, gli altri provenivano dalle terre dei monasteri. Per quando la storia della pasticceria monacale possa sembrare stravagante, in realtà non lo era. Le semplici suore spesso avevano molta fantasia. Con pochi ingredienti e molta creatività sono riuscite a produrre una grande varietà di dolci. Purtroppo molte di queste ricette stanno sparendo e io spero che l’interesse mostrato in questo convegno stasera, faccia che alcune di queste ricette siano salvate per la memoria presente e futura dei siciliani.


 


 


Tipico, tradizionale e identitario

 

 DanielaTorcia

 

Nel linguaggio comune, termini come “tipico”, “tradizionale” e “identitario” vengono spesso usati come sinonimi. Ma, chiarisce Nino Sutera,  sul piano storico-culturale e istituzionale ciascuno indica categorie profondamente diverse. La distinzione, sottolinea Sutera, si fonda su tre criteri essenziali: temporalità, territorialità e funzione simbolica. Capirli non è un esercizio teorico, ma serve a evitare sovrapposizioni improprie e a costruire politiche di tutela e valorizzazione coerenti.

Un prodotto è tradizionale quando mostra continuità nel tempo. La tradizionalità riguarda la permanenza di pratiche produttive o gastronomiche trasmesse di generazione in generazione. “Tuttavia, un prodotto tradizionale – precisa Sutera – non è necessariamente esclusivo di un territorio, né rappresenta automaticamente un simbolo identitario. Può essere diffuso in più aree e conservare valore culturale senza assumere centralità simbolica”.

Diversa è la nozione di prodotto tipico, che entra in gioco con la territorialità in senso giuridico ed economico. Un prodotto tipico è legato a un’area delimitata e regolamentato da disciplinari che ne codificano modalità produttive, materie prime e standard qualitativi. La tipicità consente l’accesso a strumenti di tutela come DOP, IGP o SGT, e ha una funzione prevalentemente economica: proteggere il prodotto da imitazioni, rafforzare le filiere locali e posizionarlo sul mercato globale. Anche in questo caso, però, “anche la tipicità non coincide automaticamente con l’identità”, sottolinea Sutera.

La categoria più complessa è quella dei prodotti identitari. Qui, spiega Sutera, la dimensione centrale non è né il disciplinare né la semplice continuità storica, ma il riconoscimento della comunità. Un prodotto identitario incarna il genius loci, lo spirito del luogo: è parte della memoria collettiva, evoca appartenenza e si intreccia con riti, feste, narrazioni e leggende. Non basta che sia antico: deve essere percepito come simbolo distintivo della comunità, attraverso cui il territorio si racconta e si riconosce.

In questa prospettiva si inserisce la Denominazione Comunale (De.Co.), proposta negli anni Novanta da Luigi Veronelli. Come ricorda Sutera, la De.Co. non certifica qualità merceologica, ma riconosce un valore civico e culturale, di unicità e di appartenenza. “La De.Co. è uno strumento di patrimonializzazione, non un marchio commerciale: attribuisce al prodotto un significato identitario se tale significato è realmente radicato nella comunità”, precisa.

Definire identitario un prodotto richiede prudenza e rigore: “L’identità non nasce da una strategia di marketing né da una dichiarazione formale approssimata”, conclude Sutera, “è il risultato di una sedimentazione storica, di un riconoscimento collettivo diffuso e di una funzione simbolica stabile nel tempo”. I laboratori di pasticceria, aggiunge, sperimentano sempre prodotti nuovi per incuriosire la clientela, ma la novità non è sinonimo di identità.

 In sintesi, la distinzione tra tradizionale, tipico e identitario non stabilisce gerarchie, ma chiarisce funzioni diverse: Tradizionale: continuità nel tempo. Tipico: tutela territoriale e normativa. Identitario: appartenenza e simbolo. Sutera conclude sottolineando l’importanza dei Borghi Genius Loci DeCo come presidi di localismo consapevole: laboratori culturali capaci di proteggere la memoria storica, trasmettere saperi tradizionali e generare innovazione sociale sostenibile.

giovedì 5 marzo 2026

MASE: Forum Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile


Gruppo di Coordinamento

della Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile

Pace, Persone, Pianeta, Prosperità, Culture e Giovani per la sostenibilità



VIDEO

 PORTALE DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE

·      Fase 1: Finalizzazione dei sei  position paper tematici per sostenere una visione, influenzare politiche pubbliche o guidare discussioni. Analisi del problema, impatto delle politiche attuali, e raccomandazioni basate su evidenze (dati e best practice).

·      Fase 2: Definizione della versione preliminare del position paper unico del Forum SvS

·      Fase 3: Consultazione della versione preliminare del position paper unico presso gli iscritti al Forum SvS e presso il GdL1 del CNCS

·      Fase 4: Finalizzazione del position paper, traduzione in lingua inglese ed invio al MASE


Fase 1 - Finalizzazione dei 6 position paper tematici dei GdL

Descrizione

In questa fase, ciascun Gruppo di Lavoro del Forum SvS è chiamato a produrre il position paper tematico, a partire dal lavoro già svolto e dagli esiti della Conferenza SvS 2025. I Coordinatori e i membri dei GdL organizzano il confronto interno, raccolgono e consolidano i contributi e curano la stesura del documento.

S u sollecitazione di alcuni portatori di interessi, abbiamo creato questo nuovo spazio di confronto e di proposte finalizzato alle attività della strategia nazionale di sviluppo sostenibile  Questo è il link per accedere https://chat.whatsapp.com/KPxgyzeGDcD4YGuYouZtTE 

Tempi

Scadenze principali

In questo quadro, e nel complessivo quadro di attività illustrato ai punti precedenti, il percorso condiviso nel corso dell’incontro per giungere alla redazione del position paper unico del Forum SvS passa per le seguenti scadenze principali:

-          23 marzo– assemblea plenaria del Forum SvS (presentazione elementi e processo definizione Position paper e prima delineatura dei main messages del Forum per la VNR)

-          15 aprile- consegna dei 6 position paper del GdL

-          5 maggio- versione preliminare del position paper unico del Forum SvS (in italiano e/o inglese)

-          6-19 maggio- consultazione online del position paper presso i GdL per raccolta osservazioni e integrazioni

-          27 maggio-consegna del position paper in inglese al MASE

-          8 giugno- caricamento di VNR, VLRs, YVR a cura del MASE

Le date indicate costituiscono termini non superabili e si raccomanda di anticipare le consegne per evitare criticità operative.


·      Assemblea del Forum SvS del 23 marzo che costituisce un passaggio di confronto e restituzione durante il quale i GdL presenteranno lo stato dei rispettivi position paper, e raccoglieranno elementi utili a favorire l’allineamento e la successiva confluenza nel position paper unico del Forum;

 

mercoledì 4 marzo 2026

Da un'iniziativa a un metodo

   “Il valore di un’idea sta nel metterla in pratica”, ricordava Thomas Alva Edison.                     Noi ci siamo riusciti, e ne siamo orgogliosi. Non è qualcosa che capita a tutti, né tutti i giorni. Ricevere poi i complimenti di colleghi anche di altre regioni, fa sempre piacere, perché sono apprezzamenti genuini e spontanei, di addetti ai lavori.

Il riconoscimento europeo

La Direzione Generale dell’Agricoltura e dello Sviluppo Rurale della Commissione Europea (Unità B.2) ha   pubblicato il documento “HE 28 CAP Strategic Plans Underway – Summary of implementation in 2023-2024, facts and figures”, una sintesi dello stato di avanzamento dei Piani Strategici della PAC nei diversi Stati membri.



All’interno della relazione, l’Italia è rappresentata da due Regioni, tra cui la Sicilia, citata espressamente per le iniziative considerate esempi di buone pratiche.

La pubblicazione ha messo in evidenza il lavoro svolto dal Dipartimento Agricoltura della Regione Siciliana, e nello specifico dall’Unità di Staff – Osservatorio Neorurale e dalla Rete Regionale del Sistema della Conoscenza e dell’Innovazione in Agricoltura   

L’attività portata avanti negli anni 2021-2024 ha avuto come finalità la valorizzazione delle competenze, la diffusione di conoscenze e l’implementazione di processi innovativi a supporto delle imprese agricole e rurali.


 Osservatorio Neorurale

E' stato concepito come un laboratorio permanente di analisi e sperimentazione sui nuovi modelli di sviluppo rurale, coerentemente con DDG istitutivo

 Le sue attività   riguardano:

  • Monitoraggio e ricerca sulle dinamiche rurali siciliane e sul fenomeno dei “nuovi contadini”;
  • Laboratori territoriali per sperimentare modelli innovativi di gestione delle risorse;
  • Formazione e divulgazione con webinar, seminari, workshop e pubblicazioni;
  • Networking  per lo scambio di esperienze.

La Rete Regionale  Sicilia

Parallelamente, la Rete regionale del Sistema della Conoscenza e dell’Innovazione in Agricoltura ( Sicilia) istituito con DDG ha rappresentato il punto di incontro tra ricerca, formazione, consulenza e mondo produttivo.



Un percorso riconosciuto come buona pratica

Il riconoscimento europeo riguarda, in modo particolare, il ricco programma di iniziative realizzate. Tra queste, spiccano i webinar tematici, organizzati in collaborazione con gruppi di lavoro specializzati, che hanno favorito l’ampio coinvolgimento degli stakeholder regionali.

La partecipazione attiva di enti, associazioni, imprese agricole, ricercatori e portatori di interesse ha confermato la centralità della rete nel creare un dialogo costante tra mondo della produzione e della ricerca.

Azione primaria è  costituita dal blog dell'Osservatorio Neorurale  

https://unirurale.blogspot.com/  

Il blog ha trattato attraverso una rete di giornalisti professionisti tematiche  d interesse quali  : sviluppo locale, politiche  del  cibo, agrobiodiversità, dieta mediterranea, solo per citare qualche esempio

L’inserimento della Sicilia nel report europeo non rappresenta soltanto un riconoscimento formale, ma la conferma della bontà di un percorso avviato con determinazione coerentemente alle attività e gli obiettivi  istituzionali


Significato e prospettive

Il Dipartimento Agricoltura, attraverso l’Osservatorio Neorurale e la Rete , ha saputo interpretare le sfide del contesto attuale, traguardato a obiettivi futuri

Come ricordava Edison, “il valore di un’idea sta nel metterla in pratica”: l’esperienza siciliana dimostra che, attraverso l’impegno comune e la capacità di fare rete, le idee possono trasformarsi in pratiche concrete, riconosciute anche a livello internazionale.


Conclusione

        La menzione della Sicilia come “buona prassi” a livello europeo non è un fatto scontato. È un risultato che rafforza la convinzione che il percorso intrapreso 2021-2024 sia quello giusto, e che la strada della collaborazione e della valorizzazione delle risorse intellettuali e professionali debba continuare.

        Il riconoscimento rappresenta un incoraggiamento a proseguire su questa linea, consolidando il ruolo della Sicilia come laboratorio di innovazione rurale e come modello di riferimento per l’intero sistema agricolo nazionale ed europeo.

 

domenica 1 marzo 2026

“Lotta agli sprechi e perdite alimentari”

 Cosa possiamo fare insieme, come rete delle politiche locali del cibo - Tavolo Lavoro Perdite e sprechi alimentari (PSA)?

 


Manca una mappatura di Politiche locali, municipali regionali implementate in questi anni su PSA, non sappiamo se ci siano sinergie tra l'ente preposto alla rendicontazione e riduzione (ISPRA) ed eventuale mappatura. 

La mappatura (sia delle iniziative per la riduzione degli sprechi, sia per la rendicontazione(monitoraggio) potrebbe essere di grande aiuto per il raggiungimento degli obiettivi di riduzione stabiliti al 2030 dalla direttiva rifiuti (-30% per retail+food service+household rispetto alla media di spreco 2020-2023). Inoltre, la stessa direttiva prevede ormai l'istituzione di un piano nazionale di prevenzione sprechi alimentari, dove queste iniziative e il monitoraggio vengano esplicitati e illustrati.    

Proposta piano d’azione per questo tavolo:

1️⃣ Mappatura nazionale delle azioni di riduzione di perdite e sprechi alimentari

Periodo: seconda settimana di aprile – ultima settimana di luglio 2026

Strumento: breve survey online

Obiettivi:

a) Rilevare buone pratiche e azioni promosse da Regioni e Comuni in Italia per la riduzione di perdite e sprechi alimentari

b) Identificare sistemi di monitoraggio e rendicontazione dello spreco alimentare attivi a livello locale.

Output: database strutturato + prima analisi descrittiva.

2️⃣ Analisi dei risultati e redazione di un position paper / policy brief

Periodo: settembre – dicembre 2026

Contenuti:

  • Sintesi dei risultati della mappatura

  • Analisi comparativa dei sistemi di monitoraggio

  • Raccomandazioni operative della Rete

Output:

  • Documento finale da presentare alla riunione congiunta della Rete (2027)

  • Documento utilizzabile in sedi istituzionali per attività di advocacy (Parlamento Italiano, Commissione Europea, Minamb)


Vi ricordiamo il prossimo incontro online del Tavolo “Lotta agli sprechi e perdite alimentari” Lunedi 9 Marzo alle 9:00
Il link per connettersi è il seguente:
Microsoft Teams meeting
















venerdì 27 febbraio 2026

Una valutazione critica del PEI-Agriv

 NinoSutera


  Molte risorse, poca innovazione reale

Il bilancio tracciato dalla Corte dei Conti europea sull’impiego di quasi 1 miliardo di euro destinato all’innovazione agricola tra il 2014 e il 2022 è severo: i progetti finanziati hanno generato risultati modesti, spesso marginali rispetto alle reali esigenze degli agricoltori, e in diversi casi si sono allontanati dall’obiettivo originario, sconfinando in ambiti industriali o di marketing.

Un potenziale non sfruttato

Il Partenariato europeo per l’innovazione in agricoltura (PEI-Agri) nasceva con un intento ambizioso: favorire la collaborazione tra agricoltori, ricercatori, consulenti e imprese per sviluppare soluzioni innovative capaci di migliorare produttività e sostenibilità.
Nonostante oltre 4.000 progetti finanziati, la Corte rileva che:

  • l’innovazione raramente è stata un criterio decisivo nella selezione dei progetti;
  • il coinvolgimento degli agricoltori è stato scarso e spesso formale;
  • molte iniziative non hanno prodotto innovazioni adottabili su larga scala.

Il giudizio è sintetizzato con chiarezza dal responsabile dell’audit, João Leão: gli strumenti messi in campo non hanno utilizzato al meglio le risorse, né hanno intercettato i bisogni concreti delle aziende agricole.





Le criticità emerse: selezione debole, scarsa adozione, poca agricoltura

1. Progetti poco agricoli

Quasi un terzo dei progetti analizzati presentava un legame tenue con l’agricoltura.
Alcuni esempi citati:

  • in Polonia, un progetto sulla produzione industriale di burro con impatto minimo sui produttori locali;
  • in Spagna, un’iniziativa finalizzata a migliorare il brand di una catena di supermercati, senza ricadute agricole significative.

Questi casi mostrano una deriva verso attività di trasformazione industriale o marketing, lontane dal mandato originario del PEI-Agri.

2. Innovazioni poco utili o troppo di nicchia

Oltre la metà dei progetti non ha generato innovazioni realmente utili o trasferibili.
Molti interventi:

  • non hanno prodotto effetti concreti;
  • rispondevano a esigenze troppo specifiche;
  • hanno beneficiato singoli soggetti più che il settore nel suo complesso.

3. Scarsa diffusione dei risultati

La Corte sottolinea una mancata strategia di divulgazione: solo la metà dei progetti ha condiviso le conoscenze prodotte, e solo 6 su 18 tra quelli considerati “utili” hanno portato a innovazioni adottate su larga scala.

4. Nessuna sinergia con i fondi di ricerca

Un dato particolarmente critico: nessuno dei 70 progetti esaminati ha utilizzato risorse del programma Orizzonte 2020, nonostante fossero disponibili 1,5 miliardi di euro per ricerca agricola e forestale.
La mancanza di integrazione tra fondi agricoli e fondi di ricerca ha limitato la qualità scientifica e l’impatto delle innovazioni.


Dove l’innovazione funziona: il caso virtuoso del riso a secco in Spagna

Tra le poche esperienze positive, la Corte cita la sperimentazione delle tecniche di semina a secco del riso in Spagna.
Il successo del progetto è attribuito a un fattore chiave: il coinvolgimento diretto e continuo degli agricoltori, che ha permesso di:

  • adattare la sperimentazione alle condizioni reali;
  • validare rapidamente i risultati;
  • estendere la pratica all’intera area agricola.

Questo caso conferma che l’innovazione agricola funziona quando nasce dalle esigenze del campo e non da logiche top-down.


Una lettura critica complessiva

Il quadro delineato dalla Corte dei Conti UE evidenzia un problema strutturale: l’innovazione agricola non può essere progettata senza gli agricoltori.
Il PEI-Agri, pur dotato di risorse ingenti e di un impianto teorico avanzato, ha sofferto di:

  • eccessiva burocratizzazione;
  • scarsa capacità di valutare il reale potenziale innovativo;
  • deriva verso progetti non agricoli;
  • assenza di integrazione con la ricerca scientifica europea.

In sintesi, il programma ha finanziato molte iniziative, ma ha prodotto poche innovazioni trasformative.
Il rischio è che l’innovazione diventi un’etichetta formale, più che un processo reale di cambiamento.


 

martedì 24 febbraio 2026

“Agricoltore Allevatore Custode dell’Agrobiodiversità”

 

Il D.M. 9 novembre 2023 n. 622857 e il marchio collettivo

Il Decreto Ministeriale 9 novembre 2023 n. 622857 rappresenta una delle più significative innovazioni normative italiane nel campo della tutela della biodiversità agricola. Con questo provvedimento il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste ha introdotto il marchio collettivo figurativo “Agricoltore Allevatore Custode dell’Agrobiodiversità”, con l’obiettivo di riconoscere, valorizzare e rendere visibile il ruolo strategico svolto dagli agricoltori e dagli allevatori custodi nella conservazione delle risorse genetiche locali a rischio di estinzione o erosione genetica.  

Il decreto approva anche il regolamento d’uso del marchio, definendo condizioni, requisiti e modalità di utilizzo, inserendolo in un quadro normativo più ampio che pone al centro la salvaguardia del patrimonio agricolo e alimentare nazionale.  


1. Il quadro normativo: la Legge 194/2015 e la biodiversità agricola

Il marchio nasce come attuazione della Legge 1° dicembre 2015 n. 194, che ha istituito il sistema nazionale per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare. Questa legge ha creato strumenti fondamentali, tra cui:

  • l’Anagrafe Nazionale della Biodiversità;

  • il Comitato permanente per la biodiversità di interesse agricolo e alimentare;

  • la Rete Nazionale per la conservazione delle risorse genetiche;

  • il Portale nazionale dell’agrobiodiversità.

Tali strumenti consentono di individuare, registrare e monitorare varietà vegetali, razze animali e microrganismi locali minacciati, favorendo azioni coordinate di conservazione e valorizzazione.  

In questo contesto il marchio collettivo diventa uno strumento di riconoscimento pubblico e istituzionale del lavoro svolto dai custodi della biodiversità.


2. Significato e finalità del marchio

Il marchio “Agricoltore Allevatore Custode dell’Agrobiodiversità” è definito come marchio figurativo e non commerciale, destinato ai servizi agricoli e zootecnici legati alla conservazione delle risorse genetiche. 

Le finalità principali possono essere sintetizzate in quattro dimensioni:

a) Riconoscimento istituzionale

Il marchio certifica il ruolo degli agricoltori e allevatori custodi come soggetti attivi nella tutela della biodiversità.

b) Valorizzazione economica e culturale

Rafforza la visibilità delle aziende impegnate nella conservazione di varietà e razze locali, aumentando la percezione del valore del loro lavoro.

c) Conservazione delle risorse genetiche

Sostiene la salvaguardia “in situ” e “on farm” di specie e varietà a rischio, mantenendole vive nei sistemi agricoli.

d) Comunicazione e sensibilizzazione

Favorisce la diffusione della cultura dell’agrobiodiversità tra cittadini, istituzioni e filiere agroalimentari.

Il decreto segna quindi una tappa strategica nella transizione verso modelli agricoli sostenibili e resilienti. 


3. Chi sono gli agricoltori e allevatori custodi

Gli agricoltori e allevatori custodi sono imprenditori agricoli, singoli o associati, che si impegnano a conservare nelle proprie aziende le risorse genetiche locali di interesse agricolo e alimentare a rischio di estinzione o erosione genetica.  

Il loro ruolo comprende:

  • conservazione di varietà tradizionali vegetali;

  • tutela di razze animali autoctone;

  • riproduzione e mantenimento delle popolazioni locali;

  • trasmissione delle conoscenze tradizionali;

  • presidio territoriale e prevenzione dell’abbandono rurale.

In questo senso i custodi non sono solo produttori ma veri presìdi culturali e ambientali, contribuendo alla resilienza dei territori e alla continuità delle tradizioni.


4. Modalità di utilizzo del marchio

L’uso del marchio è subordinato a una procedura precisa stabilita dal regolamento allegato al decreto. I passaggi principali includono:

  • iscrizione alla Rete Nazionale della Biodiversità;

  • dimostrazione dell’attività di conservazione in situ o on farm;

  • verifica dei requisiti da parte del Ministero;

  • autorizzazione formale all’utilizzo.

Il marchio deve sempre essere accompagnato dall’indicazione della specie, varietà o razza custodita e non può essere utilizzato su prodotti, etichette o packaging né integrato in denominazioni sociali o altri marchi. 

Queste regole garantiscono l’autenticità del riconoscimento e ne evitano usi impropri o commercializzazioni distorte.


5. Entrata in vigore e prospettive

Il marchio è operativo dal 1° gennaio 2026, mentre ulteriori decreti definiranno le modalità di controllo e monitoraggio del suo utilizzo.  

L’introduzione del marchio si inserisce nelle politiche europee e nazionali del Piano Strategico PAC 2023-2027, che attribuisce crescente importanza alla biodiversità agricola come fattore di sostenibilità, resilienza climatica e sicurezza alimentare.


6. Implicazioni strategiche per il sistema agricolo e territoriale

L’istituzione del marchio produce effetti che vanno oltre il riconoscimento simbolico.

Impatto agricolo

  • rafforza i sistemi sementieri locali;

  • incentiva la diversificazione produttiva;

  • sostiene l’agricoltura di piccola scala.

Impatto territoriale

  • contrasta l’abbandono rurale;

  • valorizza paesaggi agrari storici;

  • rafforza identità e filiere locali.

Impatto culturale

  • riconosce il sapere contadino;

  • collega biodiversità e patrimonio immateriale;

  • favorisce narrazioni territoriali (borghi, comunità, tradizioni).

In prospettiva, il marchio può diventare uno strumento di politiche territoriali integrate, dialogando con strategie come i sistemi del cibo locale,   i biodistretti e le reti dei borghi.


7. Valore politico e simbolico del marchio

Il decreto introduce un cambio di paradigma: la biodiversità agricola non è più solo oggetto di tutela scientifica, ma diventa una responsabilità sociale diffusa.

Il marchio afferma che:

  • la conservazione può avvenire nelle aziende agricole;

  • i custodi sono soggetti di interesse pubblico;

  • la biodiversità è infrastruttura strategica del futuro.

In questa prospettiva il marchio rappresenta un ponte tra politiche agricole, ambiente, cultura e sviluppo locale.


Conclusione

Il D.M. 9 novembre 2023 n. 622857 istituisce uno strumento innovativo che riconosce formalmente il ruolo degli agricoltori e allevatori custodi come attori centrali nella salvaguardia dell’agrobiodiversità italiana.

Il marchio “Agricoltore Allevatore Custode dell’Agrobiodiversità” non è soltanto un segno distintivo, ma un dispositivo di politica pubblica che:

  • valorizza chi conserva risorse genetiche locali;

  • rafforza la rete nazionale della biodiversità;

  • promuove modelli agricoli sostenibili;

  • contribuisce alla tutela del patrimonio culturale e territoriale.

Dal 2026 questo marchio potrà diventare uno dei simboli più rilevanti dell’agricoltura italiana orientata alla sostenibilità, alla sovranità alimentare e alla tutela delle identità locali, riconoscendo finalmente il valore dei custodi come protagonisti del futuro agricolo e dei territori rurali.

lunedì 23 febbraio 2026

PAC 2028-2024

Il presente documento offre una prima analisi delle proposte legislative della Commissione europea
relative al Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034 (QFP), pubblicate il 16 luglio 2025,
evidenziandone le implicazioni per le politiche settoriali, con particolare attenzione alla PAC.



In questa fase iniziale, si propone una lettura ragionata dell'allocazione delle risorse finanziarie
destinate alla PAC e alle politiche ad essa correlate (Coesione e Pesca), alla luce dell'impianto
programmatorio delineato dalla Commissione europea, che prevede l'unificazione di tali politiche in
un unico fondo europeo e l'adozione di uno strumento di programmazione integrato.

Il documento presenta, inoltre, una serie di spunti preliminari da sottoporre all'attenzione dei decisori
politici, in vista delle prossime fasi negoziali sia in sede di Consiglio Europeo (per il regolamento QFP),
sia in sede di Consiglio dell'Unione europea (per i regolamenti settoriali).

È opportuno sottolineare che, a causa della complessità del quadro regolamentare e del fatto che
alcuni testi, pur essendo stati pubblicati, risultano ancora incompleti e soggetti a revisione, l'analisi
proposta non può ritenersi esaustiva.

Va inoltre precisato che, in attesa dell'esplicitazione dell'obiettivo negoziale nazionale, gli spunti
contenuti nel presente documento si fondano sull'ipotesi che la posizione negoziale del Masaf miri alla
massimizzazione delle risorse PAC destinate all'Italia per il periodo 2028-2034, nonché alla
massimizzazione delle risorse per interventi non PAC (ma comunque a beneficio dell'agricoltura e delle
aree rurali) da intercettare nell'ambito delle risorse complessivamente attribuite all'Italia (si veda il
paragrafo 2.2 per ulteriori dettagli).

Alla luce di queste premesse, il documento deve essere considerato un "documento vivente", soggetto
a possibili aggiornamenti e integrazioni che saranno prodotti nel corso del negoziato, in funzione 
dell'evoluzione del contesto di riferimento. 

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