Il ruolo cruciale delle foreste per la loro capacità di generare diversi servizi eco-sistemici, che contribuiscono ampiamente all’assorbimento del carbonio atmosferico. Il riconoscimento economico di questo servizio passa attraverso il mercato dei crediti di carbonio, che consente ai proprietari e gestori forestali di essere remunerati per le attività di gestione in grado di favorire l’assorbimento del carbonio.
Nei secoli attraverso la gestione e coltivazione del bosco, l’uomo ha ottenuto indiscutibili esternalità materiali e immateriali di fondamentale importanza per la vita e la sopravvivenza delle comunità, meglio conosciute oggi come Servizi Ecosistemici: di supporto alla vita (es: ciclo dei nutrienti, formazione del suolo e produzione primaria), di approvvigionamento (es: produzione di cibo, acqua potabile, materiali, legno e fibre, energia, o combustibile), di regolazione (es. mitigazione climatica, maree, depurazione dell’acqua, controllo dell’erosione, impollinazione e controllo delle infestazioni, ecc.), di valori culturali (es. estetici, spirituali, educativi, ricreativi, ecc.).
Il Servizio ecosistemico più conosciuto è sicuramente la capacità di assorbimento del carbonio da parte degli ecosistemi forestali. La possibilità di migliorare o incrementare la fornitura di questo servizio attraverso l’adozione di pratiche di gestione sostenibile è ormai ampiamente riconosciuta e utilizzata quale strumento operativo nel perseguimento degli obiettivi internazionali di riduzione dei gas serra in atmosfera e lotta al cambiamento climatico.
Il riconoscimento economico di questo servizio passa attraverso il mercato dei crediti di carbonio, uno strumento in grado di finanziare le attività aggiuntive di gestione sostenibile realizzate dagli imprenditori agricoli e forestali attraverso la vendita dei crediti generati da azioni di gestione virtuose in un vero e proprio mercato delle emissioni, volto a compensare le emissioni di beneficiari/compratori.
In Italia, da più di dieci anni il mercato volontario dei crediti di carbonio agroforestali rappresenta una prospettiva economica importante per privati e aziende, che trovano in questo strumento non solo un’opportunità di compensare le proprie emissioni, ma anche un impegno etico e un’opportunità di marketing. Dal monitoraggio del mercato dei crediti di carbonio forestali, effettuato dal gruppo di lavoro del CREA “Nucleo Monitoraggio Carbonio” dal 2011 al 2022 si evidenziano fluttuazioni elevate di prezzo e volume e un modesto utilizzo degli strumenti di certificazione dei crediti di carbonio generati. Inoltre, emerge che gli investitori italiani preferiscono acquistare crediti generati nei Paesi in via di sviluppo, dove la grande dimensione dei progetti consente di generare crediti certificati a prezzi inferiori. Il monitoraggio evidenzia, anche, che le transazioni dei crediti generati in Italia sono ancora limitate sia dagli elevati costi di produzione dei crediti stessi, sia dalla mancanza di un chiaro riferimento normativo e istituzionale in materia.
Prendendo atto di tale situazione, l’Italia ha deciso nel 2023 di dotarsi di un proprio Registro nazionale dei crediti di carbonio volontari generati da pratiche agroforestali sostenibili, al fine di poter garantire criteri e indirizzi per la generazione, certificazione e vendita dei crediti di carbonio nazionali (art. 45, com. 2-quater a 2-octies, d.lgs. 24 febbraio 2023, n. 13). L’obiettivo principale del Registro, che sarà gestito dal CREA, è quello di poter garantire efficacia operativa e trasparenza per gli attori e fruitori del mercato dei crediti di carbonio.
Il CREA, su richiesta dei soggetti gestori di superfici agroforestali, ammetterà all’iscrizione nel Registro i crediti di carbonio generati e certificati generati da attività di imboschimento, rimboschimento e gestione sostenibile agricola e forestale, aggiuntive rispetto a quanto previsto dalla normativa di settore vigente. Le modalità per il calcolo e la certificazione dei crediti generati e degli assorbimenti prodotti, vengono definite in apposite Linee guida, che sono attualmente in fase di approvazione con decreto interministeriale (MASAF, MASE) previa intesa con la Conferenza Stato-Regioni.
L’attivazione di un Registro nazionale dei crediti di carbonio per il settore forestale, prevista per l’inizio del 2026, consentirà di finanziare progetti di gestione selvicolturale altrimenti difficilmente sostenibili dal punto di vista finanziario. Inoltre, favorirà la partecipazione di investitori privati nella realizzazione di progetti che, congiuntamente, garantiscono il mantenimento di altri servizi ecosistemici, contribuendo così a una sostenibilità concreta e duratura a beneficio della collettività.
L'Olio DOP Monti Iblei incontra i consumatori e festeggia 25 anni
di qualità
A 25 anni dal riconoscimento della
DOP e del Consorzio di Tutela, prendono il via nell’areale di produzione
dell’olio DOP Monti Iblei una serie di iniziative volte a promuovere le
peculiarità di un prodotto che lo hanno reso celebre nel mondo. Si parte con le
degustazioni di "olio nuovo" e le visite guidate nei frantoi di
Ragusa e Siracusa.
Il Consorzio
di Tutela Olio DOP Monti Iblei celebra il 25° anniversario del
riconoscimento della Denominazione di Origine Protetta (DOP) e della nascita
del Consorzio stesso. Per celebrare questo importante traguardo e promuovere
l'eccellenza del prodotto, prendono il via una serie di iniziative nell'areale
di produzione.
Il primo appuntamento è con "Frantoi
Aperti", un'occasione imperdibile per appassionati e famiglie per
degustare l'olio extra vergine d'oliva appena franto, l'olio nuovo, e
scoprire i segreti della sua produzione. L'evento si articola in due weekend:
18
e 19 ottobre:
Provincia di Ragusa.
25
e 26 ottobre:
Provincia di Siracusa.
I frantoi aderenti apriranno le
loro porte per mostrare il processo di trasformazione delle olive e insegnare
ai consumatori come riconoscere e apprezzare un olio di alta qualità.
«La campagna olearia è partita con
ottimi presupposti. Prevediamo una quantità maggiore rispetto allo
scorso anno, ma soprattutto confermiamo una qualità che continua a essere
eccellente — afferma Giuseppe Arezzo, presidente del Consorzio di
Tutela. — E quale periodo migliore per festeggiare il nostro olio, apprezzato
ben oltre i confini regionali, se non l'inizio della nuova produzione. Diamo
appuntamento a tutti con 'Frantoi Aperti' nei prossimi due fine settimana. Un
sentito grazie va anche al Libero Consorzio dei Comuni di Ragusa che continua a
supportare le nostre iniziative e gli sponsor come l’Impresa Ecologica Busso
srl, Pieralisi Circular Thinking e Carmelo Gulino oltre ai frantoi che
apriranno al pubblico».
Il
Calendario di "Frantoi Aperti"
In attesa della Giornata
Celebrativa Ufficiale in programma il prossimo 21 novembre, ecco
l'elenco dei frantoi aderenti e gli orari di apertura al pubblico.
Provincia di Ragusa (18 e 19
ottobre)
Frantoi
Cutrera -
Chiaramonte Gulfi
Frantoi
Covato -
Ragusa
Frantoio
Sallemi -
Comiso
Provincia di Siracusa (25 e 26
ottobre)
Frantoio
Galioto di Fisicaro
- Ferla
Oleificio
Carpino -
Palazzolo Acreide
Oleificio
Nobile -
Rosolini
I frantoi resteranno aperti il sabato
dalle 10.00 alle 13.00 solo per gli studenti mentre dalle 15.30 alle 19.30 l’apertura
sarà dedicata al pubblico per le visite guidate. La domenica l’apertura al
pubblico sarà invece dalle 9.30 alle 13.00. Per maggiori informazioni e
prenotazioni, si prega di contattare direttamente i singoli frantoi
aderenti all'iniziativa.
Olio DOP Monti Iblei, un
patrimonio da tutelare e trasmettere
Maria
Rita Schembari, Presidente del Libero Consorzio dei Comuni di Ragusa, sottolinea il valore culturale e
identitario del prodotto: «L'oliva è uno dei simboli più autentici del
Mediterraneo: un frutto millenario che racchiude in sé storia, cultura, salute
e identità. È un bene prezioso, con un valore che va ben oltre il semplice
nutrimento. Nel celebrare i 25 anni del Consorzio Monti Iblei, è doveroso
ricordare quanto sia importante continuare a parlare di qualità, salubrità e
origine dei cibi che mettiamo in tavola. Perché la salute comincia
dall’alimentazione, e noi siamo ciò che mangiamo – prosegue il
presidente Schembari. – L’olio extravergine a Denominazione di Origine Protetta
è parte integrante della Dieta Mediterranea, riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio
Immateriale dell’Umanità.»
La
Presidente Schembari ha poi reso omaggio ai produttori: «Questo anniversario è
anche un’occasione per rendere omaggio a chi, ogni giorno, rende possibile
tutto questo: i produttori. Esiste una comunità di agricoltori e frantoiani che
ha saputo portare avanti una tradizione millenaria, custodendone i valori più
autentici, ma con uno sguardo sempre rivolto al futuro. Mantenere alta la
qualità, garantire un prodotto d’eccellenza, rispettare l’ambiente e adottare
pratiche di sostenibilità, tutto questo richiede impegno, innovazione e
visione. Con determinazione e competenza, hanno saputo aprirsi le porte dei
mercati internazionali, portando il nome della provincia di Ragusa nel mondo
come simbolo di eccellenza. Questo è un patrimonio non solo agricolo, ma sociale,
economico e identitario. Un patrimonio che merita di essere sostenuto,
raccontato e trasmesso alle nuove generazioni. Frantoi Aperti non è quindi
solo una festa: è un invito alla scoperta e un momento di incontro tra chi
produce e chi consuma».
Il Consorzio Dop Monti
Iblei in cifre
·N.
Soci: 319 suddivisi in olivicoltori, frantoiani, confezionatori, intermediari;
·Olio
certificato:
-
campagna 2022-2023: 2.357,36 quintali
-
campagna 2023-2024: 2.422,76 quintali
-
campagna 2024-2025 (dato al 19 febbraio) 1.672,53 quintali (secondo le
previsioni ci assesteremo sui 2.200,00 quintali);
·Superficie
olivicola circa 1.820 ha.
Il
Consorzio di tutela dell’Olio Extra Vergine d’Oliva DOP Monti Iblei è stato
istituito nel 2000. Si tratta di un importante strumento operativo a servizio
dell’olivicoltura di qualità. Alla sua costituzione hanno contribuito diverse
figure produttive: produttori, molitori ed imbottigliatori. Il Consorzio
permette loro di tutelare e valorizzare la DOP
Monti Iblei garantendo al consumatore la qualità e genuinità
dell’olio con il marchio proprio del Consorzio.
A Milano l’evento dell’Enoteca Regionale della Sicilia sede del Sud Est
Un faro per le eccellenze enologiche siciliane
Nata nel 2024 e con sede a Vittoria (Ragusa), in via dei Mille n. 131, presso lo storico Palazzo Carfì, l'Enoteca Regionale della Sicilia - Sede del Sud Est si configura come il punto di riferimento per la valorizzazione e la promozione delle eccellenze enologiche siciliane, con particolare attenzione ai vini del sud-est dell'isola.
Costituita da una associazione che riunisce produttori vinicoli, enti pubblici e associazioni di categoria, l'Enoteca si pone l'ambizioso obiettivo di:
· Valorizzare e promuovere le eccellenze enologiche siciliane: Diffondendo la cultura del vino attraverso degustazioni, corsi di formazione e attività di divulgazione, creando una rete di collaborazioni e sostenendo lo sviluppo economico del territorio.
· Tutelare e valorizzare il patrimonio vitivinicolo siciliano: Contribuendo alla salvaguardia delle varietà autoctone e alla valorizzazione delle tradizioni enologiche, promuovendo i terroir siciliani e le loro specificità.
· Posizionarsi come punto di riferimento per gli appassionati e gli operatori del settore: Offrendo un luogo di incontro e di scambio, favorendo la conoscenza e la diffusione dei vini siciliani a livello nazionale e internazionale.
Attraverso la valorizzazione dei vini siciliani, l'Enoteca contribuisce a promuovere l'intero territorio, rafforzando l'identità e lo sviluppo economico della regione.
– Il 24 novembre l’eccellenza dei vini rossi della Sicilia sud-orientale sbarca a Milano con “Stile Siciliano: i vini rossi del futuro”, l’evento di punta organizzato dall'Enoteca Regionale della Sicilia, sede del Sud Est. La giornata, pensata per delineare le prospettive future dell'enologia isolana, sarà interamente dedicata ai vini rossi del territorio, in particolare a due protagonisti di grande rilievo come il Cerasuolo di Vittoria Docg e il Frappato. L'appuntamento, che si terrà presso la prestigiosa cornice del The Westin Palace, gode della collaborazione del Consorzio di Tutela e della Strada del Vino Cerasuolo di Vittoria Docg.
Dopo il successo registrato a Roma lo scorso maggio, l’Enoteca ripropone il format a Milano quale momento cruciale di incontro e confronto per la stampa, gli operatori di settore e il pubblico di wine lovers.
«Siamo entusiasti di portare a Milano, cuore pulsante della comunicazione e dell'innovazione enologica italiana, un evento che per noi rappresenta un vero e proprio manifesto: ‘Stile Siciliano: i vini rossi del futuro’. Non sarà una semplice degustazione – dichiara Silvio Balloni, presidente dell’Enoteca Regionale della Sicilia sede del Sud Est – ma un'intensa giornata di confronto dedicata interamente all'eccellenza dei vini siciliani, con un focus speciale sul nostro straordinario Sud Est».
Il Presidente Balloni sottolinea l'obiettivo dell'iniziativa: «Vogliamo delineare con coraggio le prospettive future della nostra enologia isolana, mettendo a confronto l'esperienza dei produttori, la visione della stampa di settore e la passione degli wine lovers. La Sicilia è una terra unica, le cui sfumature pedoclimatiche e i diversi approcci enologici riescono a esprimere vini dal carattere moderno, pur mantenendo un profondo rispetto per la tradizione. È un'occasione per raccontare come questa tradizione stia evolvendo, cambiando e maturando grazie alle nuove generazioni. Esse portano innovazione pur restando fedeli a quelle radici che hanno dato vita all'unica Docg della Sicilia. Il futuro dell’enologia italiana passa dalla nostra Isola e dall’areale del Sud Est e siamo pronti a dimostrarlo a Milano».
Programma dell'evento
La giornata prenderà il via con un focus riservato alla stampa specializzata:
· Ore 10:30 - 11:00: Accredito della Stampa
· Ore 11:00: Inizio Masterclass dedicata al Cerasuolo di Vittoria DOCG, riservata alla stampa. Un’occasione per approfondire le sfumature e l’evoluzione di questa unica DOCG siciliana. A guidarla sarà Andrea Amadei, degustatore, autore radiofonico e televisivo, voce di Decanter Rai Radio2.
· Ore 13:00 - 14:30: Light Lunch riservato alla stampa
Nel pomeriggio, l'attenzione si sposterà sugli operatori e il grande pubblico, mantenendo un'apertura anche per la stampa interessata:
· Ore 15:30 Inizio della seconda Masterclass dedicata al Frappato. Un viaggio sensoriale
Prof Emerito di chimica degli alimenti Università di Messina
Carlotta Crescenti
Docente di materie letterarie, latino e greco
Le
fonti letterarie offrono immaginosi stralci di informazioni sulla gastronomia
greca e romana e sui suoi caratteri fondamentali: l’estrema ricercatezza ed
estrosità del gusto culinario classico, le scene di una tradizione culinaria
quotidiana e popolare, veicolate dalle opere dei comici, gli accostamenti
frequentemente ardimentosi di ingredienti di diversa natura, i ricettarî e la
trattatistica, in materia, frammentaria e lacunosa, l’interesse sorprendente
dei medici antichi nei confronti dei processi relativi alla nutrizione e della
correlazione che intercorre tra questi e la salute umana, gli interminabili
elenchi di leccornie, in letteratura, che riflettono i ricchi rituali
simposiali antichi, i concetti di pietanza o prodotto abbinati ad una
determinata area geografica, un’aneddotica immaginifica e vasta – vale a dire, un’immensa
congèrie di dati e riferimenti.
È
evidente, altresì, che uno studio approfondito sulla cultura gastronomica
classica non può prescindere da un’indagine sulle preparazioni culinarie
antiche a base di prodotti alimentari ottenuti dalla raccolta e dal taglio
delle piante boschive e del sottobosco, prima dello sviluppo di qualsiasi forma
effettiva di selvicoltura. Il filosofo Platone (IV sec. a.C.), nel Politico, attesta l’antichità e gli
aspetti mitologici di tale consuetudine alimentare, sostenendo che, ai tempi
del regno di Crono, divinità pre-olimpica greca, gli abitanti del cosmo non
avevano necessità di praticare alcuna forma di agricoltura, in quanto le piante
arboree e le foreste fornivano spontaneamente ogni tipologia di nutrimento
desiderabile.
Abbiamo scelto, in questa sede, di operare
una stringata sintesi del materiale disponibile, soffermandoci sulle
caratteristiche di alcuni prodotti boschivi e del sottobosco - le noci, le
castagne e i funghi - e sul loro utilizzo nell’ambito delle preparazioni
gastronomiche antiche. Gli studi naturalistici e botanici di certi autori
antichi, come Teofrasto (IV sec. a.C.), autore di una Storia delle piante, e Plinio Il Vecchio (I sec. d.C.), autore di
una Storia naturale, illustrano le
caratteristiche di una trattatistica scientifica enciclopedica antica rigorosa
e fondata, ma sarà necessario non trascurare, inoltre, i riferimenti letterarî
o il ricettario del gastronomo Apicio (I sec. a.C.-I sec. d.C.), il De re coquinaria.
Vi era l’uso di sgranocchiare le noci
durante i lauti banchetti: compaiono a volontà, per esempio, nel menù
dell’icastica cena di Trimalcione nel Satyricon
di Petronio, insieme a ceci, lupino e mele. Nel ricettario di Apicio, possono
essere aggiunte come ingrediente per una salsa bianca per uccelli lessati,
insieme a pepe, ligustico, cumino, semi di sedano, nocciole, miele, salsa di
pesce e molto altro o tritate per il ripieno dei datteri salati all’esterno e
fritti nel miele cotto o ancora come ingrediente di accompagnamento per le
sarde.
In Ermippo, epitomatore di Ateneo, si
chiede alle Muse, con un’invocazione epica di fattura pseudo-omerica, di
mostrare quante e quali prelibatezze Dioniso abbia donato alla civiltà,
trasportandole sulla sua nave nera che percorse il mare color del vino. Dalla
Paflagonia (antica regione dell’Anatolia), arrivavano castagne e lucide
mandorle, adatte all’ornamento dei banchetti. Apicio impiega curiosamente le
castagne cotte ad uso lenticchie: con il mortaio verrà preparato un trito di
pepe, cumino, semi di coriandro, menta, ruta et cetera. La poltiglia sarà bagnata con aceto e condita con miele
e salsa di pesce. A seguito di ciò, si aggiungerà il tutto alle castagne cotte
e si farà bollire.
Per quanto riguarda i funghi, gli antichi
nutrivano, a questo riguardo, una considerazione doppia e cauta. In una lettera
ad un amico, Cicerone (I sec. a.C.) afferma di aver contratto una fastidiosa
malattia intestinale, perdurata parecchi giorni, dopo aver preso parte ad una
cena a base di verdure, che il suo ospite aveva fatto preparare per non
contravvenire alle recenti leggi contro il lusso. Erano a tal punto
magnificamente condite e appetitose che, Cicerone, che, pure, era molto cauto
quando si trattava di funghi e ostriche, non poté esimersi, questa volta,
dall’indulgere eccessivamente nel suo appetito. L’avvelenamento da funghi fu,
probabilmente, la causa di morte dell’imperatore Claudio (10 a.C.-54 d.C.), se
si presta fede alla notizia di Svetonio contenuta nell’opera Vita dei Cesari. Plinio Il Vecchio fornisce
delle indicazioni relative al riconoscimento dei funghi velenosi e offre,
altresì, nove possibili rimedi, nel caso in cui si abbia la sfortuna di
incappare, durante la raccolta, in una di queste pericolose tipologie. Se
bolliti con carne, piccioli di pera o aceto – aggiunge – i funghi perderanno le
loro caratteristiche nocive. L’aceto, in modo particolare, è considerato da
Plinio come una sostanza diametralmente opposta a quella di cui sono formati i
funghi e, dunque, appare particolarmente utile al fine di neutralizzarne la
tossicità. Erofilo (IV sec. a.C.), un medico greco, scrisse un vero e proprio
calendario dietetico, all’interno del quale forniva consigli relativamente al
consumo di alcune particolari pietanze in un mese dell’anno piuttosto che in un
altro. In modo particolare, i funghi rientrano tra gli alimenti che sarà
opportuno consumare, a marzo, insieme a biete e datteri, e, ad ottobre, insieme
ad asparagi, pere, mele, datteri, melograni, pistacchi…
Le fonti non trascurano di puntualizzarsi,
in modo particolare, sul tartufo, che, afferma Plinio, cresce preferibilmente
nei terreni aridi e sabbiosi e pesa, all’incirca, una libbra. Sostiene,
inoltre, che vi siano due tipologie di tartufi: uno che tende a riempirsi di
sabbia, che potrebbe essere, quindi, dannoso, nel momento in cui lo si addenta,
e un altro privo di qualsiasi impurità. Narra un aneddoto, secondo cui un tale,
addentando un tartufo, ci ritrovò dentro un denarius,
cioè una monetina d’argento, cosa che gli causò la rottura di alcuni denti.
Questo, agli occhi di Plinio, dimostrerebbe che il tartufo non è altro che un
agglomerato di terra elementare, che assorbe, al suo interno, qualsiasi cosa si
trovi sul terreno.
Il ricettario di Apicio non manca di
presentare numerose ricette per la preparazione dei funghi, in generale, per la
conservazione dei tartufi e per alcune salse adatte al loro condimento, in
particolare. Per la conservazione dei tartufi, si metteranno questi in un
barattolo, separati, evitando che vengano a contatto con l’acqua. Il barattolo
dovrà essere conservato in un luogo fresco. Le salse da accompagnare ai tartufi
saranno a base di pepe, ligustico, coriandro, ruta, salsa di pesce, miele e
olio. Le spugnole si mangeranno in tanti modi diversi: per esempio, fritte, con
una salsa acida a base di vino, oppure lessate, messe nel tegame con olio,
salsa di pesce e miele. I funghi che crescono alla base dei frassini andranno
conditi con pepe, mosto, aceto e olio. I tartufi, invece, potrebbero essere
consumati infilzati in uno spiedo e salati, con olio, salsa di pesce, vino,
pepe e miele.
Quello che ci pare risulti evidente da
questa, sia pur stringata, esposizione è l’imponente presenza dei prodotti del
bosco e del sottobosco nella gastronomia greca e latina e l’importanza
dell’alimentazione nell’antichità, intesa non solo come soddisfacimento di
bisogni primari, ma anche come espressione della genialità e creatività
dell’uomo.
Chi decide che cosa mangiamo e a quale prezzo? Chi sono i sovrani del cibo?
Dalla metà degli anni Sessanta la produzione di cibo a livello globale è cresciuta del 300%, eppure ancora oggi la malnutrizione continua a ridurre l’aspettativa di vita di milioni di persone: 783 milioni di esseri umani – cioè il 9% della popolazione mondiale – hanno sofferto la fame cronica nel 2023 e più di 333 milioni hanno affrontato livelli acuti di insicurezza alimentare.
Il tutto mentre un pugno di multinazionali dell’agroalimentare controllate da pochissimi e ricchissimi Fondi speculativi ha registrato negli ultimi anni profitti record, godendo di sussidi andati scapito della salute delle persone e dell’ambiente. Com’è stato possibile questo “sacco del cibo” e quali strumenti hanno a disposizione i consumatori “attivi” per costruire un’alternativa, superando un modello per il quale tre quarti del cibo che consumiamo oggi proviene da sole dodici specie vegetali e da cinque animali?
Dall’osservatorio di Altreconomia e di Altromercato, un saggio divulgativo che con il piglio dell’inchiesta economica vuole svelare chi sono i padroni del mercato, discutere di quantità e qualità dei consumi e difendere il diritto umano al cibo. Per cercare di restituire lo scettro a quelli che dovrebbero essere i veri sovrani del cibo: contadini e consumatori.
Il simposio si terrà a Roma lunedì 13 ottobre 2025, presso la sede della Società Geografica Italiana, Aula “Giuseppe Dalla Vedova”, Palazzetto Mattei in Villa Celimontana (Via della Navicella 12).
Il simposio intende aprire uno spazio di confronto critico su esperienze di ricerca e pratiche di lavoro che mostrano come le comunità locali rispondano all’insicurezza alimentare attraverso forme di resistenza culturalmente radicate e sostenibili dal punto di vista ecologico.
A partire da casi studio legati alle filiere del grano, del latte e della pesca artigianale, l’obiettivo è riflettere su come approcci partecipativi e immersivi – tra cui lo storytelling, la mappatura e i metodi visuali – possano far emergere aspetti spesso invisibili dei sistemi alimentari, intesi come ecologie culturali della convivialità, della cura e della resilienza, talvolta in tensione con le logiche omologanti dell’agricoltura industriale. Tra gli ospiti, figurano Wendy Harcourt (International Institute of Social Studies of the Erasmus University Rotterdam) che offrirà una riflessione critica su come gli approcci femministi e post-sviluppisti possano arricchire la comprensione dell’agroecologia e della giustizia alimentare. Inoltre, Gino Barsella (già Capo Missione in Sud Sudan – Fondazione AVSI) offrirà il punto di vista operativo di una ONG sulla questione dell’accesso al cibo in un contesto segnato dal conflitto: il Sud Sudan.
Il simposio sarà accompagnato da una mostra multimediale che estende il dialogo attraverso fotografie e video etnografici, esplorando pratiche situate di produzione, distribuzione e consumo.
Link per partecipare da remoto (non è richiesta registrazione): TEAMS
“Il Comune belicino, si distingue per la sua capacità di raccontare il proprio Genius Loci attraverso una narrazione culturale ed enogastronomica autentica, perfettamente incarnata nelle tradizioni locali e nell’eredità lasciata da Tomasi di Lampedusa.”
Il legame tra il romanzo Il Gattopardo, il Palazzo Filangeri di Cutò e le pietanze identitarie – tra cui le celebri “siringate”, dolci amati dalla principessa Filangeri – rappresenta una testimonianza concreta di come il cibo sia anche cultura, storia e appartenenza.
Siringate: storia e leggenda di un dolce identitario
Il prof. Andrea Randazzo, storico, ha condotto una ricerca sulle origini delle Siringate, dolce simbolo di Santa Margherita di Belice.
La tradizione narra che, con l’arrivo degli Spagnoli nel 1516, la Sicilia conobbe i churros, dolci fritti simili nell’aspetto alle siringate ma diversi negli ingredienti:
i churros: acqua, farina, burro, uova, zucchero e sale
le siringate: ricotta, farina, miele, zucchero, uova, cannella e scorza d’arancia
Secondo la memoria popolare, fu la moglie di un pastore del feudo Meccina a sperimentare per prima la ricotta fritta nell’olio bollente, trasformando un alimento povero in un dolce capace di conservarsi per giorni. Nel tempo arricchì la ricetta con altri ingredienti, fino a ottenere la prelibatezza che conosciamo oggi.
La leggenda vuole che un giorno il conte Lucio Mastrogiovanni Tasca, marito della principessa Giovanna Filangeri, dopo una battuta di caccia scoprì per caso le siringate e ne rimase conquistato. La principessa stessa se ne innamorò e cominciò a offrirle nei suoi ricevimenti, diffondendone la fama.
Così, da dolce umile e contadino, le Siringate conquistarono nobili e popolani, diventando simbolo di identità collettiva per la comunità margheritese.
In occasione di Inycon gli Chef Michele Ciaccio e Calogero Abruzzo presenteranno il prodotto simbolo e identitario di SAnta Margherita Belice.
Per la loro valorizzazione e promozione il Comune di Santa Margherita di Belice ha adottato il percorso della De.Co.
Il valore del Genius Loci e delle De.Co.
«Il genius loci è il territorio della memoria, il nostro patrimonio, il valore più profondo della cultura mediterranea ed europea, ed è l’unico anticorpo che abbiamo rispetto alla cultura dell’indefinito globale»
Le De.Co. (Denominazioni Comunali), nate da un’intuizione di Luigi Veronelli, sono strumenti concreti di marketing territoriale e di recupero delle unicità locali. Esse rappresentano non soltanto un prodotto (piatto, dolce, sapere, evento, artigianato), ma un vero e proprio elemento identitario di comunità, capace di attrarre turisti e viaggiatori del gusto (foodies).
«Quando un cibo è ancorato al territorio, non è solo esperienza culinaria ma esperienza totale. Coinvolge tutti i sensi e racconta la storia della comunità che lo ha generato».
Non solo, durante l'ultimo Festival del Gattopardo è stato conferito il riconoscimento “Ambasciatrice dell’Identità Territoriale” alla Tavola del Gattopardo, da parte dalla Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci De.Co.
Il sistema alimentare industriale
globale, che si basa sull'agricoltura industriale, sulle catene di
approvvigionamento/valore globali e sulla supermercatizzazione della vendita al
dettaglio, non riesce a garantire il diritto al cibo per tutti nel mondo.
Contribuisce inoltre a sfide significative come l'accelerazione del cambiamento
climatico, la perdita di biodiversità, la scarsità d'acqua, il degrado del
suolo, la deforestazione, l'esaurimento delle risorse e il deterioramento della
salute pubblica. Inoltre, questo sistema aggrava le disuguaglianze economiche e
non garantisce l'accesso al mercato e mezzi di sussistenza equi ai piccoli
agricoltori familiari.
La crisi alimentare globale evidenzia la necessità di
trasformare i sistemi alimentari come risposta strategica per rafforzare la
resilienza, migliorare la nutrizione e raggiungere gli obiettivi di sviluppo
sostenibile.
Il Summit delle Nazioni
Unite sui sistemi alimentari per avviare una trasformazione
nel modo in cui il mondo produce, consuma e pensa al cibo, inteso come un passo
cruciale verso un futuro ecosostenibile Il
ruolo che i sistemi alimentari e le catene di approvvigionamento rilocalizzati
possono svolgere in questa trasformazione, passando da un “cibo dal nulla” a un
“cibo "da qualche parte", sta ricevendo crescente attenzione nei
dibattiti politici internazionali, soprattutto alla luce delle recenti crisi
innescate dalla pandemia di COVID-19 e dal conflitto tra Russia e Ucraina.
La
rilocalizzazione dei sistemi alimentari si pone come una risposta critica al
modello alimentare industriale globale dominante, caratterizzato da processi di
massificazione, integrazione verticale, standardizzazione, distanziamento e
deterritorializzazione.
Al contrario, il movimento verso la rilocalizzazione
richiede un cambiamento fondamentale di prospettiva, dando priorità ai piccoli
agricoltori e ai produttori alimentari locali, custodi della biodiversità
agricola e delle conoscenze locali. Questo approccio si concentra sul
miglioramento della qualità del cibo e sulla promozione della sostenibilità
ambientale, incoraggiando l'uso di colture locali diversificate e metodi di
coltivazione sostenibili. Mira a ridurre al minimo la distanza fisica
accorciando le catene di approvvigionamento, nonché a ridurre la distanza
sociale ed economica promuovendo relazioni dirette e trasparenti tra produttori
e consumatori. Queste relazioni dirette non solo aiutano i produttori a
ottenere un giusto compenso, promuovendo l'equità economica, ma migliorano
anche la giustizia sociale rendendo il cibo fresco e nutriente più accessibile
e trasparente per le comunità locali. In definitiva, la rilocalizzazione
promuove un'alimentazione più resiliente, etica ed ecologicamente corretta.
sistema radicato nel luogo e nella comunità.
I “3 Re” del la rilocalizzazione dei sistemi alimentari sono:
Ri-spaziatura
siriferisceaiprocessiditrasformazione del settore agroalimentare
guidati dalla crescente domanda di prodotti di provenienza locale, l
a cui maggiorequalitàèattribuitaallorolegameconilterritorioesostenutadapolitiche che hanno istituzionalizzato
questo valore
(ad esempio,
certificazioni DOP e IGP, alimenti tradizionali, prodotti identitariecc.).
Riconnessione
comporta la
riorganizzazione locale delle varie componenti del sistemaalimentare, spesso incentrata su
catenediapprovvigionamentoincuila distanza fisica/geografica è locale e il rapporto tra produttore e
consumatoreèdiretto(adesempioSPG (gruppi di
acquisto solidale, agricoltura sostenuta
Dopo la prima inchiesta del 2018, la Commissione europea aveva promesso di intervenire, assicurando che le sostanze vietate non sarebbero più state prodotte per l’export. Un impegno rimasto lettera morta.
Nel frattempo è arrivato il Green Deal europeo, oggi fortemente ridimensionato dalle lobby della chimica e dai tanti "utili....."
La Commissione deve rispettare le proprie promesse e introdurre un divieto a livello Ue. È scandaloso che i profitti dell’industria chimica continuino a prevalere sulla salute delle persone e sull’ambiente e del prossimo.
Negli ultimi sette anni l’Unione Europea, nonostante gli impegni dichiarati, ha continuato a esportare pesticidi considerati pericolosi per la salute e l’ambiente e per questo banditi dalle coltivazioni interne. A rivelarlo è una nuova inchiesta condotta da Unearthed, l’unità investigativa di Greenpeace, insieme a Public Eye.
I dati parlano chiaro: nel 2024 Bruxelles ha autorizzato l’export di pesticidi contenenti 75 sostanze vietate, quasi il doppio delle 41 individuate nel 2018. Un aumento possibile grazie a un vuoto normativo che consente alle aziende chimiche di continuare a produrre e vendere all’estero molecole proibite nei confini comunitari, approfittando delle legislazioni più deboli dei Paesi importatori.
Non solo le sostanze: anche i volumi sono cresciuti. Nel 2024 l’Ue ha notificato l’intenzione di esportare 122mila tonnellate di pesticidi banditi, più del doppio rispetto al 2018. Tra questi si trovano composti associati a infertilità, danni cerebrali nei bambini, interferenze endocrine, oltre a insetticidi letali per le api e pericolosi per la fauna selvatica. Prodotti che, secondo la stessa Unione Europea, costituiscono una minaccia globale alla biodiversità e alla sicurezza alimentare.
Un boomerang pronto a tornare indietro: nulla garantisce che prodotti agricoli trattati con quelle stesse sostanze non rientrino sui mercati europei, Italia compresa.
Destinazioni e numeri dell’export
Nel 2024 pesticidi vietati nell’Ue sono stati spediti in 93 Paesi, di cui 71 a medio o basso reddito (pari al 58% del totale in peso). In testa c’è il Brasile, custode di alcune delle maggiori riserve di biodiversità del pianeta, seguito da Ucraina, Marocco, Malesia, Cina, Argentina, Messico, Filippine, Vietnam e Sudafrica. Tra i Paesi africani destinatari se ne contano 25. Gli Stati Uniti, invece, sono il primo importatore mondiale tra i Paesi ad alto reddito.
Sul fronte europeo, 13 Stati membri hanno preso parte a questo commercio tossico. La Germania guida la classifica con oltre 50mila tonnellate, seguita da Belgio (16.500), Spagna, Paesi Bassi, Bulgaria, Italia (quasi 7mila), Francia, Danimarca, Ungheria e Romania.
Alcuni governi stanno cercando di correre ai ripari: in Belgio è entrata in vigore una legge che vieta l’esportazione di diversi pesticidi proibiti, mentre in Francia è stato approvato un emendamento per chiudere una delle principali scappatoie ancora esistenti.
Il pesticida più esportato resta il 1,3-dicloropropene, un fumigante del suolo vietato dal 2007 per la contaminazione delle falde e i rischi per la fauna selvatica. A seguire, il diserbante glufosinate prodotto dalla Basf e il fungicida mancozeb, bandito nel 2020 perché tossico per la riproduzione e classificato come interferente endocrino.
Le aziende coinvolte
Sono oltre 40 le imprese esportatrici individuate. Tra queste Basf, Teleos Ag Solutions, Agria, Corteva, Syngenta, Bayer e AlzChem. In Italia risultano coinvolte sei aziende – tra cui Finchimica, Tris International, Corteva e Sipcam Oxon – che nel complesso hanno notificato l’esportazione di circa 7mila tonnellate di pesticidi vietati, contenenti 11 sostanze proibite.
Tra queste l’erbicida trifluralin, bandito in Ue da quasi 20 anni perché tossico per pesci e fauna acquatica, oltre che sospetto cancerogeno, e il suo derivato ethalfluralin.
“È vergognoso e ipocrita – commenta Simona Savini, campagna Agricoltura di Greenpeace Italia – che l’esportazione europea di pesticidi vietati continui a crescere, mettendo a rischio la salute dei lavoratori agricoli, delle comunità locali e della natura”.
Pagamento annuo: fino a 5.000 euro (invece dei 2.500 proposti dalla Commissione).
Contributo una tantum: fino a 75.000 euro per lo sviluppo aziendale.
Maggiore centralità: i piccoli agricoltori vengono riconosciuti come presidio del territorio, non solo come operatori economici.
🌱 NOVITÀ AMBIENTALI IN PILLOLE
BCAA: conformità automatica non solo per aziende totalmente biologiche, ma anche per quelle parzialmente bio e in aree protette.
Prati permanenti: allungato il periodo minimo prima di poterli convertire; nuova definizione che include terreni non arati/coltivati da almeno 7 anni.
Obiettivo: conciliare tutela della biodiversità e flessibilità per le aziende agricole.
⚠️ GESTIONE DELLE CRISI
Aiuti: niente nuovo pagamento diretto, ma sostegni dai fondi per lo sviluppo rurale.
Eventi coperti: calamità naturali ed epidemie animali.
Soglia di accesso: abbassata dal 20% al 15% di perdita annua (produzione o reddito).
⏱️ TEMPI PIÙ RAPIDI PER I PIANI STRATEGICI
Bruxelles dovrà rispondere entro 2 mesi (non più 3) alle richieste degli Stati membri di modifica ai Piani strategici nazionali.
Ridurre la burocrazia, dare più respiro ai piccoli agricoltori e garantire regole ambientali più eque. Sono questi i pilastri della posizione adottata il 24 settembre dalla Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Parlamento europeo sul cosiddetto “Omnibus III”, il pacchetto di semplificazioni proposto a maggio dalla Commissione UE.
Per gli addetti ai lavori si tratta di un passaggio molto atteso. Troppo spesso, negli ultimi anni, il settore agricolo ha avuto la sensazione di dover combattere due battaglie: quella con il clima, con le calamità naturali che hanno compromesso raccolti e redditi, e quella con la burocrazia, sempre più fitta e complicata.
La relazione presentata da André Rodrigues (S&D, Portogallo), approvata con 38 voti favorevoli, 8 contrari e 2 astensioni, nasce proprio dall’urgenza di “liberare gli agricoltori dalle carte” e restituire loro il tempo e le energie per coltivare, allevare e produrre. «Vogliamo permettere agli agricoltori di tornare a fare ciò che sanno fare meglio: produrre cibo sicuro, di qualità, accessibile» ha spiegato Rodrigues.
Ambiente e produzione: un equilibrio da trovare
Uno dei fronti più delicati riguarda i requisiti ambientali. Da un lato, l’Europa ribadisce l’impegno a tutelare suoli e biodiversità; dall’altro, cerca di non ingabbiare chi lavora nei campi con norme percepite come rigide e poco aderenti alla realtà quotidiana.
Il compromesso proposto dalla Commissione AGRI è quello di introdurre maggiore flessibilità: non solo le aziende biologiche “pure”, ma anche quelle parzialmente biologiche e quelle situate in zone di conservazione speciale, dovrebbero essere considerate conformi ad alcuni standard della PAC.
Un’altra misura riguarda i prati permanenti: si vuole allungare il periodo minimo che un terreno deve restare a prato prima di cambiare destinazione, per scoraggiare l’aratura “strategica” fatta solo per rientrare nei parametri. Una mossa che, nelle intenzioni, dovrebbe premiare chi preserva prati e pascoli come veri serbatoi di biodiversità.
Crisi climatiche ed emergenze: come cambiano i sostegni
Non c’è agricoltore che non abbia fatto i conti, negli ultimi anni, con grandinate improvvise, siccità prolungate o piogge torrenziali. A questi eventi si aggiungono le emergenze sanitarie, come le epidemie animali. Per questo la Commissione AGRI propone un nuovo quadro di sostegni, con aiuti erogati non attraverso i pagamenti diretti, ma tramite i fondi per lo sviluppo rurale, ritenuti più adatti a gestire le crisi.
Un segnale concreto è l’abbassamento della soglia di perdita necessaria per accedere agli indennizzi: dal 20% al 15%. Una riduzione che, per molte piccole aziende agricole, può fare la differenza tra il sopravvivere e il chiudere i cancelli.
Piccoli agricoltori: più centralità, più fiducia
Il cuore della riforma, però, riguarda i piccoli agricoltori, da sempre il tessuto vitale delle campagne europee. Per loro, il pacchetto Omnibus prevede un sostegno annuo fino a 5.000 euro, raddoppiando la proposta iniziale della Commissione. Non solo: viene introdotto anche un contributo una tantum fino a 75.000 euro per sostenere lo sviluppo aziendale.
È un segnale politico forte: la piccola agricoltura non deve essere trattata come un “residuo” del passato, ma come un presidio di territorio, cultura e qualità.
Verso il voto in plenaria
La relazione sarà discussa in plenaria dal 6 al 9 ottobre. Subito dopo si aprirà la fase negoziale con gli Stati membri, con l’obiettivo di arrivare a un accordo definitivo già a novembre.
Sul tavolo rimangono due visioni: quella di chi chiede più libertà, meno burocrazia e più sostegni immediati, e quella di chi teme che le deroghe possano allentare troppo gli impegni ambientali.
La sfida sarà tenere insieme entrambe le esigenze: perché senza agricoltori non ci sono prodotti, ma senza terreni fertili e biodiversità non c’è futuro per l’agricoltura stessa.
Il presente documento offre una
prima analisi delle proposte legislative della Commissione europea
relative al Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034 (QFP), pubblicate il 16
luglio 2025,
evidenziandone le implicazioni per le politiche settoriali, con particolare
attenzione alla PAC.
In questa fase iniziale, si propone una lettura ragionata dell'allocazione
delle risorse finanziarie
destinate alla PAC e alle politiche ad essa correlate (Coesione e
Pesca), alla luce dell'impianto
programmatorio delineato dalla Commissione europea, che prevede l'unificazione
di tali politiche in
un unico fondo europeo e l'adozione di uno strumento di programmazione
integrato.
Il documento presenta, inoltre, una serie di spunti preliminari da sottoporre
all'attenzione dei decisori
politici, in vista delle prossime fasi negoziali sia in sede di Consiglio
Europeo (per il regolamento QFP),
sia in sede di Consiglio dell'Unione europea (per i regolamenti settoriali).
È opportuno sottolineare che, a causa della complessità del quadro
regolamentare e del fatto che
alcuni testi, pur essendo stati pubblicati, risultano ancora incompleti e
soggetti a revisione, l'analisi
proposta non può ritenersi esaustiva.
Va inoltre precisato che, in attesa dell'esplicitazione dell'obiettivo
negoziale nazionale, gli spunti
contenuti nel presente documento si fondano sull'ipotesi che la posizione
negoziale del Masaf miri alla
massimizzazione delle risorse PAC destinate all'Italia per il periodo
2028-2034, nonché alla
massimizzazione delle risorse per interventi non PAC (ma comunque a
beneficio dell'agricoltura e delle
aree rurali) da intercettare nell'ambito delle risorse complessivamente
attribuite all'Italia (si veda il
paragrafo 2.2 per ulteriori dettagli).
Alla luce di queste premesse, il documento deve essere considerato un
"documento vivente", soggetto
a possibili aggiornamenti e integrazioni che saranno prodotti nel corso del
negoziato, in funzione dell'evoluzione del contesto di riferimento.